Maurizio Crosetti.
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Il suo nome  Fausto Coppi.
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2019 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
Collezione: Einaudi stile libero.
ISBN 978-88-06-24185-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nessun atleta  stato pi grande di lui. Nessuno ha avuto una vita pi simile a un romanzo.
A cento anni dalla nascita, i trionfi, le sconfitte, gli amori, le tragedie di Fausto Coppi raccontati con la voce dei personaggi che gli sono stati vicini: dai famigliari ai fedeli gregari, dalla dama bianca all'amico-rivale Bartali. A ognuno di loro Maurizio Crosetti affida un pezzo di storia, e attraverso di loro affresca l'avventura sportiva e umana di un'anima inquieta che ha incarnato l'essenza stessa di un'Italia fiaccata dalla guerra ma in cerca di nuovo entusiasmo. Una societ in vorticoso cambiamento, con le sue ipocrisie e le sue nobilt, sfila in bianco e nero accanto alla leggendaria bicicletta dell'Airone, del Campionissimo. Che avr, infine, l'ultima parola.
Vicino alla mia bicicletta passano il verdegiallo dei prati e delle rocce. E sopra, il cielo azzurro: correre  come attraversare un dipinto. I compagni vanno in cerca delle fontane di pietra per catturare l'acqua nelle borracce, poi la corsa precipita e non c' pi tempo nemmeno per bere. Guizzano trote d'argento nei torrenti, ma tanto chi le vede. Sulla punta delle montagne la gente  un pizzo, un merletto.
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L'AUTORE.
MAURIZIO CROSETTI, torinese,  inviato speciale di la Repubblica, sulle cui pagine ha raccontato i principali eventi sportivi degli ultimi venticinque anni. Ha scritto libri di sport, un romanzo e una raccolta di favole per bambini.
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Il suo nome  Fausto Coppi.
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In quel momento me lo vidi davanti vivo come non era stato mai - ombra insaziabile di splendide apparenze e di realt spaventose, ombra pi cupa delle ombre notturne.
JOSEPH CONRAD, Cuore di tenebra.
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Angiolina.
Fausto quando  nato non piangeva. Era tutto occhi. Mi fissava, e io mentre moriva pensavo che aveva lo stesso sguardo.  nato di pomeriggio, suo padre stava dietro al raccolto perch eravamo in settembre. Faceva un bel caldo e io pensavo che una donna quando mette al mondo i figli soffre, s, ma intanto si riposa perch almeno pu stare a letto.
Mandarono a chiamare gli zii e il mio Domenico, che ci aveva messo di pi ad arrivare perch trascinava un po' la gamba. Era tornato dalla guerra con un buco nel ginocchio ma intanto era tornato. Dumenichn aveva guardato il bambino e aveva detto:  piccolo. Pesava neanche due chili. Il nome lo ha scelto il padre: Angelo Fausto. Quando poi  cresciuto dicevano che assomigliava a me perch era brutto, ha il naso dei Boveri dicevano, mica dei Coppi.
Il signor Bartali, quando tutti sono rimasti nella sala con il mio Fausto,  venuto a sedersi con me in cucina e aveva la faccia bianca. Stavamo da soli io e lui. Ha pianto un po' ma senza fare rumore e io avevo impressione di quell'uomo che lacrimava zitto come una donna triste. Faustn l'ultimo giorno lo passa a casa sua, avevo detto io quando parlavano di come fare il funerale. Intanto per il carro non si vedeva.  partito tardi dall'ospedale, mi dicevano, ma io lo aspettavo davanti alla porta come quando lui arrivava mentre davo da mangiare alle galline e Fausto mi prendeva in giro, mi ripeteva che non avevo mica pi bisogno delle galline e invece s che ne avevo. Si arriva al punto che una mamma vorrebbe solo dimenticare e non  mica una cosa bella. Io ho portato al camposanto il mio Dumenichn e poi tre figli. Serse aveva anche lui il naso dei Boveri e un bel sorriso largo, non come Fausto che invece aveva la bocca un poco pi piccola e quando sorrideva sembrava che gliela avevano rigata con il coltello. Quando arriv dall'Africa giallo come un limone mi port un borsellino di pelle. Cosa ci metto dentro, Fausto?, gli avevo chiesto. Il mangime delle galline o le monete oppure le pastiglie che devi prendere, mi aveva risposto lui. Ti ricordi di prenderle, mamma?
Per la campagna non era tagliato. Si stancava subito, e dire che era forte, magro ma forte. Un chiodo. Cos chiamano i Coppi su queste colline: i ciudn. Io l'avevo capito che Fausto non passava la vita piegato sulla terra, non che era pigro ma non la passava. Allora lo abbiamo mandato garzone dal signor Merlano a Novi, e magari un giorno il bambino diventa un masaporsi. Il sangue del maiale fa un rumore di ferro quando scola nel mastello ma a quel punto la bestia non soffre pi,  gi da un'altra parte. Quando si ammazza il maiale, i bambini un po' si spaventano ma di pi sono curiosi. Il maiale ha gli occhi di chi capisce e ha paura. Poi lo ingannano con una bella pannocchia e cos lo tirano dentro e lui  contento perch mangia. Poi muore. Visto da fuori succede in fretta, ma io l'ho capito pi tardi che non finisce mai, non si finisce mai di morire.
Il mio Fausto andava a scuola da sua zia Albina che era l'unica maestra del paese. I bambini, anche Serse, tutti nella stessa classe, i pi grandi insieme ai piccoli. Mi ricordo le matite e come i miei figli le mettevano in fila. Serse aveva ventotto anni quando l'ho portato al cimitero, e Fausto quaranta. Dina se l' presa un brutto male a trentasei. Non si finisce mai. Il mio Domenico anche aveva avuto un brutto male allo stomaco, ma io lo so che aveva cominciato a morire quando la catena del bue l'aveva chiuso intorno all'aratro, si era attorcigliata la catena e lui era rimasto l in mezzo, poi l'avevano tirato fuori gli altri uomini ma lui non era stato pi uguale. Non come in guerra con la gamba. Mi faceva cos male vederlo zoppo, lui che da giovane era il pi bravo ballerino. Cos mi aveva fatto innamorare.
Dumenichn gli piaceva ridere e cantare e Serse ha preso tutto da lui. Quando veniva a trovarmi faceva la salita di corsa e io gli sentivo la voce da lontano, quella voce del mio Serse che rimanevano tutti contenti. Anche Fausto riusciva a ridere con Serse e si consigliava col fratello pi piccolo, da uno all'altro passavano neanche quattro anni e a me mi sembrava quasi che il grande era Serse. Aveva tante morose ma non erano morose vere, erano ragazze che gli piaceva ridere. Solo Angioletta era proprio la sua morosa e io lo so che poi la sposava. Il sabato andavano a ballare a Villalvernia e qualche volta Serse si portava dietro il cugino Egidio che era poco pi di un bambino. Vieni con me Egidio, che andiamo dal macellaio, gli diceva e quello era il trucco, invece scendevano fino a Villalvernia. Eccola, si vede laggi, appena fuori dalla nebbia.
Serse era rimasto a dormire da sua zia Albina la sera prima di morire, poi era partito per Milano. Nella notte aveva sentito un cane che non la smetteva mai di abbaiare e pensava che quello era un brutto segno, Albina per non l'aveva mica sentito quel cane. Poi la mattina Serse non stava pi fermo, girava da una stanza all'altra e spostava le cose. Le d un bacio sulla fronte e poi l'abbiamo rivisto solo nel letto dell'ospedale, morto.
Qui in casa ci sono ancora i fagiani impagliati che Fausto prendeva a caccia: guardo i loro occhi di vetro e penso a quelli di Faustn e Serse. Erano come due piccole bestiole tranquille, anche se da bambini una volta avevano preso il fucile da caccia e si erano messi a sparare nella campagna. Serse faceva fare qualunque cosa a Fausto e Fausto non faceva niente senza dirlo prima a Serse. Forse la faccenda della signora Giulia sarebbe andata in un'altra maniera, con il fratello vivo.
Faustn sembrava un uccello di quelli che lui cacciava. Non lo prendevi mai, scappava via. La sua prima bici era di suo fratello Livio, ma troppo grande per lui. Ci pedalava sopra con le punte dei piedi all'infuori. Fausto era svelto in tutte le cose e ubbidiente, per come me parlava poco e delle volte non si poteva tirargli fuori niente. Suo pap e suo fratello Serse erano lieti di natura, invece Fausto era un temporale di quelli che qui arrivano di colpo e spaccano tutto. Anche in bici era cos. Una volta, per spiegare a me e a Domenico che Fausto poteva diventare un campione e che la bicicletta per qualcuno era un bel mestiere da soldi, il cieco ci disse che il ragazzo quando scatta  come la grandine sulla vigna.
A me tutta quella velocit mi ha sempre fatto paura. Quante volte ho detto a Fausto e Serse di smettere, oramai non avevano pi bisogno. Serse tutte le volte che tornava a casa mi faceva ridere, suo fratello sembrava quello solitario ma io lo so che Serse lo era di pi. A volte la gente andava da lui per la firma di una fotografia, qualcuno lo scambiava per Fausto e cos lui diceva ma io sono il fratello, sa? Serse non vinceva le grandi corse, a parte quella volta che i primi avevano sbagliato strada e lui neanche lo sapeva che aveva vinto, e poi quando al traguardo arriva Fausto gli fa un abbraccio cos bello e cos lungo che io non ne avevo mai visto uno uguale, e lo bacia che non smette pi. Era pi contento Fausto di Serse. Quando il cieco massaggiava le gambe del piccolo non diceva niente, lo faceva come un lavoro, invece quando cominciava a toccare quelle di Fausto gli veniva fuori un bel sorriso sulla faccia, dietro gli occhiali neri. Serse lo sapeva che tutto il mondo correva dietro a Fausto e gli piaceva cos, anche perch Fausto cercava sempre lui. Quando Serse  morto, Fausto mi dice mamma smetto, e io credevo che stavolta faceva sul serio. Ma la bicicletta era la sua vita e cos poi ha ricominciato, anche se sembrava uno straccio bagnato e non l'ho pi visto scherzare per tanti mesi, e anche dopo non  che ne avesse voglia.
Al funerale di Serse, suo fratello si era messo un vestito chiaro. C'era tanto sole. La ruota della bicicletta si era infilata dentro le rotaie del tram e il mio Serse aveva picchiato la testa contro lo spigolo del marciapiede, ma non era stato male subito. Anzi, va all'albergo in bici e fa anche la doccia e ha pronto un vestito elegante perch quella sera una signora lo aspetta, e poi invece la testa comincia a fargli male e dopo un poco il dottore dice a Fausto che mi devono avvertire e che non c' pi niente da fare. Dentro la bara, Serse sembra Fausto perch la faccia si  messa seria, non  neanche pi la sua. E allora l'ho visto lontano, come diverso, poveri i miei figli con gli occhi chiusi.
La signora Giulia la prima volta che l'ho incontrata era in un albergo a Milano e sono stata dura con lei. Ma io lo so come sono fatti gli uomini e cos col tempo ho dovuto accettare, Fausto aveva deciso e poi il bambino era tutto suo pap e io mi sono affezionata. Faustino mi ricordava Fausto piccolo che mi guardava come se aveva gi tanti pensieri, ma io dico che non poteva mica averli perch era di due o tre mesi appena, eppure cercava di tirare su la testa e stare diritto. Serse ha camminato dopo, era pi pigro ma poi ha recuperato con la lingua, con la parlantina e la risata. Era intelligentissimo. Capiva le persone e soprattutto capiva Fausto. Quando Fausto  partito garzone, Serse era piccolino. Ma pi tardi sono cresciuti insieme e la bicicletta li ha fatti ancora pi fratelli, anche se Fausto andava a dormire tutte le sere alle nove al massimo, invece Serse tirava tardi e qualche volta usciva con gli amici e le ragazze. Solo che poi la mattina era dura allenarsi con Fausto e gli altri, stavano via dalle otto fino all'una o alle due del pomeriggio e quando arrivavano erano morti di fatica, e qualche volta Serse si buttava dentro il letto senza neanche togliersi la maglietta da ciclista e magari dormiva per due o tre ore. Poi si svegliava, mangiava e rideva. Fausto no, lui era pi regolare per gli amici qui al paese si divertivano insieme a Serse.
Sono stata nella villa di Fausto e della signora Giulia nel loro ultimo Natale, c'eravamo solo noi e il bambino che non voleva mai andare a dormire perch aspettava i regali. Il pomeriggio della vigilia avevamo fatto volare i palloncini davanti alla casa, uno per ogni anno del piccolo Fausto, e sui biglietti c'erano scritti i giocattoli che aveva chiesto a Ges Bambino. Il suo pap era tornato dall'Africa con la febbre e gli aveva portato dei modellini di aeroplano. Nei giorni tra Natale e Capodanno la febbre non passava pi, non era tanto alta ma non passava. Viene un dottore e poi un altro, non capiscono. Io mi ero fermata a dormire alla villa e il dottore pi giovane si era raccomandato di tenere lontano il bambino da Fausto, perch poteva attaccargli qualcosa. La sera del 31 dicembre sembra che sta un po' meglio,  a letto ma ci chiede di tenere aperta la porta della sala perch nel televisore c' la musica di San Silvestro e suona Buscaglione. La signora Giulia avr pensato che Fausto magari il giorno dopo guariva, ma io gli vedevo quell'orecchio sempre rosso e respirava male, io la sentivo la forca.
Il fratello pi grande, Livio, dice che Fausto a undici anni poteva sopportare cento chili sulle spalle. Era forte il mio uccellino. Aveva quelle gambe cos lunghe che lo portavano dappertutto, invece il suo pap non era tanto alto. Poi c'era lo zio Fausto che era comandante di marina e l'autorit della casa: fu lui a mandare per posta i soldi a Fausto perch si comprava la bicicletta. Dumenichn aveva deciso di chiamare Fausto il bambino proprio in onore del comandante. Quando Faustn  partito per la guerra io pregavo che una pallottola gli bucava magari una mano o un piede senza fargli troppo male, cos lui poteva tornare a casa ferito e prendere il congedo come il padre. Forse magari non poteva pi correre in bicicletta, lui che prima di partire soldato aveva gi vinto il Giro d'Italia, ma pazienza: almeno rimaneva vivo. Poi gli inglesi lo fanno prigioniero in Africa e alla fine Fausto ritorna tutto intero, sano e senza pallottole da nessuna parte, anche se il camion che gli aveva dato un passaggio si era ribaltato e Fausto ancora un po' e ci lascia la pelle: dopo che si salva in guerra magari muore di incidente, com' il destino alle volte!
Il giorno che  tornato, io ero a zappare e per primo vedo Serse di corsa su dalla salita e appena dietro c' Fausto. Ridono e parlano cos forte che le donne delle cascine escono tutte fuori, poi vanno a chiamare anche gli uomini e i bambini e alla fine sono riuniti qui nell'aia come quando Fausto stava vincendo il Giro del millenovecentoquaranta e gli uomini andavano a sentire la radio nella scuola del paese, perch qui ne avevamo in tutto una sola. Gli occhi di Serse ridevano quel giorno, e anche quelli di Fausto. Era tutto sporco di polvere e fango e si  lavato con la pompa e poi ci siamo messi a mangiare. Erano tempi difficili e noi si pensava che dopo diventava tutto migliore, perch eravamo insieme e vivi, a parte il mio Domenico, eravamo una famiglia. Una mamma deve vederne, di cose, e sopportare tanto dolore e tanta fatica che nessuno si immagina. Io ho visto le facce e le mani dei tre figli nella bara, e dopo questo cosa pu esserci ancora, cosa pu tenerti viva? Niente, io dico, se non ricordare un poco i giorni belli. Poi mi  passata anche quella voglia l.


Domenico

Io credevo che il ragazzo era muto. Diceva solo s s. Mai sentito uscire un no da quella bocca. Fausto, hai imparato tutte le strade? Hai trovato la casa del signor Girardengo? Hai capito che qui si incomincia alle otto meno un quarto? S, s, s.
Era venuto su a Novi una mattina con il carro dell'uva di suo padre. Faustn aveva tredici anni, magro come una canna. Guardava il pavimento del negozio con due occhi rotondi, due scodelle del latte. Questo qui non avr mai il coraggio di ammazzare un maiale, pensavo. Fausto, vai che madama Merlano ti mostra dove dormi. S. E poi ti metti quel grembiule e guardi cosa faccio io, va bn? S, s.

Gi dopo due giorni era venuto con la bici da donna. Io penso che ci saliva sopra con la scaletta perch si capiva che era troppo alta per lui. Per a me bastava vedere che aveva il portapacchi per consegnare la roba. La prima cosa che gli ho insegnato  stata fare i pacchetti per bene, con la carta oleata e poi con quella bianca e anche annodare il nastro e tutto. La seconda cosa  stata usare l'affettatrice. Io penso che Faustn non voleva rimanere dentro il negozio, perch quando gli ho detto che doveva consegnare i pacchetti ai clienti ha detto s, sempre s.
Partiva arrampicato su quella grossa bici e filava per le vie del centro. Il primo giorno, anche se non sapeva le strade era tornato prima dell'altro garzone che avevo. Fausto, sei sicuro di avere portato tutti i pacchetti? S. Era sveglio, dove non metteva le parole metteva gli occhi che io penso  anche meglio. Non si vive di chiacchiere e le parole non portano soldi, a parte quelle che dico io per convincere le clienti che le mie galantine sono le pi buone di Novi, modestamente.
Madama Merlano faceva da mangiare per tutti e tre nel retrobottega. Una scodella di brodo, un pezzo di bollito, avere un negozio di salumiere si mangia sempre, anche se la roba non te la regalano mica e la carne costa anche per noi che ammazziamo la bestia. Fausto si vedeva che era di bocca buona e secondo me a casa sua non aveva mai mangiato tanto, aveva le ossa troppo strette e niente ciccia sopra. Era tutto nervi, tutto spigoli e muscoli. Sembrava spolpato. Sembrava un grissino, un rubat.
Nei tre anni che  rimasto con me se ne  fatti di chilometri e gradini! Portava i pacchetti con la bici e saliva le scale, entrava nelle case e gli ripetevo di salutare bene, di dire buongiorno e grazie che la gente ci tiene alle forme, l'educazione  come un pacchetto ben chiuso e senza le pieghe, hai capito Faustn? S, s.
Dentro la carta oleata c'erano l'insalata russa, il vitello tonnato, il prosciutto cotto, il salame, gli agnolotti e le mie galantine. A volte c'era del pollo in gelatina e io cos chiamavo Fausto, petto di pollo, perch lui ce l'aveva un po' all'infuori proprio come un pollastro. Era cos lungo in quell'et della crescita che mi pareva anche gobbo, per tutti i ragazzi in quel periodo prendono a crescere e piegarsi che un giorno sono fatti in un modo e il giorno dopo sono come i rami storti del gelsomino, e non li riconosci neanche pi. Mai pensato, guardando Faustn, che diventava quello che  diventato, giuro.
Per era gentile e sempre composto a tavola. Quando mangiava il brodo non faceva rumore con la bocca. Madama si era affezionata, forse perch pensava al figlio maschio che non abbiamo avuto. Madama Merlano era anche un po' imparentata alla lontana con Angiolina Boveri, la povera mamma di Fausto che a Castellania chiamavano tutti Giulina. Giulina aveva un naso che sembrava un uomo. Mica  facile per una donna essere brutta, poi gli altri la guardano come un maschio o come una bestia di quelle che quando capiscono che stanno per morire ti squadrano, e sembra che parlano. Io dico che le bestie lo sanno quando viene il momento, lo sanno come lo sappiamo noi. Puzzano di paura.
Giulina un giorno aveva chiamato il mazzolaro perch c'era da ammazzare il maiale e perch Dumenichn era sciancato dalla Grande Guerra e non poteva aiutare. Il mazzolaro  un mestiere importante da queste parti, oh s. Giulina aveva capito che Fausto non era tagliato per la campagna e allora aveva pensato che il ragazzo doveva imparare un lavoro dei nostri di quaggi: il mazzolaro era una bella scelta, i clienti non smettono mai, si girano le aie, si parla con le persone e alla fine il padrone del maiale tira fuori la bottiglia giusta, una buta stupa per festeggiare la povera bestia appesa. Faustn poteva diventare mazzolaro pure lui, ma il mazzolaro di Novi in quel momento non aveva bisogno dell'aiutante e allora disse a Giulina che poi ne parlava con me, perch sapeva che ero rimasto senza garzone, quello di prima si era sposato una di Tortona e mi aveva salutato senza dire n a n ba. Io avevo risposto che andava bene se il ragazzino non era uno di quelli che dormono e gli devi spiegare tre volte le cose e alla fine non hanno neanche tanta voglia.
Eravamo d'accordo con Giulina e Dumenichn che Fausto poteva tornare a casa una volta la settimana, la sera del sabato. Bastava che il luned era di nuovo qui alle sette meno un quarto. Il sabato mattina a colazione gli mettevo una moneta d'argento da cinque lire vicino alla tazza del latte, lui diceva grazie e poi andavamo a lavorare. Neanche un mese e Fausto aveva gi deciso di rientrare a Castellania tutte le sere, che sono quasi venti chilometri e c' anche la salita, venti chilometri andare e venti tornare. E su quella biciclettona, poi! Si capisce che gli piaceva. Gi allora andava come il vento su quel trabiccolo che Fausto aveva chiamato Tri-fus, tre fucili, che nome strano. Invece di stendersi sulla branda dopo cena o farsi un giro a piedi per Novi, lui montava sulla bici e correva dalla mamma, dal pap e dai fratelli. A Dumenichn non restava tanto da vivere ma lui non la sentiva la fine che arrivava, lui non era come il maiale quando viene la sua ora. O forse invece sapeva anche lui.
Dumenichn aveva cinque o sei ettari di terra che mica bastavano a sfamare tutti, cos andava a giornata come mezzadro e faceva anche il sensale delle uve. Me li ricordo lui e i figli pi grandi, quando all'alba arrivavano a Novi o Tortona con il carro carico e i ragazzi sdraiati dietro in mezzo ai grappoli, che per fare in tempo per il mercato erano partiti da Castellania in piena notte, Dumenichn imbacuccato con le briglie in mano, Livio e Fausto con una coperta addosso. Fausto una volta mi aveva detto che preferiva lavorare per me e allora gli avevo risposto ma certo,  questa la tua strada, stai qui e imparerai tutto per bene e un giorno forse avrai una bottega tua e di sicuro un mestiere, oppure potrai andare in giro per le colline e ammazzare le bestie. Cos avevo preso a chiamarlo macellarn.
Adesso  facile dire che qui lo sapevano tutti che Fausto Coppi pedalava forte, ma io sono stato il primo. Una volta verso Gavi si era accodato a dei ciclisti in allenamento e aveva provato a stargli dietro, lui vestito con i pantaloni di fustagno e una giacca di velluto che gli aveva passato suo fratello Livio. E bn, non solo Fausto stava in gruppo con gli altri ma a un certo punto uno di questi  scattato e il ragazzo dietro. Boia come tirava! Quando saliva le rampe verso il campanile di San Biagio pareva Bartali.
Non l'ho mai sentito brontolare o lamentarsi, piuttosto zitto, che zitto tanto stava quasi sempre. Ma io lo sapevo che di quella bicicletta non ne poteva pi, pesava una ventina di chili e gli andava grande anche adesso che Faustn era un po' cresciuto. Nella vetrina di Bovone cicli e motocicli aveva visto una Maino grigio perla che costava 520 lire e il macellarn ci faceva il filo, ma suo padre mica poteva buttare tutti quei denari per una bici. Invece 400 lire gliele mand suo zio Fausto il comandante, me l'aveva raccontato Dumenichn che questo suo fratello una volta era arrivato da Genova dove il battello stava fermo qualche giorno, e avevano tanto parlato con Faustn che si chiamava cos in onore suo, e questo faceva contento lo zio che lo trattava un po' come il nipote prediletto. E allora Faustn aveva raccontato della bici al comandante, e di quanto costava e di come sarebbe stato bello avere una bicicletta giusta, tutta per lui, e di qua e di l. Lo zio non diceva niente, faceva solo s con la testa, ma dopo qualche mese arriva da Ceylon un assegno da 400 lire: per Fausto, e per la sua bicicletta. Dumenichn lo porta insieme con lui da Bovone e prova a farsi fare almeno uno sconto di venti lire, per il negoziante dice no, o tutti o niente. E il pap di Fausto tira fuori dal portamonete a soffietto altre 120 lire sull'unghia, e allora appoggiano la vecchia Tri-fus al muro e non la spostano mai pi.
Il macellarn non aveva smesso di fare il garzone con impegno, ma io capivo che voleva altro, lui voleva correre in bicicletta. Qui a Novi avevamo gi il campionissimo Girardengo che aveva vinto la Sanremo sei volte, l'ultima nel 1928 quando Fausto aveva nove anni, anche se veramente Faustn teneva per Olmo, era quello il suo corridore del cuore. Ma Girardengo era qualcosa di pi per tutti noi. Abitava in centro, e una volta dico a Fausto di portargli il prosciutto. Come sempre lui risponde s, ha ancora la vecchia bici da donna e ci monta sopra. La strada la sa a memoria anche se  la prima volta che lo spedisco da Girardengo. Quando torna indietro dopo un'oretta non dice niente. E allora Fausto, hai portato il prosciutto al signor Costante, hai trovato la casa? S. Solo pi tardi, tirandogli fuori le parole col cavatappi, Faustn mi racconta che a Girardengo non  piaciuto come avevamo fatto il pacchetto e si  lamentato che il garzone era arrivato tardi e che lui aveva fame e non aveva mica tempo da perdere, e insomma Fausto rimane molto deluso e ritorna qui con le orecchie basse. Forse i grandi uomini bisogna guardarli da lontano, anche se poi il campionissimo Girardengo era alto un soldo di cacio e non correva neanche pi.
Fausto ho smesso presto di chiamarlo macellarn, eppure quello sembrava proprio il suo mestiere gi quando era stato a bottega per qualche settimana da Ettore Montessoro, che aveva anche lui un bel negozio di carni a Novi. Ho smesso di dirgli cos perch ho capito che il ragazzo poi diventava corridore, anche se la prima corsa che ha fatto, su a Castellania, ha bucato una gomma. La prima volta che ha vinto me la ricordo bene, era l'estate del '37 a Boffalora. Il giorno dopo, un luned, Faustn sembrava un altro perch aveva voglia di raccontare, e cos mi dice che a Boffalora  arrivato da solo e ha lasciato tutti indietro su uno strappo, e che quando lui parte non lo prendono pi. La Maino  una bici vera, e anche Fausto  gi un corridore vero. Sono stato io il primo a parlarne a Cavanna, che veniva nel mio negozio e ci conoscevamo da pi di dieci anni. Il cieco entrava col bastone bianco che picchiava per terra e si parlava di biciclette. Biagio, io ho un garzone che in bici va pi veloce di tutti, dovresti toccargli i muscoli. Anche lui non parlava tanto, e se pure era cieco ti fissava da dietro gli occhiali scuri come se invece ci vedeva due volte meglio, e qualche volta io rimanevo in imbarazzo e non sapevo cosa rispondere. Giravano su di lui certe voci, di quando ancora aveva gli occhi buoni e forse stava nella banda di Sante Pollastro che svuotava i camion usando il braccio mobile. Biagio non ha mai detto se era vero, e nemmeno ha mai parlato della malattia e di come a un certo punto per lui  arrivata la notte anche di giorno, che io penso che gli occhi sono il bene pi prezioso ed  l dentro che si capisce quando una creatura  morta,  cos per i conigli, per le galline e anche per noi cristiani. Un giorno lo chiamo a vederlo, mi aveva detto Biagio a proposito di Faustn. Ma poi quel giorno non arrivava mai. Io lo sapevo che anche altri avevano parlato del giovane Coppi a Cavanna, che li voleva tutti faticatori i suoi ciclisti. Lui aveva una scuderia di ragazzi a Pozzolo Formigaro da tirare su come in collegio e se non gli sentiva le mani da muratore e i muscoli del collo da scaricatore non li degnava neanche di una carezza. Io avevo solo quella paura l, per Fausto, che le dita del cieco lo capivano troppo cittadino, uno che si  dimenticato in fretta la fatica.  anche vero che come correva Faustn non correva nessuno, gi quando aveva sedici anni era cos.
Mangiava regolare, dormiva tanto, era ubbidiente e non sembrava mai stanco. Un'altra cosa: in tre anni non l'ho visto sudato neanche d'estate, nemmeno quando arrivava a Novi in bicicletta dal suo paese masticando la polvere. Per la polvere non si attaccava a Fausto, era come una patina dorata su una statua, bastava soffiarla via. Quando mi ha detto signor Domenico io qui non vengo pi, con lei e la signora sto bene per mi scusi ma ho deciso di fare il corridore, gli ho solo sfiorato la testa con le dita pensando che Fausto era come un figlio, e ho sperato per lui tanta fortuna.


Biagio

Le mie dita vedevano due spalle strette, due gambe lunghe, due cosce grosse, due caviglie sottili e un torace che sporgeva in fuori. Fausto da ragazzino sembrava tutto pelle e ossa ma era solido, anche se si capiva che l'avevano tirato su a polenta e latte. Per io adesso vorrei soprattutto sapere la sua faccia, e com'erano davvero quegli occhi, e come tirava la bocca quando rideva, poco, e quando parlava, ancora meno. Tutti hanno conosciuto la faccia di Fausto Coppi, io no.
Di lui mi aveva parlato Merlano. C'era, diceva il salumiere, questo ragazzo che pedalava pi forte di tutti anche se era vestito col cappotto da garzone e appoggiava il piede col tacco. Ma io non posso mica dar retta a tutti quelli che mi dicono di un ciclista. La gente me li vuole portare pensando che poi i ragazzi avranno un mestiere ma io, boia fauss!, non sono l'ufficio di collocamento. Poi per sto attento alle parole degli altri, che  il mio modo di guardare.
A forza di insistere, il salumiere mi convince. Tocca il ragazzo, mi dice, e decidi tu. Tocco niente, rispondo io. La prima volta che me lo portano non mi sento bene e lo lascio fuori. La seconda volta Fausto rimane come un babaciu davanti a me. Sei muto?, gli domando. E lui zitto. Sono i momenti quando vorrei guardare le persone negli occhi, che di cose se ne capiscono. Io non sono stato sempre cieco,  successo dopo, forse la sifilide, forse era solo il mio destino. Poi mi sono abituato, alla fine si sopporta tutto e non posso neanche dire di starci tanto male dentro questo buio che la notte  anche bella, la notte serve per dormire e fare all'amore. C' chi aspetta la notte tutto il giorno e invece a me  arrivata cos, senza neanche chiedere.
Stava l fermo in piedi, Faustn. Va' in camera e levati i panni, gli ho detto e lui via di sopra come una lepre. Grazie monss Bias, mi ha solo risposto. Grazie niente, gli ho fatto io. Piuttosto vedi di portarmi della farina o dei fagioli o se riesci dei polli. Io voglio ciclisti poveri, meglio poi se vengono dalla campagna perch l qualcosa da mangiare trovano sempre, e all'inizio i soldi non li domando, solo pagamenti in natura, per i soldi ci sar tempo se diventano ciclisti altrimenti niente. Mi piacciono anche i manovali, gli sterratori. Gente che la fatica non la spaventa.
Si distende sul lettino e comincio a toccarlo. Dicono che le mie mani hanno le radiazioni, che io sono una specie di guaritore: balle. Le mie mani hanno gli occhi, tutto l. Gli metto le dita nelle reni che tante cose mi svelano, poi gli stringo i muscoli tra il collo e la spalla che sono la schiena del lavoratore o del fannullone: la forza e la debolezza stanno tutte l. Il ragazzo ha il collo un po' corto, sembra quasi gobbo ma ha fibre muscolari allungate e le cosce del grande ciclista, lunghe come strade in mezzo alla pianura. Io e il corpo di Fausto ci siamo conosciuti cos. Continuavo a cercare le risposte, lo massaggiavo come una bambola. Nel camino c' il fuoco acceso ma fa freddo lo stesso. Il corridore non deve sentire freddo.
Il ragazzo  alto giusto, un metro e ottanta, e pesa una settantina di chili: la bilancia conferma quello che Bias sa gi. Ha le vene in rilievo, c' su questo lettino una specie di bestia rara, in certi punti del corpo sembra un rachitico e in altre una statua antica. Ma i muscoli non dicono tutto, dicono tanto ma non tutto. Fausto non parla. Poi gli chiedo di darmi il polso e rimango cos, in ascolto della cosa pi importante, il cuore del ciclista che se a riposo va troppo svelto  meglio lasciar perdere, arrivederci e grazie. Il cuore di Fausto  il tamburo di un musicista pigro, tm, poi pi niente, poi di nuovo tm. Perfetto. Quel ragazzo di sedici anni che pare un uccello morto ha quaranta pulsazioni al minuto, non una di pi. E io credo anche un po' di agitazione, di sicuro  genato per trovarsi l e aspettare il verdetto, eppure il suo cuore rimane calmo. Se Faustn  emotivo non si capisce dal battito, per lo . Se avesse i nervi di un Magni o di un Bartali vincerebbe di pi. Lui  come il vetro opaco, non si vede attraverso ed  fragile ai bordi. Ma  duro, pesante. Macellarn, se hai voglia di lavorare sodo, tra due anni sarai il pi forte di tutti. Il ragazzo sta ancora zitto, per ha capito. Mi dice solo s.
Eh, la disciplina  disciplina. Si sta da me in collegio, diventare corridori o niente. Sveglia alle cinque, colazione, poi in bici per tre o quattro ore, una volta arrivati lavarsi nella tinozza con acqua e aceto, pranzo, riposo dalle due alle quattro e riposo vuol dire dormire, poi ancora bici, alle sette si cena e alle nove e mezza a letto. Fausto segue la regola,  un soldato nato. In tutta la sua vita, prima che arrivi la dama non va mai a dormire dopo le nove, anche da campione che ha gi vinto tutto. Perch il segreto  il recupero, svegliarsi freschi come una rosa.
Fausto  serio ma non  triste.  vulnerabile, e gli piace stare da solo. Il ciclista sta sempre da solo e se uno  cos di natura, tanto meglio. Io gli insegno come rimanere calmo nei momenti decisivi e lui per quella cosa l ha il sesto senso, non sbaglia uno scatto. Anche alla fine, al mondiale di Reims, quando non ha pi le stesse gambe ma sa cosa farebbe se le avesse,  Fausto a dire a Baldini di partire da solo all'inseguimento che sembra una roba da matti. E non  gelosia, non  mandare un altro allo sbaraglio ma l'istinto del vincitore.
Il difficile, a quel tempo,  arrivare in orario alle corse. Alle volte  pi lunga la strada da casa che la gara. Ma Fausto quando pedala si carica di forza, invece di spenderla la accumula come una dinamo. Mai stanco, e la mattina sembra che la sua mamma lo abbia appena partorito. Si fanno anche 70 o 80 chilometri per raggiungere la partenza, e Fausto prima di incontrarmi si portava dietro sei uova insieme ai panini col formaggio di capra, che poi rimangono sullo stomaco come la pietra quanto la ingoia lo struzzo. Vince a Castelletto d'Orba, a Pozzolo, a Novi. Si compra una bicicletta nuova un pezzo alla volta, oggi le ganasce dei freni, domani i cerchi delle ruote, dopodomani un tubolare. Quando ha i soldi giusti si prende un pezzo. Un telaio lo fa piangere di rabbia fino a Asti perch gli dicono che non  mai pronto, ma il fesso  lui a pagare in anticipo. Mai pagare prima, a parte monss Bias con un coniglio o una pentola di fagioli borlotti, che qui non si lavora mica per la madonna pellegrina.
Alla Tre Valli, la prima volta che la vince non vogliono neanche farlo partire perch ha addosso una maglietta che pare un cencio, qui vogliamo corridori, mica straccioni, gli dicono.  il 1939 e lui arriva al traguardo in solitudine con la sua bella maglia da pezzente.
La maglia: quella iridata l'aveva gi presa due volte ma era dell'inseguimento su pista, di seta che non pesa niente ma vale meno rispetto a quell'altra del campione del mondo su strada. Avevamo usato la stricnina una settimana prima di correre che allora si poteva, e Fausto non ha mai nascosto di credere alla scienza e se c' qualcosa per andare pi forte allora bene, si pu usare, lui come gli altri. Le pillole a quell'epoca le prendono tutti e anche dopo, io dico. Prima della partenza gli passo una borraccia di caffeina pura, ma Fausto quel giorno arriverebbe da solo anche a pane e acqua, perch quando si mette in testa un traguardo non ci sono santi. La maglia iridata gli manca e il circuito di Lugano  fatto apposta per lui. Rimane soltanto Derycke a resistergli ma si capisce che durer poco, basta un'ultima codata di Fausto e addio. Parte sulla salita della Crespera e gli altri lo hanno poi visto al traguardo, quasi come alla Sanremo del '46, quando il radiocronista Carosio aveva detto primo Coppi, nell'attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo. Fausto ha l'et giusta in quel mondiale, appena un poco prima di cominciare a scendere i gradini. Sul podio c' anche la dama che ha una faccia da conquistatrice come se avesse vinto lei.
Il ragazzo parla solo se interrogato e mi piace anche per quello. Il primo premio che prende, una sveglia, lo porta alla mamma. Alle volte si spaventa per niente, e non dico, ma ha anche le sue manie, come quella delle borracce di latta: ha paura che non sono pulite bene e di prendersi qualche malattia, qualche microbo o qualche morbo strano, povero Faustn. Forse se lo sente, perch  anche vero che uno il suo destino lo porta scritto. All'inizio ha paura anche di me,  l'effetto che faccio ai ragazzi che vengono qui a imparare il mestiere della bicicletta. Li strapazzo per farli uomini e mica tutti resistono, le lenzuola alle cinque di mattina sono gelate e anche l'acqua nel catino, e noi si va ad allenarci in pieno inverno. Per chi rimane diventa un pezzo di legno che non sente pi il dolore. I ragazzi pedalano come bestie e io me lo ricordo Sandrino Carrea che era pi forte di un cinghiale e proteggeva Fausto fino all'inferno.
Il paese  un pugno di case, una trentina di famiglie che campano col grano e la vite, eppure lui  come un re arrivato da lontano per cambiare tutto. La sua carriera rosicchiata dalla guerra  durata una quindicina d'anni e anche meno, gli ultimi due non li contiamo, gli ultimi due del campione ha solo la testa ma non pi le gambe. Corre per stare lontano da casa, e per i soldi. Eppure il ciclismo con Fausto  diventato un'altra cosa. Io e lui insieme abbiamo inventato l'alimentazione dell'atleta, no, non il borraccino con la bomba ma la dieta con proteine, carboidrati, lievito di birra, germi di grano e frullati di fegato di vitello. Il ragazzo beve solo acqua minerale e t, non come Bartali che ama il rosso e l'acquavite e alle volte finisce la giornata con un sigaro anche al Tour de France. Fausto per tanto tempo aveva ingoiato poca roba, per il mangiare gli dava sostegno anche ai nervi. Al suo primo Giro d'Italia del '40 ha gli incubi notturni e allora il massaggiatore Villa gli fa trovare una coscia di pollo e lui si calma, a qualcuno serve una tazza di latte bollente, a lui serve il pollo.
Fausto  un amico fedele. Siccome  anche fragile, e in corsa pu diventare uno straccio in una manciata di chilometri - gli basta una ruota non cambiata in fretta dopo una foratura, anche se il suo primo nemico sono le crisi di fame - i gregari sono pi che soldati in battaglia per lui. Due o tre di loro sono proprio amiconi, penso al Sandrino Carrea, a Ettore Milano o anche al giovane Michele Gismondi che ha una dozzina d'anni meno di Fausto e lo guarda come un fratello pieno di ammirazione. La squadra mand proprio lui, Michele, a parlare con Faustn della dama, perch lei odiava tutti i gregari di Coppi e questo gruppo bellissimo si stava consumando e qualcuno voleva proprio andare via, e allora Michelino prende il coraggio e guarda fisso Fausto e insomma gli parla a nome degli altri, gli dice che cos non si pu continuare e che non  giusto che la dama li prenda a male parole ogni volta che loro vanno ad aspettarlo in villa per gli allenamenti, e che la signora tratta in quel modo anche me che sono anziano e cieco, e forse se lui non va pi tanto forte in bicicletta c'entrano le preoccupazioni, le lunghe notti tra le lenzuola e la smania di correre sempre per mantenere quel tenore di vita, il maggiordomo, la governante, i camerieri in guanti bianchi. Michelino ci disse che aveva fatto questo bel discorso tutto d'un fiato e che piuttosto avrebbe preferito sprofondare e che si aprisse il pavimento di colpo e che la terra lo inghiottisse come una polpetta. E ci spieg che Fausto aveva ascoltato ogni parola senza dire niente, senza neanche fare la faccia strana o arrabbiarsi, e alla fine aveva solo risposto ma tu, Michele, sei mai stato innamorato? E allora Michelino capisce e non dice pi niente, e anche noi capiamo che non c' niente da fare e che quella cosa Fausto la porter fino in fondo, sa solo il cielo dove.
Il primo amico di Faustn si chiamava Isidoro Bergaglio e faceva anche lui il corridore nel mio vivaio. Quando stavo diventando quasi cieco gli chiedevo di scendere a farmi la spesa, ed  cos che i due si conoscono, vanno in bici insieme e Isidoro fatica a tenergli la ruota. Dopo un paio d'anni viene da me e mi racconta questa cosa, che c' un ragazzo che non  proprio un corridore ma va via come il vento pi e meglio dei ciclisti veri. Anche questo mi mette la curiosit di mandarlo a chiamare e toccargli i muscoli con le dita, quando poi gli dico ragazzo, tu sarai la prima ruota del mondo.
Il pi attaccato a lui  suo fratello Serse, pi giovane di Fausto e naturalmente molto pi piccolo anche come atleta, per importantissimo. Fausto lo ascolta, e quando  triste bastano una battuta di Serse o una smorfia, basta che il fratello giri gli occhi all'indietro ed ecco che Faustn ritrova l'equilibrio. Peccato solo che in corsa nei momenti decisivi Serse sia quasi sempre lontano, perch  veloce ma non sopporta le salite, altrimenti per Fausto sarebbe prezioso anche l.
Il ragazzo  sensibile, troppo. Io penso che ha provato per tutta la vita a riscattare il peccato originale della miseria,  cos che funziona quando nasci povero e povero hai paura di tornare finch campi. Fausto  milionario, a un certo punto dovrebbe smettere per smettere non pu. Io non so fare niente altro, e non mi piace niente altro che la bicicletta, mi dice le rare volte che ha voglia di parlare disteso sul lettino dei massaggi. Io gli porto discrezione specialmente nelle faccende del cuore, dove lui  del tutto impreparato perch in vita sua ha visto solo bici e strada e ha sposato la prima ragazza che gli  piaciuta, mentre la prima donna che gli ha fatto rivoltare il sangue se l' rubato. Gli porto rispetto e mai gli parlo male della dama, giuro, anche se lei non mi pu vedere.
Al processo mi chiamano a testimoniare e l,  vero, mica posso raccontare storielle, c' il giuramento boia fauss!, l dunque dico che la dama ha fatto il vuoto intorno a Fausto e non sopporta nessuno, vuole esserci solo lei in prima fila quando arrivano i fotografi e i giornalisti. Ma di pi non aggiungo, non riferisco certe frasi che ci sarebbe solo da prendere il cappello e andare via, Fausto lo sa che parole mi dice la donna e come ha insultato una volta Ettore, il fedele Ettore - e, guardate bene, non ne parlo cos solo perch ha sposato mia figlia, siamo intesi? - quando lo ha accusato di fare la cresta sulla benzina dell'Appia che alle volte guida come autista per lei. Robe da non credere.
Ma io lo so che Fausto va lasciato tranquillo nel suo sogno, anche nel suo errore, non gli passer pi ma pazienza, un giorno aprir gli occhi e capir il grande sbaglio che ha fatto lasciando una donna che non sar una gran signora e che  semplice, lava, cucina e stira, anche se porta addosso una gelosia da non immaginare. Ma lo sbaglio grosso della Bruna  ripetere continuamente a Fausto di lasciar perdere la bicicletta e che  gi abbastanza, troppi pericoli, troppa fatica, mica vorr fare la fine del povero Serse, e in questo modo si caricano a vicenda anche con mamma Angiolina, di Fausto, molla 'sta bici e rimani a casa, ma sarebbe come chiedergli di smettere di respirare.
Le mie mani grosse prendono Fausto e lo rigirano. Tocco ammirato quella macchina meravigliosa come la prima volta che quasi non credevo alle mie dita, e badate bene che non mi  mai successo di dubitare di loro. Questo tipo lungo e magro, con le ossa che vengono fuori dalla pelle, penso, nasconde una potenza e un motore spaventosi, ha un cuore che batte pochi colpi fortissimi e che in salita non si metter mai a galoppare come un pazzo per bruciare l'ossigeno ma rester l, implacabile, a battere il tempo come la pendola in salotto, come un orologio da polso, gli stessi col cinturino in pelle che Faustn porta anche in corsa perch  un uomo elegante. Io non l'ho mai visto pedalare, ma so esattamente che posizione ha sulla sella che tiene un poco pi bassa del normale, lui da l non si alza nemmeno quando la strada sale che sembra dover arrivare in cielo ma Fausto niente, Fausto sempre regolare a pestare sui pedali muovendo appena le spalle senza dondolarle come un arrotino, senza gli scrolloni tremendi di Bartali, il mio Fausto  uno stilista anche sull'Izoard che sotto le sue ruote diventa liscio come la pista del Vigorelli.
Quanto mi sarebbe piaciuto vederlo sbucare anche solo una volta da una curva, e puntare i miei occhi sulla forma piena di grazia che si inclina appena per poi riprendere il ritmo, serio come un contadino sulla vanga. Mi sarebbe piaciuto guardargli la fronte senza neanche una goccia di sudore mentre scappa sul Tourmalet o sulla Bocchetta, e veder girare quelle cosce che nessuno al mondo pi di me conosce, grosse e lisce e potenti come un segreto d'amore. Avrei voluto puntare gli occhi nei suoi senza dire niente, come si fa dalle nostre parti, e capirlo un po' di pi per poterlo aiutare meglio, e se possibile riportarlo da questa parte del mondo perch Faustn ogni tanto scappa chiss dove, dentro tane che solo lui sa, come quando va a fare la posta alle starne col fucile ma  solo un modo per stare solo come in bicicletta, da nessuna parte si sta pi soli che l. Vorrei guardare il suo sguardo spiritato e assente, ma di pi mi piacerebbe conoscere le pieghe della sua faccia, il naso lungo, la bocca stretta, le guance incavate, la fronte con i capelli pettinati all'indietro e gli occhi, quegli occhi, naturalmente gli occhi.


Costante

Me, mi hanno tolto tutto. Poco alla volta ma tutto. Me mi hanno levato il nome, non dico Costante che poi veramente sarebbe Costantino che d l'idea di una cosa piccola come infatti sono, intendo il nome vero che era il soprannome: Campionissimo, i giornalisti lo scrivevano con la maiuscola e io ne ero orgoglioso e quando la gente mi incontrava per strada a Novi si levava il cappello e sembrava che stringeva la mano al papa. Poi, Campionissimo hanno chiamato lui.
Io lo sapevo che quel ragazzo non era come gli altri. Lo avevo visto correre quando ancora non riusciva a vincere perch faceva pasticci con la bicicletta e pedalava come uno spaventapasseri, per lo spaventapasseri pi bello del mondo. Era anche sfortunato oltre che maldestro, rompeva le ruote, bucava le gomme, ingrippava il cambio ma si capiva che quando scattava aveva il vento nelle gambe. Per questo provai a portarlo nella mia squadra, la Maino, con le mie biciclette, le Girardengo.
Me, la Grande Guerra mi ha tolto gli anni pi belli perch prima avevo vinto tutto e dopo pure, ma in mezzo? Chi me li rid indietro quegli anni dal '14 al '18? Anche Fausto  stato preso dalla guerra per quell'altra che per tutti  stata la grande, e invece quella proprio grande era la nostra che si viveva come vermi nella terra delle trincee e le baionette ti sbudellavano. Me, mi hanno tolto anche la guerra.
Ero arrivato sull'aia dei Coppi un bel pomeriggio, ci ero salito con la Millecento che veramente era gi da cambiare e tossiva pi di Bartali. Il ragazzo stava seduto sul muretto e c'erano il suo vecchio, Domenico, e lo zio Giuseppe. E signor Girardengo di qua, signor Girardengo di l, quanti salamelecchi e io pure non scherzavo, sorridevo largo perch sapevo che era giorno di caccia e sarei tornato a casa con una bella preda. Il vecchio Coppi ne stapp una di quello buono, poi un'altra buta stupa e intanto si parlava. Il ragazzo no, lui non parlava mai. Aveva vent'anni in quel 1939 e io lo avevo visto correre come un ossesso al Giro di Toscana che era rimasto nella scia di Gino quasi senza fatica, o almeno cos pareva, e poi cadendo aveva piegato una ruota e solo quello l'aveva fermato. Non corri cos se non sei un fenomeno. Me, mi hanno tolto anche il gusto di scoprire Fausto Coppi.
E allora Costante come va, cosa ci racconti Costante?, mi ripete il vecchio mentre versa altro vino che spuma fino in terra. Io dopo un po' vengo al dunque, ho qui un'opzione per il vostro ragazzo che mi mette una firma senza impegno e ancora non  deciso niente, mica vuol dire che correr per la Maino, ah no, questo lo decidiamo dopo le tre corse che verr a vedere e sia chiaro che Faustn deve pedalare sgagiato, altrimenti amici come prima. Resta inteso che gli dar una bicicletta Girardengo, sempre se poi facciamo la cosa, eh? Ancora il ragazzo non parla, io lo guardo un po' con un occhio solo e cerco di capire se  arrabbiato, se  solo pensieroso oppure triste o se invece magari  proprio fatto cos, uno di quelli che sembrano sempre alzati storti la mattina anche se c' il sole e hanno vicino una bella morosa. Ce ne sono, tipi del genere.
Faustn  un animale che non si fida e annusa il vento. Se lo guardi bene non gli di vent'anni ma quaranta, non per la faccia da bambino e neanche per la magrezza che hanno i maschi nell'et della crescita, non voglio dire per quello ma proprio per i gesti, i silenzi e il modo di guardare. I vecchi Coppi non sembrano tanto decisi ma io sono Girardengo! Mi sono mosso apposta salendo da Novi Ligure a Castellania dove di passaggio vanno solo fagiani e beccacce, e insomma sono io il Campionissimo e un po' di soggezione la metto. Finisce che Dumenichn e Giuseppe convincono il ragazzo a firmare lo scarabocchio sul pezzo di carta, e dopo i saluti io risalgo in macchina sicuro di essermi portato a casa Fausto Coppi.
Quando viene a saperlo, il cieco vuole prendermi a bastonate. Una furia, vi dico. Quell'uomo metteva paura a tutti, non solo ai suoi ciclisti che allevava come i polli dentro la gabbia. Era stato pugile, Bias, poi la vista gli era andata via dagli occhi. Dicevano che fosse stato nella banda di Pollastro che non era certo amico mio, tute bale, quella storia  venuta fuori dopo e non so neanche io come, figurarsi se potevo essere amico di un assassino. Ci conoscevamo come tutti al paese, ciau e ciau, e anche quella faccenda dell'incontro al velodromo di Parigi  una stupidaggine, io avevo tifosi dappertutto, io nella mia carriera ho vinto quasi mille corse in pista e cosa volete che mi ricordi chi veniva a salutarmi, chi veniva ad applaudire o chiedere cosa. Perch quando sei qualcuno, tutti hanno da chiedere. Il cieco s che era amico di Pollastro anche se non ne parlava mai, era astuto Bias, la sua vita gi grama non poteva sporcarla di pi.
Poi il ragazzo ha corso in quel modo bellissimo il Giro del Piemonte che anche quella volta l la bici gli ha dato una noia, cambio bloccato sul padellone salendo alla Rezza e cos Bartali lo stacca e poi va a vincere al Motovelodromo che quando entra Faustn la gente si chiede chi sia quel manico di scopa. Bisbigliano, forse qualcuno si segna il nome. Il ragazzo ha gli occhi da sonnambulo ma il cieco ha capito tutto, mentre io capisco che ormai mi scappa. Torno con la Millecento dai Coppi che la menano in lungo, signor Girardengo il Fausto aveva dato la parola a Pavesi, adesso la Legnano offre settecento lire al mese per dieci mesi, lei lo sa che siamo gente povera e quei soldi fanno comodo. Cos la mia opzione  solo un foglio di carta straccia e poi no, noi della Maino non possiamo pagare i corridori cos tanto, al massimo a Fausto posso dare una delle mie biciclette. E a quel punto il Dumenichn mi dice che posso pure tenermela.
Me, mi hanno portato via anche il record delle Sanremo. Ne avevo vinte sei, poi  arrivato il belga e ne ha prese sette. Un Campionissimo pure lui, anche se ormai di quel soprannome non m'importava pi. Fausto intanto cresceva nella squadra con Bartali, io penso che alla Maino avrebbe avuto pi spazio per si vede che era destino, infatti Bartali al Giro del '40 deve mollare e Pavesi grida al magro che pu andare via da solo senza farsi tanti problemi, cos Fausto scappa e va. Vince il Giro d'Italia a vent'anni e si comincia a dire che lo spaventapasseri di Castellania, il macellarn, potr diventare anche pi grande di me. Al tempo, penso io, per so bene che il Coppi  di un'altra razza.
Fausto e Gino li guardavo, come tutti, si pu dire che me li gustavo. Gino era fatto di bronzo, Fausto d'argento. Fausto non mostrava la rabbia e la paura, anche se negli gli occhi le aveva eccome, Gino quando pedalava era una bestia tutta denti che vuole morsicare. Bartali aveva sempre il broncio, Coppi era pallido come un morto ma superiore a tutto, anche in questo come i morti, s.
Faustn da ragazzo andava ad aspettare i corridori della Sanremo, si portava dietro un uovo sodo e un panino e stava l in cima alla salita. Una volta mi raccont che era andato sul Turchino e quando pass un gruppetto gli era sembrato di vedere Bartali. Fausto teneva per Gepn Olmo, andava a letto con le galline e si alzava con le allodole. Anche il Velo Club di Spinetta Marengo aveva provato a fargli il contratto, ma lui doveva prima comprarsi una bici nuova da Prina, ad Asti, una macchina che sar costata anche seicento lire. Io l'avevo visto subito che il giovane Coppi aveva muscoli lunghi e levigati come se ci avessero passato sopra la pietra, niente a che vedere col formidabile Gino che era invece un animale grezzo. Anch'io, modestamente, ero liscio come un purosangue e sul sellino stavo raggomitolato a palla, noi piccoli pedaliamo cos e siamo una cosa compatta, un pugno stretto e pieno di forza. Io credevo che dalle mie parti non sarebbe mai pi nato un corridore come me, invece le cose succedono e si fa presto a scendere dal piedistallo. Una cosa, per, non la dovete dimenticare: se c'era un corridore che magari era andato meglio di Girardengo, io accettavo la sconfitta. Non tiravo fuori quelle balle che a volte i ciclisti non la finiscono pi. La gente mi adorava e anche dopo, quando ho smesso con le gare e ho fabbricato biciclette, le persone che mi incontravano per Novi facevano l'inchino.
Quando hanno preso a chiamarmi Campionissimo era il 1919, avevo vinto il Giro d'Italia e sette tappe su dieci, le salite non erano il mio forte ma non mi staccavano mai e poi sul piano o in volata non c'era nessuno capace di battermi. L'anno prima mi ero fatto duecento chilometri di fuga per vincere la Sanremo, una delle sei che poi sarebbero state anche sette, come il belga cannibale ma tanto tempo prima, se non me ne avessero tolta una per pura cattiveria perch avevo sbagliato strada: i giudici dissero che cos avevo accorciato la corsa, ma secondo voi uno pu farlo apposta se di chilometri ne ha gi pappati quasi trecento? Che differenza volete mai che sia. Me, mi hanno tolto anche quella Sanremo.
Perch ero io il pi forte, ma una cosa l'ho sbagliata: scrivere la lettera ai giornali dove dicevo che l'unico Campionissimo ero io, mentre invece era gi nato uno pi grande di me e proprio dalle mie parti che  anche peggio, proprio tra Novi e Tortona doveva arrivare quel sacramento di scalss, di scheletro ambulante, che almeno il belga era venuto da lontano.
Io ero stato il pi forte fino ai giorni di Fausto. Avevo vinto la Roma-Napoli-Roma, 610 chilometri tutti in una volta, la corsa pi lunga del mondo. E avevo vinto anche la pi lunga tappa nella storia del Giro d'Italia, la Lucca-Roma di 430 chilometri che se la mettiamo vicino all'altra era quasi una passeggiata. Nel 1919 sono stato maglia rosa dall'inizio alla fine, e quando i francesi qualche anno pi tardi scrissero che un campione, anzi un Campionissimo  davvero grande soltanto quando mette il naso fuori dal suo Paese, io risposi che ero pronto a sfidare tutti i ciclisti del mondo e che scegliessero loro come. Li invitavo ad affrontarmi in una cronometro di 300 chilometri, per esempio da Milano a Sanremo, o anche in campo neutro e non in Italia, se preferivano, anche su 500 o 600 chilometri e mica solo di strada piatta, mettessero pure il Galibier o l'Izoard se volevano. All'inizio nessuno aveva risposto, poi il duello l'aveva finalmente accettato Henri Plissier il francese. Ce la vediamo nel Natale del '23 al Vel d'Hiv di Parigi e mi dispiace, ma stravinco io. La Gazzetta dello Sport scrive Costante Girardengo  invitto e invincibile, che qualche anno dopo lo dicevano solo del Duce.
Me, hanno provato in tutti i modi a farmi diventare pi piccolo di quello che ero ma non ci sono mica riusciti. Nel 1908, prima ancora di passare professionista faccio a gara con Dorando Pietri, che aveva perso in quel modo assurdo la maratona alle Olimpiadi di Londra, quando negli ultimi metri sembrava ubriaco. Facciamo a gara, io in bicicletta e lui a piedi, e non dovete pensare che era una faccenda scorretta: con le bici che avevamo a quel tempo, cos pesanti, e su quelle strade bianche di sassi era quasi meglio correre a piedi, si andava pi veloci. Dorando era famoso e voleva fare un po' di soldi, perci accettava ogni sfida. Ed  chiaro che quella la vinsi io.
La mia famiglia era di campagna come i Coppi. Eravamo poveri ma non miserabili, e mio padre non ne voleva sapere di comprarmi la prima bicicletta che poi alla fine prendemmo a rate, 160 lire costava e mi sembrava stupenda. Invece, a pensarci adesso era un carciofo. Quando ho smesso con le corse mi sono messo a costruirle io, mi piaceva che mi chiamassero industriale e mi piacevano soprattutto le biciclette, alle volte la sera finito il turno degli operai quando la fabbrica si svuota io mi mettevo a passeggiare nel capannone e guardavo le bici, tutti i pezzi delle mie bici mi guardavo, le cromature e le forcelle, le ruote luccicanti e i pedali, giravo le pedivelle con le mani per sentire il suono che fa la ruota libera quando ci passa sopra la catena oliata e poi va da sola per inerzia, da sola si mette a girare la ruota, per questo la chiamano libera.
Me, potevo essere il primo campione del mondo su strada ma anche quella gioia me l'hanno tolta, che quella volta la gara la vinse Binda che era proprio fortissimo anche lui, e nello stesso anno mi prese pure la maglia tricolore sebbene l'altra cosa no, il mio record di nove campionati italiani quello non me l'ha tolto nessuno, nemmeno lo scalss, quel mucchio di ossa lunghe, quella macchina bellissima del Fausto.
La gente impazziva per Coppi e Bartali e io la capivo, prima c'erano stati Guerra e Girardengo, Binda e Guerra, il tifoso ha bisogno di mettersi dalla parte di qualcuno,  come quando si va allo stadio, se poi non si parteggia non c' gusto. Anche a me mi piaceva guardare Fausto e Gino, che anche se era pi vecchio solo di cinque anni sembravano cinquanta. Gino diventava matto quando non riusciva a scrollarsi da ruota l'altro, si sentiva sempre il capitano, il guerriero arrivato prima a conquistare una terra, ma dentro di lui sapeva che Fausto era pi grande. Un campione lo sa lui per primo quando arriva uno pi grande, non lo accetta ma lo sa.
Nel 1938 - e che anno era stato quello! L'Italia di nuovo campione del mondo di calcio, il cavallo Nearco che arriva primo all'Arc de Triomphe - ecco, nel 1938 il nostro Gino aveva vinto quel magnifico Tour de France, io ero il commissario tecnico e l'avevo guidato dall'ammiraglia anche se lui veramente non ne aveva bisogno, Bartali a quel tempo era un mostro, in corsa portava la cattiveria anche se poi era buonissimo, lamentoso e noioso ma buonissimo e salv un sacco di ebrei da morte certa nascondendo documenti falsi nei tubi della bicicletta e fregando i tedeschi, anche se allora questa cosa qui non la sapeva nessuno e lui stesso non ne ha mai parlato, Gino non era tipo da vantarsi, se c'era una cosa giusta da fare la faceva e basta.
Gino Bartali mi piaceva tanto, anche se Fausto era un tattico e in bici era pi freddo e mi assomigliava. Il Coppi era un furbo, di quelli che non parlano tanto. Io l'avevo capita questa cosa guardandolo nell'aia il pomeriggio dai suoi vecchi, che ormai ero sicuro di essermeli cucinati a dovere tra un brindisi e l'altro e invece sono stati loro a fregare me, dandomi il contentino di una carta senza valore. Anche se poi  stato Fausto a scegliere la Legnano invece che la Maino, aveva dato la parola e non ascolt i suoi vecchi che gli dicevano ma Fausto, il signor Costante si  mosso due volte da Novi per te,  venuto fin qui da noi e noi lo rimandiamo indietro? Ma anche loro alla fine hanno cambiato idea quando hanno visto i bigliettoni, a questo mondo non c' principio che li valga.
Me, hanno calcolato che in bici avr pedalato qualcosa come 600 mila chilometri e difatti ero contento solo cos. In tante fotografie da ciclista si vede che rido, appunto perch sono felice. Il contrario di Fausto, nelle foto voglio dire, dove lui invece non sorride quasi mai, eppure io l'ho conosciuto bene e so che era contento solo in bicicletta. Dalle nostre parti siamo combinati in questo bel modo, che le cose ce le teniamo dentro. Io e lui non abbiamo mai parlato di quei pomeriggi in cascina, forse Fausto sapeva di non essere stato tanto giusto con me, o forse invece gli dispiaceva di avermi tolto tutto senza volerlo, pezzo dopo pezzo, che alla fine ti rimane solo il nome e poi neanche pi quello.


Dumenichn

Ma quale acquavite! Io dico solo che un paio di sorsi mettono il coraggio nel sangue prima di un assalto, quando aspetti l seduto nel fango della trincea, e davvero per me la grappa non  stata altro che un piccolo aiuto mentre ne vedevo morire tanti. Anche se una grande fortuna l'ho avuta: essere ferito prima di dare la morte a qualche cristiano. Tra le cose brutte che ho fatto nella vita, quella almeno no. Un'altra grande fortuna ho avuto io, non come la mia povera Giulina: non ho visto nessuno dei nostri figli nella bara.
Faustn  nato un pomeriggio di settembre del '19 che eravamo tutti in vigna per la vendemmia. Erano le cinque e mi hanno dato la voce, un piccolo  stato il pi svelto a salire, il mio Livio rampichino che sul costone gridava contento, raspando anche con le mani per venire su in fretta, la mamma ha comprato un bambino!, gridava. Sono andato da lei cos come mi trovavo, avevo il cappello in mano e nel rosso delle lenzuola c'era gi il figlio nuovo. Era minuscolo e non piangeva.
La mia famiglia, cos come la vedete, le hanno dato la forma le mie ferite di guerra. Prima di partire, veramente, con Giulina avevamo fatto Maria che  arrivata giusto nel 1914. Nel '16 sono tornato per la mietitura e abbiamo fatto Livio. Quando poi mi sono riaggregato in reparto, quasi subito mi hanno ferito e cos mi hanno rimandato a casa dove con Giulina abbiamo combinato la povera Dina. Poi c' stato il proiettile nella gamba che mi ha salvato la pelle anche se mi ha ridotto zoppo, e da quel ritorno  nato Fausto. O mandare un Cristo a morire o farne nascere quattro. L'unico che non c'entrava proprio niente con la guerra  stato Serse che quando  arrivato nessuno lo aspettava, povero Serse gi l.
Dell'acquavite non mi piace nemmeno il gusto che in pratica non sa di niente, ma ti lascia imbambolato e ti leva di addosso la paura dell'austriaco. Poi ho continuato a mandarla gi anche senza una baionetta davanti, e qualcuno dice che cos mi sono sgangherato la salute. Io penso che ho trovato solo compagnia e un modo per non sentire tanto il dolore quando sali una vigna da zoppo, che  gi abbastanza ripida per chi ha le due gambe buone, figurarsi per me che avevo quella caramella di piombo dentro il ginocchio.  fatica zappare in salita. Io mi sentivo il passo balengo, e dire che ero stato il pi bravo ballerino delle colline,  cos che la povera Giulina  rimasta presa nell'amore per me. Si andava a ballare e lei non era certo la pi bella con quel naso grosso dei Boveri, ma era la pi brava ragazza e la pi gentile e mi ha messo al mondo cinque figli portandone tre al cimitero pi me sottoscritto, che sono morto nel '41 che Faustn aveva gi vinto il Giro d'Italia, era partito soldato e gli  arrivato il telegramma della mia morte, una riga secca, il ventinove dicembre, quando finisce l'anno la mia famiglia muore.
Giulina era la nipote del parroco e i suoi avevano pi terra dei miei, tutta terra da zappare, non certo ricchezza. Anzi nemmeno bastava, e allora anche se avevamo quelle sei pertiche pavesi seminate a granoturco e le vigne che si arrampicavano, mi ero messo a vendere le uve gi a Novi e Tortona che si partiva di notte col carro. E Giulina sar stata anche brutta, e io sar stato anche zoppo, ma noi due abbiamo dato al mondo Fausto Coppi.
Guardare un figlio nuovo  sempre una roba strana, ti senti come diverso anche se poi  la solita vita e anzi c' da sfamare una bocca in pi. Quando Faustn mi chiese una bici io gli risposi te la compri. A Castellania ero stato il primo ad averne una, proprio io, il Dumenichn Coppi, poi l'ho passata a Giuseppe. Era di marca Aquila e Faustn pure lui l'ha cavalcata anche se gli andava grande come le braghe di un altro. Era magro il mio bambino e sembrava spiritato, gli stessi occhi di suo fratello Serse ma senza allegria, gli stessi di sua mamma Boveri. I bambini andavano per nidi e tiravano ai passeri con la fionda, poi trovarono da qualche parte non so come il fucile del bisnonno e un pistolone addirittura, robe da non credere. Ma allora ai ct si lasciava in mano di tutto, nessuno aveva il tempo di guardare che non si rovinassero, dovevano starci attenti loro e basta. Due cose per vi voglio dire che non erano vere: non  stata l'acquavite a farmi debole e a dare ai miei figli un sangue non tutto giusto, e nessuno qui faceva la fame, non Faustn che cresceva magro di suo, non per quello che aveva o non aveva nel piatto perch i Coppi la fame non l'hanno mai fatta. Nelle guerre, se c' qualcuno che gli rimane sempre qualcosa da mangiare sono proprio i campagnn.
Quando il ragazzo correva il Giro del '40 che aveva solo vent'anni e il toscano era stato obbligato dall'avuctt Pavesi a lasciarlo andare in fuga, noi salivamo tutti i pomeriggi alla scuola di Albina dove c'era l'unica radio di Castellania. E fermavamo le vanghe e le mani, poteva anche venire gi il padreterno a protestare ma noi per due ore non lavoravamo pi e ci mettevamo con le sedie attorno a quella scatola che con voce lontana ci raccontava cosa combinava Faustn. E io me lo sentivo che avrebbe vinto lui. Qui per lo devo dire con verit: io non lo volevo corridore ma pizzicagnolo. Quando lo avevamo sistemato garzone da Merlano, gi a Novi, gi mi studiavo che poteva un giorno diventare salumiere o mazzolaro, o anche arrivare a comprarsi un negozio con la pazienza e la fatica e qualche moneta da parte, che poi non si sa mai. Faustn lavorava serio, ascoltava ma aveva sempre dentro il desiderio della bicicletta, e quando mi raccontavano che in sella volava come un rondone all'inizio non ci credevo, sar mica un mestiere, la bici serve per spostarsi o tutt'al pi per divertimento. Ma Faustn voleva diventare come Olmo e poi come Bartali, che quando il mio ragazzo comincia a correre vince nel '38 il Tour de France: Fausto le piccole gare di paese, e Gino invece il Tour. Chi l'avrebbe detto che tempo neanche due anni e il ragazzo avrebbe lasciato indietro il toscano.
La mia Giulina voleva chiamarlo Angelo, io invece avevo deciso per Fausto come mio fratello che andava per mare. Alla fine abbiamo detto di scrivere Angelo Fausto Coppi ma poi l'abbiamo sempre chiamato Faustn, per non confonderlo col comandante. A Giulina non c'era stato bisogno di fare tanti discorsi per andare in sposa, le famiglie erano d'accordo. Poi ci siamo voluti bene anche se me ne sono andato che non avevo nemmeno cinquant'anni, prima la caramella nella gamba, poi la catena del bue che ancora un poco e mi taglia a mezzo, alla fine il brutto male. Ma sempre a zappare in salita, sempre a raccogliere grappoli, sempre sul carro per prendere le uve dai colli e portarle al piano. Qualche volta Faustn mi accompagna e si mette l seduto in mezzo all'uva, un giorno a Novi andiamo a mangiare in trattoria per festeggiare una vendita e il bambino assaggia anche un dito di rosso. Per non posso dire di averlo mai visto bere, Serse s, invece Faustn andava a pane e acqua.
Quando  nato, non eravamo pi di trenta famiglie in una ventina di case e cascine tra Mossabella, Sant'Alosio e Sant'Andrea. Su quelle terre mica resistevano in tanti. L'unica strada era segnata dalle ruote dei carri, e una piazza non l'avevamo. D'inverno si ammazzava il maiale, che il salame pi buono  quando si butta la pelle sopra la neve. Io l'avevo visto presto che Faustn non era tagliato per la campagna, e naturalmente provavo dispiacere perch poi un giorno sarebbero mancate due braccia. Ma volevo insistere con quel figlio quasi alto come il palo di testa della vigna e stretto come un ciabt,  stata la madre a convincermi che un ragazzo non  una pianta che se la leghi in un certo modo si spostano i rami e vanno a crescere dove vuoi tu. Dumenichn, mandiamolo garzone mi diceva la moglie, che un giorno vedrai avremo anche vantaggio.
La radio spiega tutti i posti dove non sono mai stato. Noi maschi ci mettiamo intorno e la scatola dice che Fausto scatta sull'Abetone, oppure che il gruppo passa vicino al mare. Ridacchiamo, perch in qualche modo siamo a scuola come dei ct. Io non so la geografia, so solo il Carso e i colli tortonesi. Tra noi c' sempre qualcuno che d sulla voce, io preferisco stare zitto e ascoltare che  come leggere un libro senza bisogno di conoscere le parole.
Era la scuola di Albina nata Tartara, poi sposa tardiva di Giuseppe che aveva fatto in tempo addirittura a essere uno dei suoi allievi pi grandicelli. A tutti i Coppi, la zia Albina ha insegnato le aste e non c'era in paese qualcuno che non le portasse rispetto, perch era la pi istruita in mezzo a noi che eravamo bestie. Trentasette anni  rimasta a girare tra i banchi, e quando  andata finalmente in pensione nel 1957 le hanno persino dato la medaglia. Il mio Serse era identico sputato a suo zio Giuseppe. Nella classe unica di Castellania studiavano i piccoli e i grandi, c'era uno stanzone che si arrivava salendo i tre gradini di pietra. Quando ci andava Faustn, i suoi compagni lo prendevano in giro perch aveva il naso lungo, lo chiamavano Pinocchietto ma giuro che non ho mai visto quella masn menare le mani. Fausto guardava storto e si teneva dentro le cose. Ha sempre fatto cos.
Se c' una cosa che mi mette contento  averlo visto vincere il Giro d'Italia, e poi tornare a casa per portarci la maglia rosa che veramente a me sembrava un po' sbiadita, aveva due tasche davanti e tre dietro per metterci la roba da mangiare e le borracce con l'acqua, e un colletto a punta che mi pareva la camicia della festa. Nell'anno che poi sono morto, Faustn era gi soldato e si era preso tutto in una volta i giri di Toscana, del Veneto, dell'Emilia e la Tre Valli. Io avevo capito da un po' che era stato giusto non obbligarlo con la salumeria, ma in quell'anno stavo quasi sempre a girarmi nel letto al buio, con lo stomaco che invece di digerire il pane si mangiava me.  brutto quando non muori svelto,  successo anche a Dina che se n' andata pure lei masticata dal male e non aveva neanche quarant'anni, povera figlia.  stato pi veloce per Fausto, nemmeno due settimane, e velocissimo per Serse, nemmeno due ore. Ma io per fortuna non c'ero.
Invece a Giulina le  toccato mettere il rosario tra le dita prima a me, poi ai tre figli. Se non diventi matto per una roba del genere, mah. E invece lei non la piantava pi l di pregare, che io avrei semmai tirato gi tutti gli angeli del paradiso e gli sarei corso dietro per prenderli a calci e avrei gridato al loro padrone e nostro Signore che non si portano via i figli cos, non c' dignit se accoppi i ragazzi nel pieno della giovinezza.
Io quando sul Carso facevo la vita del topo avevo sempre paura che a casa succedeva qualcosa di brutto, e molto di brutto poteva capitare anche a me, una pallottola sbagliata nella testa invece che quella giusta nel ginocchio. E davvero tra coltelli e fucili, bombe a mano e lanciafiamme e persino con i primi carri armati ne sono morti a caterve, c' chi dice dieci milioni, forse persino di pi, Giuda fauss!, e invece Dumenichn la pelle l'ha portata a casa ma ditemi voi a cosa  servito, se poi i miei bambini sono morti peggio dei soldati e senza ragione, che almeno la guerra  un motivo, mentre cadere dalla bicicletta e picchiare la testa no, e neanche un cancro  un buon motivo se non hai nemmeno quarant'anni e figurarsi se pu essere un buon motivo una zanzara. Il mio Fausto, che i giornalisti e gli scrittori avevano paragonato a certi animali magnifici tipo l'airone, andare a morire per colpa di un affarino da niente che vola sulla palude e va a succhiare il sangue dei cristiani. E ogni volta sempre la stessa processione con la gente che si arrampica fino al cimitero di San Biagio, dove per primo sono andato io a vedere che aria tirava e poi mi sono portato dietro una figlia femmina e due maschi corridori che avevano girato tutti i paesi e io l a casa a immaginare. Sempre lo stesso corteo tutte le volte con Giulina dietro la bara, che aveva aspettato che la chiudevano con i chiodi per l'ultimo saluto e poi qualcuno l'aiutava a tenersi diritta, ma figuriamoci se lei ne aveva bisogno o forse magari s, per non lo dava a vedere. E io a sentirmi in colpa per essere morto troppo presto, senza lacrime da versare per i figlioli e senza dividerle con la mia sposa. Mi  sembrato quasi di scappare.
La Dina parlava poco anche lei, e quando ha preso a stare male ho saputo che diceva meno ancora. Serse invece  morto che doveva vedere una ragazza a Torino dopo la corsa, il vestito scuro nella valigia. Giulina, io non sarei riuscito a fare come lei, io sarei finito al manicomio o mi sarei tirato dentro il torrente. E poi Fausto che dicevano che non ne poteva pi di vivere in quella maniera, gli facevano fare il signore anche se arrivava da questo paese di galline e non aveva studiato pi che con l'Albina, per aveva fatto i milioni a forza di pedalate che in Francia a un certo punto correva anche tre gare insieme nella stessa giornata, tutti soldoni sull'unghia. Invece io non ho fatto in tempo a uscire dalla fatica e dai pochi denari per non mi importava, per me  andato giusto bene anche solo guardare quel figliolo da lontano e aspettare che arrivava e poi mettermi l con Giuseppe e Livio per ascoltare lui che la contava.
Prima la vigna, poi la guerra, poi ancora la vigna. E questa vita della malora me l'hanno fatta pi leggera solo i figlioli, che non lo capisce mica chi non li ha. I figlioli cambiano tutto. Puoi averci la luna storta o storta una gamba, puoi non levarti mai la fame o essere condannato a un dolore come il mal di denti o la pellagra, ma con dei figlioli per casa sei tu il re. Io e Giulina Boveri ne abbiamo fabbricati cinque, e lei quando li comperava poteva finalmente riposarsi un po'. I figlioli sembra che non cambieranno, e ci sar sempre quella loro voce da bestioline dentro le stanze, e poi i tuoi pensieri di genitore che ha paura dei pericoli o che vengano su come la malapianta, e non ti riesce di dormire quando arriva buio se non senti che l'ultimo di loro ha chiuso l'uscio per rientrare. Il padre e la madre si rigirano nel letto e intanto pensano, e se li ricordano bambini e poi fanno mille ragionamenti su come andr a finire la vita e come troveranno i soldi per farli studiare e magari un buon mestiere, anche gi in citt se serve. Loro fuori per i campi o alla festa in paese, loro a ballare o a bere una volta e tu zitto l nel letto che solo chi non ti conosce pu pensare che dormi, invece Giulina che mi sapeva tutto intero dall'inizio alla fine, dai capelli alla punta dei piedi, lei lo sapeva che io ero sveglio. E mi  sembrato di far finta di dormire anche dopo, quando ho dovuto salutare tutti i miei figlioli e la moglie per andare in quel posto dove non si ritorna. Dietro di me, ordinati e in fila come a scuola, la povera Dina, Serse con quegli occhi grandissimi e Fausto bianco come la calce. Tutto  durato un giorno.


Maurice

Tanto per cominciare, la mia bicicletta pesava due chili pi della sua, e voi signori lo sapete cosa significa? La sua Legnano era come un bambino di 7 chili e mezzo, i tubolari pesavano 110 grammi quello davanti e 120 grammi quello dietro, la bella bici era l'unica cosa che luccicava quel pomeriggio, l'anno il 1942, il mese novembre, il giorno il 7. Sulla pista di legno io ho perduto il mio nome, potete crederci signori.
Cinque anni prima c'era stato il mio giorno. 3 novembre 1937: Maurice Archambaud batte il record dell'ora al Vigorelli di Milano, anche il posto mi ha copiato l'italiano ma non poteva non farlo, il Vigorelli era la pista pi veloce al mondo ed era casa sua. Erano cadute le bombe fino al giorno prima, 30 mila bombe sopra Milano in una settimana, nel cielo 74 Lancaster con la pancia luccicante come la bicicletta di Coppi, 171 morti, 441 case distrutte, 330 incendi in citt. I numeri mi piacciono molto, signori, perch sono lo scheletro di tutte le cose. Il numero dei battiti del nostro cuore, il numero di casa della morosa, il numero di rose che le manderete per chiederla in sposa, il numero delle prime scarpe della vostra bambina. E il numero di metri che un ciclista pu percorrere in un'ora senza fermarsi mai: io, modestamente, 45 mila e 767. Io, signori miei, ero una macchina perfetta. Ho vinto dieci tappe nella mia vita al Tour de France e una anche al Giro d'Italia, e nel 1932 il primo Grand Prix des Nations della storia che era come un mondiale per noi uomini orologio. Per noi ma non per lui, che comunque era diventato matto a forza di girare dentro il velodromo per un'ora e alla fine aveva detto ho partorito con dolore,  peggio che correre un giro intero,  pi dura dell'Izoard, mai pi.
Perch s, ve lo dico anch'io, pestare cos i pedali  come morire. Quell'anello ti ammazza minuto dopo minuto, metro dopo metro, sembra che tu corra da solo e invece devi battere tre avversari invisibili, il cronometro che gira insieme alle gambe con le sue lancette criminali, la campanella che ti dice se sei in vantaggio oppure in ritardo, ma soprattutto il corridore che ha fatto il record prima di te:  lui l'ombra che ti corre vicino ma pi spesso davanti e tu lo sai che c', anche se non puoi vederla. A me questa cosa  successa doppia: avevo un fantasma da battere e un fantasma mi ha battuto. Perch ero io, in quel pomeriggio di novembre del '42, l'ombra che Fausto Coppi inseguiva.
Non dico di essere stato un drago della bicicletta, questo no, mentirei se lo facessi, ma ho avuto soddisfazioni e rispetto. Ho vinto le cronometro dove la strada scorre sotto le ruote come un rullo, e non puoi dondolare neanche un po' le spalle altrimenti non ti infili nel vento che  l'unica finestra dove puoi scappare, anche se alla fine non scappi proprio da nessuna parte e la bici ti ha preso per le caviglie e ti tiene stretto. Ho vinto le Seigiorni dove si corre in coppia e la gente cena sul prato, le belle donne sollevano i calici e brindano mentre i cavalieri versano lo champagne e suona la musica ma tu niente, tu le vedi quelle dame con la coda dell'occhio e non hai nemmeno il tempo di desiderarle tra uno sprint e l'altro, sempre a girare come una bestiola nella ruota, le gambe lucide di olio canforato e la maglietta di seta perch tutto in pista dev'essere elegante come una serata a teatro, e i ciclisti non sono sporchi come in una tappa di montagna, non cadono nel fango, non pisciano tutti insieme in fila sull'orlo della strada che guai a chi scappa via in quel momento l, se uno fa il furbo poi  sicuro che lo riprendiamo e finisce nel fosso. Oh signori, le Seigiorni sono un mondo di luce e io ci stavo da re.
Una volta ho fatto anche quarto alla Roubaix, che ce ne vuole di coraggio e forza anche solo per arrivare in fondo. E lo so che l'italiano mi surclassa nell'albo d'oro, ma so anche che quel giorno di novembre gli ho fatto sputare il sangue e strizzare le budella, e a met gara sarebbe sceso dalla bici e avrebbe volentieri abbandonato se il cieco non gli avesse urlato di bere qualcosa di caldo e poi accelerare senza paura. Per vincere quella corsa maledetta si prendono le pasticche, anch'io lo avevo fatto perch non c' uomo che possa resistere a una simile tortura, simpamina e stricnina che se sbagli la dose vai all'altro mondo come le dame che si uccidono per amore, magari proprio la mattina dopo quei brindisi con lo champagne.
Io sono stato un bravo ciclista normale come ce ne sono tanti anche se non tantissimi, per questo signori non mi pare giusto che il grande Coppi si sia mangiato il mio nome come la balena quando spalanca la bocca che sembra una grotta. Poteva lasciarmi stare e lasciarmi il mio primato ancora per un po', in fondo lui quel giorno aveva appena 23 anni e non credo gli mancasse il tempo di riprovarci pi avanti, cos io sarei rimasto tranquillo e contento e mi sarei tenuto il mio nome.
Non ero favoloso in bicicletta ma quasi, e ho portato anche la maglia gialla che  quasi pi della bandiera e tutti ti indicano col dito quando passa la corsa, i bambini specialmente, e la Francia si ferma a guardare. Mi chiamavano nano oppure bambolotto, il mio sorriso piaceva ai fotografi e alle donne e a loro piacevo un poco anch'io, che i baci ho finito per non contarli pi. A volte in corsa ero distratto e cadevo, non  facile pedalare in mezzo al gruppo per noi solitari del cronometro che stiamo bene solo cos, a morire di fatica nella scia delle nostre ombre con altre ombre da lasciare indietro. E non sono stato fortunato, nossignori, non direi proprio. Una volta sulla pista di Algeri nel 1932 me l'ero gi preso il record dell'ora di Oscar Egg, cos si chiamava quel giorno il mio fantasma, ma siccome mancava il giudice e c'era solo il cronometrista ecco che il primato non  stato valido. Cos mi hanno obbligato a morire una seconda volta e il mio nuovo fantasma si chiamava Frans Slaats, olandese, quest'altra volta sono morto a Milano con tutti i sentimenti, con i sacchetti di sabbia a marcare la pista come si deve e naturalmente il giudice, bella vita la sua mentre aspetta che il corridore finisca di soffocarsi per scrivere l'ultimo numero con la penna sul foglio, se hai vinto o invece hai perso, un s oppure un no.
Il nano non si  mai arreso, signori miei. Decisi che al Vigorelli avrei sbriciolato il muro dell'ora, ma quando provai la prima volta mi esplose una gomma ed  un disastro cos, perch perdi il ritmo e il tentativo fallisce, sia il primo chilometro oppure l'ultimo, pi che altro perch ti crolla tutto dentro. Ma io ci ho riprovato ed era il mese di ottobre del 1937, l'Europa non era ancora diventata matta, la gente gridava il nome dei corridori e la Francia voleva bene al suo bambolotto. Scendo dunque in pista e comincio il riscaldamento, la pedalata  giusta, il legno fa un bel rumore quando ci scorro sopra e sembra il respiro di un grosso animale.
Io ho sempre saputo pensare ai compagni, quella volta sull'Aspin non ho avuto esitazione nel passare la ruota a Speicher che era la nostra maglia gialla e aveva bucato in salita, io gli ho dato un pezzo di bicicletta che signori era anche un pezzo di me, e lui  volato in alto come un nibbio e quel Tour l'abbiamo vinto noi, eccome se l'abbiamo vinto! Per signori, vedete, il cronometro  un'altra cosa, ci siete solo tu e lui, il tempo non aspetta e gli corri incontro, poi cerchi di lasciarlo indietro. Illusione. Nella vita di ogni giorno almeno  cos, ma sopra una bici veloce puoi anche lasciarlo indietro davvero. Tu contro il tempo: nessun essere umano sano di mente lo accetterebbe, il ciclista invece s. E io lo sentivo quel tempo che mi scorreva nelle vene, giusto e preciso come un appuntamento. Ce l'avrei fatta. Correvo liscio anche se soffrivo, avevo preso il passo e il ritmo che volevo. Mancavano solo quattro minuti, ero in pista da cinquantasei e di nuovo mi scoppia il tubolare proprio l, dopo tutta quella fatica bestiale, io non posso dirvi signori la rabbia ma di pi l'avvilimento, in un attimo insieme alla gomma mi scoppia il cuore.
Rallentare, fermarsi, scendere di sella, guardare l davanti qualcosa che non c'. Ma poi pensare che non pu finire cos, decidere che verr quel giorno. Un mese intero mi sono macerato nel pensiero, a rivoltarmi nel letto che mi pareva di essere sulla curva del Vigorelli che quando poi sbuchi sul rettilineo ti senti come il sasso di Davide. Mi ripresento a Milano venti giorni pi tardi, il 3 novembre, tirato a lucido e ancora pi deciso, ancora pi allenato. Il nano si rimette in bicicletta e stavolta i tubolari tengono e le gambe di pi. La campanella mi dice che sono in vantaggio sull'olandese e lo so che non mi riprender. La paura mi mangia l'anima solo negli ultimi cinque o sei giri, paura di forare di nuovo, di rallentare per qualcosa che si rompe dentro, vedo la nebbia davanti agli occhi e il respiro mi sembra perduto, stop, addio, nei polmoni non circola pi ossigeno ma benzina infuocata. Poi per l'ultima campana mi dice che  quasi finita e non c' pi tempo per niente. E quando sento il colpo di pistola, so di avere vinto: il bambolotto ha percorso in un'ora 45 chilometri virgola 767, vale a dire signori che ho fatto 282 metri pi di Slaats, meno di mezzo giro di pista, la coda di uno scatto, eppure  la distanza tra la Terra e la Luna. Il mio nome si riempie di quei 282 metri che se anche fossero millimetri io ugualmente sarei il signore del tempo.
Per cinque anni e quattro giorni ho regnato su un pianeta bellissimo. Poi arriva lui, quasi vestito di stracci.  soltanto un ragazzo. Ha il caschetto imbottito di feltro e la maglia di lana con le tasche: non sembra davvero un pistard. Gli hanno raccontato che se si prende la mia ora, non parte pi soldato: illuso. Si  allenato sui rettilinei tra Novi e Tortona, sopra una bicicletta da pista con un freno solo. Per una settimana ha mangiato bene, quel cieco malefico gli ha preparato tutto. La mattina del record c' nebbia, meglio, pensano i milanesi, cos gli aeroplani non si alzeranno. Eppure non  mica facile battermi, il nano era andato forte, se ne accorse Fiorenzo Magni che pure era una macchina potentissima e aveva provato a togliermi il nome anche lui: in un'ora di strazio gli era riuscito di percorrere solo 44 chilometri e 440 metri.
Il giovane Coppi si era rotto la clavicola a giugno, meno di cinque mesi prima: si spezzava come un ramo di salice, aveva ossa fragili, non come il bambolotto che modestamente non si rompeva mai. Fausto Coppi era la pi bella pedalata del mondo, signori, credete a me. Ma io l'ho fatto penare, io sono stato il suo fantasma cattivo e il ragazzo avr anche battuto l'universo sulle grandi salite, avr vinto tutte le classiche e la maglia dell'arcobaleno ma potete giurare che mai un avversario l'ha tenuto al gancio pi del nano, io che non c'ero ma gli pedalavo vicino e in quel giorno di novembre gli ho visto sputare anima e sangue, e alla fine anche se sconfitto ho ascoltato il suo giuramento, le sue esatte parole, mai pi.
Il cieco aveva calcolato che il piemontese vestito di stracci potesse togliermi il record pedalando per trentuno secondi al giro o poco pi. Il legno gemeva sotto quelle ruote come un gattino malato. Coppi parte fortissimo, troppo.  l'errore degli stradisti, pensare che sullo slancio il resto verr. Ma un'ora in pista non  una cronometro sull'asfalto,  una centrifuga da perderci la ragione, dopo dieci o quindici giri ti senti gi rimbambito, sei un bambino al luna park pentito di essere salito sulla giostra. Sembra divertente all'inizio, ma non  vero.
Dopo venti giri, Fausto  in vantaggio su di me. Glielo dice la campana e glielo grida il cieco a ogni passaggio. Io penso che non durer. Conosco quel gioco e so che brucia tutta l'aria nei polmoni, mette il grigio negli occhi e piano piano spegne la mente. Io vi ripeto, signori, che pedalare in quel modo e senza sosta per un'ora  la maniera migliore per diventare pazzi.
Infatti, Coppi al trentesimo giro  in ritardo. A met corsa, dopo mezz'ora che  come dire dopo mezza eternit, io avevo percorso 23 chilometri e 7 metri, l'italiano 22 chilometri e 946. Il mio fantasma pensa che Fausto non si riprender, e che in tutti quei giri ancora da fare si attorciglier come un gomitolo. Il cieco gli grida di bere, Fausto rimane nella sua posizione magnifica e trova chiss dove un ritmo suo, il passo che si difende e poi va alla conquista. Eppure viaggia quasi a strappi, c' il momento in cui arrivano le streghe e puoi chiamarle tutte per nome ma credetemi signori, se quel momento passa allora la gara pu essere vinta. Fausto Coppi, lui sa prendersi addosso il dolore.
Mi hanno detto che si era grattato la caviglia con le unghie fino a farci uscire il sangue, e poi aveva messo sulla ferita una pasticca di stricnina tenuta ferma dal calzino, e che insomma la stricnina gli fosse entrata cos nel sangue. Io non lo so. Ma so che al giro numero 95  in vantaggio lui per due secondi e rotti, eppure al giro 103 sono di nuovo davanti, il fantasma del nano lo stacca, io che neanche corro gli sto di fianco e poi davanti e al grande Coppi tocca guardarmi la ruota. Il ciclista s'incanta fissando la ruota di un altro,  come un'ipnosi di qualche strano mago. Eppure, dal fondo del pozzo il bellissimo Fausto riesce a salire proprio con le ultime pedalate, forse  questo che distingue chi sa filare dentro il vento che se ci riuscissimo saremmo tutti Coppi, ognuno di noi lo sarebbe.
Va a finire che l'italiano vestito di stracci mi arriva davanti al colpo di pistola di 31 metri che dopo un'ora sono niente, sono il sospiro di una mamma, l'ala di una rondine, un petalo di rosa. Undici metri dopo 115 giri di pista, come dire che mi ha mangiato 26 centimetri al giro, una spanna. Fausto Coppi ha percorso 45 chilometri e 871 metri e lo vedono arrivare barcollando, lo raccolgono come un morto nella luce del suo trionfo che gli  costato anni di vita io penso, signori, e penso che tutta quell'aria bruciata per correre dietro al nano gli sarebbe servita nell'ultima ora, povero Fausto e povera la sua fine.
Io, che non sono un santo e che mi sentivo derubato di quello che ero, cio del nome, della mia storia e del mio destino che stava tutto in un numero lungo un'ora, provai a reagire come fa il pesce quando  gi preso all'amo. Guardai le fotografie del Vigorelli e mi accorsi che non avevano messo i sacchetti di sabbia per segnare la pista, e che questo magari significava che Coppi aveva fatto meno strada di me, come se nel velodromo ci fosse una scorciatoia. Protestai, feci ricorso: non giudicatemi male, signori, tutto pu tentare un uomo che si sente rapinato anche se non lo . And avanti a lungo quella storia che a me pareva una specie di ultima gara, l'unico modo che avevo per difendermi, per staccare di nuovo l'italiano. Finch si decise di cercare il cronometrista di quel novembre del '42 al Vigorelli che si chiamava Ferruccio Massara e che era il testimone pi credibile, solo che il poveretto era morto nei giorni della liberazione di Milano. E allora il record dell'ora rimase a Fausto Coppi come era anche giusto, adesso posso dirlo signori, era giusto che quel record fosse della pi bella pedalata al mondo. Al nano, al bambolotto, a Maurice Archambaud  rimasta per la consolazione di due parole, quelle che uscirono dalla bocca storta di Fausto, due piccole parole: mai pi. Gliele ho imposte io, come la spada sulla spalla del cavaliere.


Serse

Lui sparava alle starne, io tiravo alle grondaie per spaventare i passeri e ridere una volta tutti insieme. Lui pedalava dritto, io storto. Lui beveva acqua, io vino. Lui era sempre serio, a me mi piaceva scherzare. Lui era nato nel '19, io nel '23. Lui il quindici di settembre, io il diciannove di marzo. Lui correva in bicicletta e anche io correvo in bicicletta. Lui era Fausto, io Serse.
Per vi voglio dire adesso che non  mica vero che quella sera a Torino dovevo vedere una ragazza, perch io volevo bene all'Angioletta e lei lo sa che l'avrei anche sposata. Io quella sera avevo il vestito buono per andare a ballare al Lutrario e per bere una coppa di champagne, va bene diciamo due, diciamo tre: dovevo pure rimettermi dentro un po' di liquidi perduti in corsa, no? Poi l'abito scuro mi  venuto buono per la bara, non per il dancing e nemmeno per Angioletta che  uguale al nome che porta, altrimenti mica avrebbe aspettato uno come me se non era un angelo del paradiso. Serse il gallinaccio, Serse il papero. Scrivevano che pedalavo come una giraffa e avevano ragione. Del resto, chi nasce dritto come un fuso, per esempio mio fratello, e chi nasce a sghimbescio.
Avevo dormito da zia Albina quell'ultima notte. In casa della maestra avevo sognato male. Il cane, quel cane della malora. O forse c'era davvero l fuori nel buio della campagna, forse non era neanche un sogno.
Al Giro d'Italia del '47 cado di schianto e mi rompo il femore. Stagione bella che andata. Poi mi rimane una gamba pi corta ma io penso che ce l'ho sempre avuta, almeno cos si spiega che mi muovo come un bambino sul cavallo a dondolo. Quella volta l mi investe una motocicletta, non  colpa mia. Anche Fausto ogni tanto cade e qualche osso fa cric-crac, magari dentro siamo grissini quando fuori sembriamo pietre da mulino. Noi ce l'abbiamo un mulino a Castellania. E quante volte da bambini io e Fausto siamo caduti e ci siamo rotolati facendo la lotta, e siamo scappati a rincorrerci gi per le rive e ci siamo tirati i sassi e i pezzi di legno ma sempre per gioco, e in bici si faceva sera a forza di scappare e riprenderci anche se da piccolo Fausto era gi Coppi, una saetta, lo guardavi e lo cercavi e lui non c'era pi. In quei momenti mi sentivo un po' solo perch dovevo andare a capire dov'era finito mio fratello, poi Fausto saltava fuori di colpo o mi aspettava in cima al colle e mi prendeva in giro, era ora che arrivavi, hai dormito nel pollaio?
Fausto lo volevo contento e soddisfatto. Noi gregari ci mettiamo intorno a lui per ripararlo dal vento quando si fila in pianura, e il gruppo  come un pugno stretto su una noce. Se fora, gli passiamo la ruota e lo aiutiamo a rientrare nel grosso, che comunque a lui bastano un po' di pedalate giuste. E gli portiamo l'acqua, certamente, che Fausto vuole bella fresca e se sente che  calda te la rid indietro, e allora tu gli dici ma Fausto, porta pazienza, mi sono fermato alla fontana e ho fatto il pieno e mi sono riempito le tasche ma poi per riprenderti ci ho messo un po', come da bambini ti ricordi?, tu in bici mica aspetti, devi vincere i tuoi giri i tuoi tour i tuoi lombardia, e allora lui ti guarda un po' storto con le labbra che si muovono appena attorno alla bocca da coniglietto e alla fine te lo chiede di nuovo con gentilezza, fammi un piacere Serse, fermati al primo bar e portamela fresca.
Avevo anche provato la fuga in quel Giro del Piemonte per niente, Gino andava troppo forte e Fausto sembrava non averci voglia. Tre mesi prima, mio fratello tanto per cambiare era caduto alla Milano-Torino e si era rotto la clavicola, quel giorno diluviava, proprio al Motovelodromo era caduto - ricordatevi questo nome - e aveva vinto Magni il leone delle Fiandre. La pista di cemento aveva fatto male a Fausto che lo operarono e doveva tenere il braccio dentro al foulard. Non sai pi andare in bici Fausto, non riesci pi a tenerti dritto gli avevo detto un po' per ridere. Oramai sembri me.
Quando Fausto aveva il magone, era da Serse che andava. Senza dire proprio niente, per io capivo. Me lo prendevo e lo portavo via come da ragazzini che si tirava ai passeri con la pistola del bisnonno che faceva pi baccano che altro. Quando gi eravamo professionisti, nostra madre ci diceva sempre di smettere di correre e ogni volta che uno di noi due cadeva, lei lo ripeteva, ma piantatela l che mi darete il crepacuore, e allora Fausto la fissava in quel modo zitto e io invece rispondevo guarda mamma che io cado per finta, cado solo per non essere da meno di Fausto che  lui che non sa andare in bicicletta e bisogna mettergli le ruotine.
Quando scendi da Sassi in corso Casale, la strada piega un po' verso destra mentre passi davanti alla Madonna del Pilone che quel giorno si vede che aveva altro da fare. Le madonne sono mamme e allora vuol dire che anche loro sfaccendano in casa e non stanno mai ferme, e se quella del Pilone assomiglia alla mia  sicuro che il pomeriggio del 29 giugno 1951 stava dando da mangiare alle galline. Dunque sar stata magari girata di schiena mentre passavo sulla mia bicicletta che a quel punto bisogna preparare la volata, e io dico che se una madonna  girata di schiena non pu occuparsi di Serse che pedala come un papero, davvero non pu proteggerlo.
Una volta sono entrato in una chiesa proprio a Torino, non che io ci andassi tanto, ma quella volta chiss come ero entrato e avevo visto un muro altissimo tutto pieno di quadri che sembravano disegni di bambini, e si vedevano persone dentro terribili incidenti di automobile o di motocicletta o anche trattori che si erano ribaltati e la persona era rimasta schiacciata sotto, ma tutti si erano salvati per grazia ricevuta, e appunto per dire grazie alla Madonna o a Nusgnr avevano fatto dipingere il quadretto e l'avevano portato in chiesa. Mi impressionai.
Dopo la Madonna del Pilone, la strada continua diritta verso il Motovelodromo che poi si entra con una curva secca a sinistra. Da un lato c' il fiume e, sopra, i tigli che mandano quel profumo un po' dolciastro. Il bello della bicicletta  che impari a distinguere le stagioni dall'odore delle piante e dai loro colori, io vengo dalla campagna e certe cose dovevo gi saperle ma quando ci vivi dentro le noti meno, tutto prende un giro che ti sembra normale, le foglie della vite diventano rosse e si vendemmia, bn. In bici invece ci stai pi attento a certe robe,  come se tu attraversi il mondo per la prima volta e lo guardi con gli occhi di Adamo, che nessuno prima di lui aveva visto come sono fatti un castagno o un papavero.
Passava il tram, a quel tempo, in corso Casale. Ma se tu devi prendere la ruota giusta per lo sprint e se vuoi entrare in pista tra i primi, altrimenti  tutto inutile e la volata  meglio che non la fai neanche, allora gli ultimi metri di strada sono i pi importanti, si lavora di gomito e si tolgono anche le mani dal manubrio, se capita, per spingere via un altro oppure indietro. In tutto quel gran trambusto, faccio uno scarto e infilo la ruota nella rotaia del tram. Da bambini tiravamo agli uccelli con la fionda: quella volta ho fatto come il sasso e sono partito via dalle mani della Madonna del Pilone. Quando lei si  voltata con quella faccia che hanno le mamme quando si spaventano, io ero gi in terra.
Mi ricordo il prato del Motovelodromo e come ci arrivo lo stesso in bicicletta che non si  rotta, e io nemmeno. Il corridore cade e si rialza quando pu. La corsa  perduta, c' solo il foglio dell'arrivo da firmare e poi via in albergo. Ha vinto Gino. Mio fratello arriva dopo, non ci incontriamo. Decido di montare in sella e andare verso la stazione, che da corso Casale saranno s e no tre chilometri. Pedalo piano ma sto bene, ho solo una riga rossa qui sulla fronte, nella parte sinistra, che sembra il graffio di un gatto arrabbiato. C' una bella luce nel cielo e io sono stanco per la corsa, ma uno stanco normale, giusto. Quante volte sono caduto nella mia vita. Sempre in piedi dopo, per. Sono caduto innamorato tante volte sul palchetto di un ballo, sono caduto dalla riva scivolosa negli inverni a caccia, sono caduto un'infinit di volte dalla bici e a piedi da bambino con le ginocchia sui sassi del sentiero, e sono caduto tra le pannocchie e in mezzo ai grappoli d'uva sul carro, che pi che cadere quello era rotolarsi con Fausto che se la rideva un po' da serio come faceva lui. Sono caduto dalla Lambretta e dalle scale del cinema con la mia gamba pi corta che per quando pedalo non si vede mica, e sono caduto contro quella moto al Giro d'Italia e poi vicino al fiume mentre cerco la ruota giusta per la volata, se entri secondo o terzo nel velodromo puoi ancora sperare di vincere, se invece entri pi indietro sei fritto, non scattare neanche, lascia perdere, la pista di Torino  lunga quattrocento metri e comunque non rimonti pi. Ci sono certe curve che sembra di salire in montagna, e quando ti tuffi c' l'aria che ti morde le orecchie e se hai paura allora vuol dire che hai sbagliato mestiere. Io sono gregario per centonovantanove chilometri su duecento, ma se poi arrivo con gli altri posso giocarmela perch sono veloce e anche Fausto qualche volta mi grida di andare. Allora mi butto a sghimbescio come sulla pista del foxtrot. Ho anche vinto cinque corse, cos, e una modestamente la pi grande del mondo.
Finisce insomma che arrivo all'albergo Genio, l vicino a Porta Nuova dove noi della Bianchi andiamo sempre perch  comodo per i treni. Salgo in camera e mi sento come dentro la nebbia quando dalle nostre parti si allarga dai campi e ha quell'odore di qualcosa che puoi mangiare. Sono sfasato ma io mi sento tante volte cos, dopo la grande fatica specialmente. Tolgo la divisa da lavoro e mi butto sotto la doccia, per mentre mi lavo mi prende sonno, non riesco proprio a tenere gli occhi aperti, come far a ballare al Lutrario mi dico, straccio come sono. Mi fa male la testa. Allora mi butto sul letto con il mio bel vestito scuro in valigia che me l'ero portato apposta, nero come quel cane che stanotte non la smetteva pi di lagnarsi e nel sogno si accapponava la pelle. Quando mi sono svegliato dalla zia Albina mi sono messo a guardare tutte le cose che c'erano nella stanza e qualcuna anche a toccarla, come quando parti da casa per un lungo viaggio.
Nel letto dell'albergo dormo strano, tirando le dita dei piedi e con gli occhi rovesciati. Ho degli scatti sotto la pelle. Il direttore sportivo Tragella chiama Fausto e loro due lo vedono che non va mica bene, sulla fronte il graffio  diventato un bozzo ma tanto lo dicono sempre tutti che sono brutto, quel gran bruttone di Serse che per ha gli occhi buoni, tali e quali al fratello ma forse pi buoni. Chiamano un dottore che mi visita e consiglia di portarmi alla clinica Sanatrix, che la conosce anche mio fratello perch  l che lo hanno operato alla clavicola. Fausto in ambulanza mi regge la testa. Qualche volta negli alberghi venivano da me per l'autografo e c'era chi mi scambiava per Fausto, allora io con la penna in mano sorridevo a quei signori. C'era del gusto a essere scambiato per il pi grande ciclista del mondo.
Bn, la faccio corta. Arriviamo alla clinica che ormai io dormo della grossa il mio sonno senza sogni. A quel punto chiamano il professore Achille Dogliotti che  il pi importante chirurgo d'Italia e quando mi visita non dice niente ma guarda soltanto, mi apre piano gli occhi che sono sempre girati all'indietro ma io mica lo vedo, io sono rimasto dalla zia Albina ma sono anche l che scatto in discesa verso la Madonna del Pilone, sono a Roubaix con la faccia dipinta di carbone e sono a Villalvernia da Angioletta che quest'anno la sposo. Il professore dice a Fausto che tenter una trapanazione cranica e manda a prendere le sacche di sangue alle Molinette, e dice anche di chiamare nostra mamma. Poi muoio.
Mi  rimasta la colpa di avere fatto perdere un Tour a Fausto, proprio io che lo riparavo dal vento. Dopo quel fatto che ero morto, mio fratello aveva dunque deciso di smettere. Non per paura o per nostra madre che glielo domandava da tanto, o per Bruna che glielo ripeteva sempre, ma perch ormai era vuoto. Parte lo stesso per la Francia, per obbligo e per orgoglio. Parte senza sapere per dove. Sa che da adesso deve tenersi tutto dentro, e chi lo farebbe ridere non c' pi. Va che il 20 luglio di quel 1951 della forca si prende una cotta tremenda e comincia a vomitare in bici. Il gregario in quei momenti si mette con gli altri attorno al capitano per ripararlo dagli sguardi e non solo dal vento, alle volte si pu anche prendere dei giornali e fargli quadrato come quando ad esempio c' da fare un bisogno e non ci si pu mica fermare. Quella volta verso Montpellier, a mio fratello gli tocca sporcarsi tutto quanto addosso e arrivare lercio, molto indietro, come uno straccione. Addio tunica d'oro, come la chiamava lui. La maglia gialla se la prender lo svizzero Koblet, quello che in corsa ogni tanto tira fuori un pettinino e se lo passa tra i capelli neri, robe da matti, io lo prendo in giro mica poco, gli faccio il verso e anche lo svizzero ride. Che Fausto non va neanche a spingerlo si era gi capito nella cronometro di Angers, per forza non va, ha dentro la morte di suo fratello. E io ho portato la colpa, penso che non l'ho proprio aiutato e anzi gli ho fatto del male, prima a lasciarlo solo in strada e poi a levargli le forze cos.
Quella sera Sandrino, Ettore e gli altri vanno da lui in processione in stanza, gli ripetono di non mollare e che il Tour  lungo. Fausto scuote la testa e dice che non si  mai sentito cos stanco e che sarebbe stato meglio neanche venirci, in Francia. Non la finisce pi con questa storia di smettere con la bici per sempre. Ma cosa farebbe mio fratello senza la bici? Venderebbe prosciutto? No che non pu smettere, non ha smesso neanche alla fine, quando forse invece era proprio meglio, non ha smesso per via di cose che solo lui sa e che io mi porto addosso come il Tour che gli ho fatto perdere, come la colpa di non averlo aiutato negli ultimi anni quando era solo.
Per poi arriva questa tappa da Gap a Brianon che i ragazzi della Bianchi pensano che sar quella giusta per risorgere. Fausto parte con tre quarti d'ora di distacco, una cosa proprio non da lui. E cos scappa dopo neanche cinquanta chilometri, lo sa che se non fosse tanto indietro in classifica non lo lascerebbero andare e un poco sente il peso della compassione, povero Fausto col fratello morto avr pensato anche lo svizzero. E io non dico che lo hanno lasciato vincere, perch quando lui partiva non ce n'era al mondo di capaci di tenergli la ruota, ma di sicuro non si sono dannati dall'inizio della giornata per riprenderlo. Bn, la faccio corta. Fausto sale tutto solo il Vars e poi l'Izoard, da solo passa in quella solitudine della Casse Dserte che  come pedalare sulla Luna, e insomma arriva al traguardo cinque minuti meglio di Koblet e quasi otto meglio di Bartali. Come sempre non alza le braccia e non sorride, anzi ha ancora la bocca tirata del giorno del funerale. Capisce per di essere rimasto un corridore grande, anche se per colpa mia gli tocca arrivare decimo alla fine del Tour ed  stata l'unica volta delle tre che lo ha corso senza vincerlo, povero Fausto.
Eppure io non sono solo morto. Per esempio il 18 aprile del 1949, due settimane prima di quella disgrazia tremenda del Grande Torino, si corre la Parigi-Roubaix che  la gara pi difficile del mondo, la pi difficile tra quelle che durano un giorno solo, voglio dire. C' uno strano sole e fa persino caldo, che da quelle parti non succede mai. Siamo pi di duecento e nessuno guarda il Coppi brutto, il Coppi sbagliato, il fratello pi piccolo, quello che il fratello pi grande faceva ridere con il verso del maiale: il mio primo ridere appena nato lo devo a Fausto, per quanto l'ho fatto ridere io, dopo!
La corsa parte tranquilla che i corridori non hanno fretta, sanno cosa gli toccher pi tardi col pav, le strade delle miniere, la polvere nera dentro i polmoni e tutto il resto. I favoriti sono naturalmente mio fratello, Magni e Van Steenbergen il belga, che in volata li strappa tutti via da ruota come erbacce. Gira e rigira, tra una fuga e l'altra anch'io a un certo punto mi ritrovo nel secondo gruppetto, Fausto non c',  rimasto pi indietro e invece io mi sento cos bene che ho le gambe appena nate. I tre davanti entrano nel velodromo di Roubaix sbagliando il portone, che a voi vi far anche ridere ma pu succedere, basta che un gendarme ti fa il segno e tu infili magari la curva al contrario, in quei momenti non hai la lucidit. Entrano allora quei tre dalla parte sbagliata e poi si fanno la loro brava volata e vince Andr Mah che  francese, un ragazzone bruno. Io entro nel velodromo dopo un po' col gruppetto e stavolta non cado mica, non ci sono le rotaie del tram a Roubaix e insomma faccio la mia volata e la vinco. Vedo dei gesti strani, scendo dalla bici e uno mi dice che i primi sono stati squalificati e che il loro arrivo non vale niente e che invece conta il nostro e che insomma la Parigi-Roubaix l'ho vinta io. Mi metto le mani nei capelli che non sono neanche tanti e non ci credo, ho una faccia cos sorpresa che neanche se vedevo l'imperatore Napoleone in persona. Poi arriva Fausto e gli dico questa roba e allora lui mi abbraccia tanto e mi d un bacio bellissimo che io mio fratello non l'avevo mai visto cos contento neanche quando arrivava al traguardo con le mezze ore di vantaggio. E io penso che quello  stato proprio il giorno pi bello della mia vita, non perch ho vinto la Roubaix ma perch ho visto Fausto in quel modo, quel modo felice che hanno gli uomini quando arrivano in paradiso.


Pinella

Tutte le mattine Fausto guarda la sua bicicletta come una morosa, e modestamente quella bicicletta gliela preparo io. Lui  matto dei particolari, la pulizia, le cromature, la lubrificazione, il nastro del manubrio che vuole cambiato ogni giorno perch, dice, le mani stringono meglio un manubrio bello bianco. La mia soddisfazione  vedere Fausto un po' piegato sulle ginocchia come quando ti chini per parlare con un bambino, il naso a dieci centimetri dalla bici. Sta l e non dice niente, ma da come muove la testa e fa segno di s io capisco che  contento.
Ho scritto tutto. I miei diari cominciano col Giro del Veneto del 1934 e finiscono col Lombardia del '58, naturalmente non ho segnato solo le corse di Fausto. Un meccanico scrupoloso deve ricordarsi le corone montate sulle ruote di tutti i campioni e anche degli altri, e i numeri dei telai, e come and e come non and. Se voi mi chiedete con quale rapporto Coppi scatta sulla Crespera al mondiale di Lugano nel '53, staccando Derycke, io vado a guardarmi il diario e vi rispondo: 50 per 19! Una pedalata che spaccherebbe le gambe a un diavolo ma non a lui.
Ci eravamo conosciuti quando lavoravo per Bartali e preparavo le bici Legnano, anche quelle del famoso Tour del 1938 erano opera mia. Le mie creature! Gino non era tanto fissato col mezzo meccanico, alla fine usava solo le sue cosce, invece Fausto anche in questo era gi pi avanti, lui correva nel futuro. Nessuno prima aveva pensato alla dieta, a come vestirsi in un certo modo, alle biciclette diverse per ogni tipo di corsa. Fausto montava gomme pi leggere in pista e nelle cronometro, e in gara aveva pronte tre biciclette a parte quella volta a Saint Malo, che poi vi racconto. Fausto  stato il primo ciclista a chiedere una bici solo per le crono, insieme a tante altre cose uniche soltanto per lui, la pomata riscaldante per le gambe, le mantelline contro la pioggia, le maglie di seta per la pista, le scarpette con il fermapiedi fatto in un certo modo, e naturalmente gli occhiali che non toglieva mai. Persino l'orologio portava in corsa, come un turista a spasso sul lungomare.
Quando  diventato il capitano della Bianchi, che era come dire il diu e l'acqua santa con la Legnano, ha preteso che il sottoscritto Giuseppe De Grandi detto Pinella diventasse il suo capo meccanico. Io ho risposto va bene, che era il modo che gli rispondevo sempre, anche quella volta che la signora Giulia aveva chiesto a mia moglie se poteva prendere il piroscafo con lei per l'Argentina per andare a partorire, che ci voleva qualcuno per testimoniare che quel bimbo era proprio un Coppi altrimenti addio riconoscimento, anche se poi lo sapete che Faustino non si  potuto chiamare Coppi per un sacco di tempo, robe da chiodi. Mia moglie e la signora Giulia erano diventate quasi amiche, anche se la signora era la donna del pi grande corridore del mondo e invece mia moglie da parte sua era solo la sposa di un meccanico.
Nessuno pi di me ha guardato Fausto, io l'ho guardato pi dei tifosi, pi dei gregari, pi degli avversari, pi dei giornalisti, pi dei fotografi, io dico persino pi della sua mamma e del suo pap. Mi mettevo sulla Checca scoperta, che era il nome della nostra ammiraglia, e mi tenevo pronto per il cambio della bici se Fausto aveva bisogno. Specialmente nelle sue grandi tappe di montagna, dove a un certo punto decideva di partire e gli altri ciclisti dovevano solo ricordarsi di portare il lanternino, io lo seguivo metro dopo metro in caso di bisogno. E lo guardavo. Nessuno pi di me sa a memoria la pedalata leggera di Fausto, e come a un bel momento lui cambiava il passo e prendeva a volare. Non si alzava quasi mai sui pedali, cambiava marcia e senza dondolare le spalle di un centimetro scaricava la potenza sulle ruote, con le mani che stringevano come morse il suo bel manubrio bianco.
Fausto non trascura niente. Siccome ha lo stomaco delicato, deve stare attento al mangiare pi degli altri. Gli piacciono il riso al burro e il doppio filetto ai ferri. In allenamento si porta dietro pasticcini di riso, frutta e zollette di zucchero, certamente, e in gara ha il borraccino come tutti, mai negato di averlo anche se lui  comunque il pi grande, borraccino o meno. Fausto mi diceva che la scienza e la tecnica avrebbero cambiato il ciclismo, e per lui una chiave a brugola o la ricetta di un dottore avevano la stessa identica importanza. A un certo punto va a conoscere a Milano un dietologo di fama mondiale, Gayelord Hauser si chiamava, quello della dieta con i germi di grano e il frullato di fegato una volta alla settimana. E al mattino yogurt. Fausto beve acqua o t, soltanto una volta l'ho visto festeggiare con un mezzo bicchiere di birra che sembrava brodo e che neanche avr buttato gi tutto. A Parigi se gli garba si fa tre ostriche e una coppa di champagne, ma  una cosa pi rara della neve a ferragosto. Io dico che Fausto non si  goduto la vita, anche se alla fine per lui la vita era la bicicletta. Quando i giornalisti scrivevano che ormai era vecchio e doveva ritirarsi, io pensavo che non capivano niente. Dove sarebbe andato, dopo? Cosa avrebbe fatto? Forse il gentiluomo di campagna? Ma nossignori! Sarebbe montato in sella di nuovo.
Le biciclette mi sono sempre piaciute perch sono creature semplici e complicate. Una bici, materiali a parte che quella  un'altra storia,  fatta allo stesso modo da sempre: un telaio, due ruote, il sellino, il manubrio, il cambio, i freni e i pedali. Basta l. Ma il sarto, che poi sarei io, pu vestirla addosso al corridore in tante maniere differenti, un mezzo centimetro tra un telaio e l'altro e cambia tutto. Il povero Serse, per dire, aveva una gamba pi corta, cos gli avevo un poco allungato la pedivella. E suo fratello sembrava seduto appena un po' pi in basso del dovuto, invece era la posizione perfetta per accelerare in salita con quel passo micidiale. Mi piace la bici perch deve essere come un orologio meccanico, piccole parti che lavorano a incastro, silenziose. La catena che passa da una corona all'altra sulla ruota dentata pretende la perfetta registrazione del cambio, altrimenti salta: e si pu perdere una corsa per il salto della catena? Succede solo ai pivelli.
Il mio  un mondo di chiavi inglesi, cacciaviti e pinze. Ma contano di pi le mani. Io sono stato il creatore delle biciclette di Fausto: nella sua carriera gliene ho preparate cinquantatr da strada e diciassette da pista, una meglio dell'altra. A quel tempo i modelli delle bici avevano nomi pieni di fascino, anche se magari a qualcuno oggi ricorderanno certe cose militari non proprio belle, si chiamavano Impero o Freccia o anche Folgore. Io, che per tutti ero Pinza d'Oro da quando il signor Goddet, il grande capo del Tour, mi aveva visto cambiare un tubolare a Fausto nel '49 con la velocit del vento, quelle bici le trattavo come le mie bambine e difatti tutte mi ubbidivano.
Avevo undici anni pi di Fausto, eppure nonostante questo lui mi metteva soggezione. Perch aveva quel modo di guardare e basta, guardava senza parole e tu dovevi capire cosa gli passava in testa. Ma era buono, e generoso. Faceva il bene senza dirlo, e se qualcuno gli domandava aiuto non esitava, purch non si mettessero i manifesti. Io me lo ricordo quando firm quell'assegno in bianco a Gino che aveva bisogno. Penso che negli anni qualcuno si sar approfittato, ma cosa conta? Se uno  fatto in un certo modo non pu mica cambiare di colpo solo perch il mondo  cattivo.
Io sono l'uomo con gli occhialoni che si sporge dall'ammiraglia, andatemi a cercare nei vecchi filmati: Fausto, una bici, una montagna e Pinella in automobile che lo guarda attento. Era bello quando a un certo punto lass non c'era quasi pi niente, solo pietraie o qualche nevaio, e Fausto saliva nel silenzio. Io sentivo il suo respiro e vedevo la goccia di sudore che pian piano gli rigava la fronte e andava a scendere sulla punta del naso, dove rimaneva un po' a ballare e poi tc, cadeva gi. Qualche volta sulla bocca si disegnava una smorfia, quasi mai un sorriso nemmeno all'arrivo del vincitore, quando dovevamo portare via Fausto di peso altrimenti la gente se lo mangiava. Io facevo scudo, con la bicicletta sempre sulla spalla che io la porto cos, come un pullover.
Quante volte avrei voluto aggiustare Fausto con un cacciavite. Lui cadeva e si rompeva. Teneva le bici nella villa di Novi e io le sistemavo come fossi un dottore, mi mettevo il camice non bianco ma nero e cominciavo ad arrangiare le cose con i miei attrezzi. Fausto delle volte mi chiedeva se poteva rimanere, poi stava l a guardare le mie mani che facevano girare la catena come un cronografo.  per questo che porto in me il dispiacere di essere rimasto con il direttore Binda il giorno di Saint Malo, eravamo almeno dieci chilometri pi indietro di Coppi per il rifornimento, per a me era sembrata una cosa non giusta, dal momento che cos Fausto aveva a seguirlo solo l'altra macchina con la bici di scorta preparata per Ricci, che il giorno prima era stato il pi bravo degli italiani. Come fu e come non fu, venne fuori l'incidente: il giovane Marinelli, che era francese e quel giorno portava la maglia gialla, sbanda per afferrare una bottiglietta di birra da una spettatrice e cos Fausto gli finisce addosso. Cascatone e bici tutta rotta, forcella spezzata, ruota davanti addio, tubolare fuori dalla ruota di dietro. Eravamo a Mouen, nel Calvados. Fausto potrebbe intanto salire sulla bicicletta di scorta di Ricci e salvare la fuga mentre arriviamo noi, per si incaponisce e dice no, voglio la mia bici o mi fermo. Poi si siede per terra e aspetta.
Intanto arriva il gruppetto di Bartali, che vede Coppi conciato in quella maniera e gli fa di, muoviti che io ti aspetto. Non so quanto tempo sia passato ma poi arriviamo noi con la bicicletta giusta. Fausto se potesse strangolerebbe un toro. Monta di nuovo in sella, comincia l'inseguimento e all'inizio i nostri recuperano un po', fino a che io vedo che Fausto comincia a rallentare. Ha gli occhi dei pesci nelle cassette al mercato. Fa un caldo tremendo, sar anche questo o sar che lui  sensibile, in fondo  anche fragile nella sua forza tremenda, basta niente che gli ammazzi lo stile e la fiducia.  l che un meccanico vorrebbe aggiustare le persone, non solo le cose. E io pensavo ma porco diavolo perch stavamo dietro?, capisco che l'ammiraglia deve seguire il corridore meglio piazzato in classifica, ma l si trattava di decidersi tra Coppi e Ricci, non so se mi spiego. Fausto, lui ha sempre pensato che Binda fosse pi dalla parte di Bartali.
La sera, in albergo, una pena. Mi ritiro, ripete Fausto ai suoi gregari in processione. Ettore Milano gli dice con garbo che sta per sposare la figlia di Cavanna e ha bisogno di soldi, e se scappano dal Tour chi glieli d? Binda giura che non voleva abbandonarlo, e che una sola volta da corridore fece una cosa che poi si  pentito come un cane, ovvero sia abbandonare il Tour de France. Tutti provano a dire a Fausto che la corsa  ancora lunga e dopo una tappa delle balle e il giorno di riposo ci sar la cronometro, dove nessuno al mondo lo vale. Me lo ricordo quell'albergo, si chiamava Alexandra et Colibri, il posto era Paran, sulla Manica: tutto scritto nel mio diario. Ma quella sera non me la sono sentita di andare anch'io da Coppi e poi avevo il senso di colpa che mi rodeva, in fondo anch'io lo avevo abbandonato, non per scelta ma lo avevo abbandonato. Era il 1949, Fausto aveva appena trionfato al Giro con quella fuga di 190 chilometri nella Cuneo-Pinerolo che se ne parler finch esiste il mondo. Gli stavo dietro, quella volta s, come quasi tutte le altre. Fausto saliva nella valle del Guil dentro un deserto. Quell'anno aveva vinto anche la Sanremo, e suo fratello la Parigi-Roubaix per sbaglio. Io dico che se al Tour non ci fosse stato Bartali a pungergli l'orgoglio ma anche ad aiutarlo, Fausto se ne sarebbe davvero tornato in villa. Gino lo aveva tirato fuori dallo sconforto anche al Giro del '40, quando gli diede dell'acquaiolo nella Trieste-Pieve di Cadore, aspettate un po' che vado a cercarla nel diario, e gli aveva addirittura messo la faccia nella neve per svegliarlo. E quella volta verso Saint Malo doveva solo pi tirarlo con una corda, che se era possibile lo faceva. Fausto arriva al traguardo diciotto minuti e quarantatr secondi dopo i primi, come morto, poi c' la faccenda del cane. Un dottore di Paran, il farmacista mi pare, la sera va in albergo col suo pastore tedesco che si chiama Fausto, e siccome il tizio  un'autorit del paese lo fanno passare: ho chiamato il mio amato cane come lei, non mi tradisca signor Coppi. E io non lo so se questa cosa ebbe un suo peso oppure nessuno, ma la mattina dopo il nostro Fausto  l alla partenza.
Nella tappa da Brianon a Saint Vincent, Fausto Coppi  come nuovo, sembra fatto d'aria fresca. Lui e Bartali filano d'intesa finch Gino non cade mancando una curva e rimane indietro; Fausto prova ad aspettarlo ma l'altro non arriva e i minuti passano, cos dall'ammiraglia gridano a Coppi di andare. E lui va.  stato il primo corridore a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Anche quando dalla strada si alzava la polvere, e io sempre dietro meno una volta, era come se attorno a Fausto fosse tutto pulito.
Lo so quanto si soffre in bici, sono stato anch'io corridore negli anni Venti sulle strade infami, per si vede che il mio destino era diverso. Gi nel '34 ero meccanico alla Frjus di Martano, Bizzi, Cipriani e Valetti che era un piemontese furbissimo e aveva addirittura fregato Bartali, vincendo due volte il Giro d'Italia. Quando Girardengo era direttore sportivo della nazionale mi chiam per fare il meccanico al Tour del '37 e del '38, e Gino era la macchina pi potente del creato. Io sono rimasto dietro questi grandi corridori e anche insieme a quelli pi piccoli, per a me sembravano tutti uguali forse perch era grandissima la loro fatica. E poi una bici  una bici, deve funzionare alla perfezione e te ne accorgi a orecchio quando senti che i meccanismi filano lisci, e la ruota libera scorre e canta come un torrente di montagna.
 tutto scritto qui. A volte rileggo qualche pagina, ripasso i codici dei telai e le note dei chilometri, cerco di capire se la memoria mi assiste. E non poche volte sogno. Sogno che vado dietro a Fausto che sale tra la neve o in mezzo ai sassi bruciati dal sole, mi sporgo dal parabrise e lo guardo.


Sandrino

Il cieco aveva toccato le mie mani da muratore e aveva sentito i calli. Fu cos che diventai ciclista. A quel tempo portavo su e gi mattoni ai caselli della ferrovia e alla fornace. Serse l'avevo conosciuto prima di Fausto e quel giorno pedalavo con uno zaino pieno di piastrelle, lui mi vede e dice bestia! Parlarono di me a Cavanna, cos la fatica della bici  diventata un mestiere. Sempre niente, se penso a quell'altra.
Mi sono fatto due anni a Buchenwald. Devo la vita a un cappotto belga e alle patate che rubavo. Eravamo in trecentosessanta dentro una buca per dormire, e tutte le mattine c'era qualcuno che non si svegliava pi. Ero ridotto a meno di quaranta chili, ma vivo.
Adesso, il mio Fausto tutti ne parlano come se ci avessero preso il t insieme. Noi si andava a sparare ai beccaccini verso Oviglio. L'ultima volta che l'ho visto vivo era poco prima di Natale. Lo incontrai per caso al ponte sullo Scrivia a Cassano Spinola, era appena stato da sua mamma e se ne andava a casa. Mi disse che aveva idea di sparare qualche colpo ma si sentiva sfinito, era riuscito a infilarsi uno stivale solo.
Il gregario  un bel mestiere. Noi della Bianchi a quel tempo guadagnavamo il triplo degli altri anche per via dei premi che Fausto ci lasciava. Il pi scarso tra noi, alla fine della carriera se non era stupido si era fatto due o tre appartamenti. Per Fausto ci dividevamo il lavoro. Io ero il pi bravo in salita e lo aiutavo l, sulle montagne. Questo doveva fare Sandrino Carrea, che io veramente mi sarei chiamato Andrea ma per tutti sono sempre stato Sandrino. E Fausto ci scherzava, mica vero che era un musone, tu di piccolo hai solo quel nome mi diceva. Noi gregari, gli angeli di Fausto: io sui monti, Ettore per proteggerlo in gruppo e filare a tutta birra in pianura nel momento giusto, che in quella faccenda modestamente anch'io non mi sono mai tirato indietro. Poi Filippi, Gaggero, Favero e il ragazzo Gismondi per le borracce e per passargli le ruote. Nessuno mai rispondeva di no. Fausto era un dio per noi.
A un certo punto della corsa, lui diceva avanti! e quello era il segnale. C'erano tappe che io dovevo tirare il collo al gruppo fino alla morte, intanto che il gruppo perdeva i pezzi come una pannocchia i chicchi, poi Fausto partiva via da solo e arrivederci.
A volte piangeva e ci metteva poco a perdere fiducia. Solo Serse in quei momenti era capace di tirarlo su di morale. Quando il fratello  morto  stato come se a Fausto si fosse staccato un pezzo, e quel pezzo non l'ha pi trovato. Se Faustn avesse avuto la grinta di un Magni, io dico che avrebbe vinto il triplo. Ma gi cos, vogliamo scherzare?
 stato il mio testimone di nozze con Anna che poi abbiamo passato insieme la vita, io sono fatto cos, non sono il tipo che cambia. Fausto per regalo mi port un bellissimo televisore Motorola che  andato avanti per quarant'anni e se fosse per me l'avrei ancora. Sul muro del soggiorno ho appeso un quadro con la faccia di Fausto, a volte mi siedo sul divano e lo guardo e penso a tante cose.
Prima di partire per gli allenamenti, la Bruna ci preparava il t con lo zucchero e poi via. La dama invece ci detestava, voleva che Fausto ci cacciasse e non sopportava che andassimo a prenderlo in villa, cos ci eravamo abituati ad aspettarlo sulla strada per Novi dove ci davamo l'appuntamento. Lui se lo faceva piacere, ma si vedeva che non ne poteva pi. Fausto teneva tutto dentro, e dentro aveva qualcosa pi di chiunque.
Nei momenti della grande crisi, il gregario dev'essere l. Fausto quando non andava non andava, si impantanava proprio, aveva le pietre in tasca. C'erano dei giorni che prima di partire mangiavamo pane e uva, ma qualche volta ci facevamo la pastasciutta alle cinque di mattina per essere in bici alle otto, solo che Fausto la sera andava a letto al massimo alle nove e noi invece no, si doveva pur vivere dopo tutta quella guerra e quella malora. Qualche volta nel buio c'era Serse che mi dava una voce dietro la finestra e mi chiedeva: dov'? Io rispondevo che dormiva e cos si andava fino a San Giuliano a ballare una volta. Ma poi la mattina dopo ci tiravamo il collo senza piet. Erano allenamenti lunghissimi, anche centottanta o duecento chilometri, per esempio il giro del Sassello oppure quello della Castagnola e sempre scattando e inseguendoci con grande battaglia. Alla fine di tutte quelle pedalate, Fausto poteva farsi ancora settanta o ottanta chilometri da solo, con il massimo del gas nel motore.
Fausto era sensibile e fragile. Era fortissimo, ma anche delicato come un centrotavola di cristallo. Lo stomaco era la sua debolezza, insieme alle ossa che quando cascava si spezzavano come biscotti. Era una bravissima persona e aiutava un sacco di gente. Con Fausto mai firmato un contratto, bastava la parola.
La grande bagarre dei Bianchi faceva rimanere sbacaliti i giovani che si allenavano le prime volte con noi. Fausto li valutava dopo pochi chilometri, in questo aveva imparato dal cieco e comunque lui era anche fatto di istinti, le cose le sentiva e non sbagliava. Solo nelle faccende di donne era rimasto un pivello. Quando ci disse che la dama era incinta me lo ricordo, perch eravamo in treno. Secondo me rimase intrappolato.
Come tutti i campioni si faceva ossessionare da cose piccole, piccole per noi voglio dire, non per lui. Per esempio la pulizia delle borracce. Ma aveva desideri che non diceva, forse per vergogna, tipo imparare a nuotare. Fausto non era mica capace, anche se la Bruna era di Sestri, lei era una donna di mare, lui di campagna. L'acqua gli faceva paura.
Io invece avevo sempre terrore che cadesse, perch poi sapevo come si conciava. Qualche anno prima di morire si sta allenando dietro un camion che a un certo punto perde la ruota di scorta, Fausto non ha fortuna o prontezza e la ruota lo centra in pieno, pu ammazzarlo e il mio amico ci rimette solo un legamento del ginocchio pi una frattura in testa, incrinatura della scatola cranica. Alla fine era sempre lui, ma non pi nelle gambe. Lo sentivo stanco, stufo. Io penso che non ne poteva pi.
Ci sono queste fotografie di Fausto in corsa negli ultimi due anni, quando rimaneva indietro e addirittura lo fischiavano, lui non raramente a capo chino. A un bel momento non opponeva pi resistenza. Il viaggio in Africa lo prese come un'occasione di svago, un regalo forava.
La mia terra si chiama Villalvernia,  l che sono diventato forte come un bue. Con le mani posso schiacciare le noci, al cieco erano piaciute le mie dita piene di nodi, lui mica voleva i signorini. Poi lo so che ero brutto e mi chiamavano Sandrino la strega, forse per via del naso che era un becco.
Non Gino, non Kbler, non Magni e neanche Bobet: l'unico avversario di Fausto erano i nervi. Quando gli montava la tristezza nera bisognava rimanere a parlargli come un bambino, e ripetergli che nessuno lo valeva, e che se anche era arrivata la cotta lui li avrebbe poi macellati tutti nei giorni avanti, sulle Alpi, sui Pirenei.
Sopra le montagne i tifosi accendono fuochi per scaldarsi, e bevono vino generoso. Noi si sale senza vedere niente eppure sappiamo. Io penso che per me era molto pi duro pedalare sui colli con lo zaino pieno di piastrelle,  cos che ho conquistato il ciclismo senza neanche volerlo. Fausto era il capo officina, noi i suoi operai specializzati. L'odore di olio canforato sulle gambe e del mangiare negli alberghi all'alba non mi  mai andato via dal naso, come quello delle patate che rubavo in Germania e il pi delle volte le mangiavo crude, erano dure come pietre per  per quelle che sono vivo e adesso ve la posso contare.
Le corse in bicicletta erano incredibili. Mi ricordo quando il meccanico Pinella doveva cambiare un tubolare a Bartali, ma faceva cos freddo e lui aveva le mani cos gelate che prima si era pisciato sulle dita per scaldarle. Sono robe da non credere. Nei giorni pi belli di Fausto mi sembrava di non sentire mai la fatica, pedalavo in salita come se la catena non ci fosse. Quando mi dicono che sarei stato uno scalatore formidabile senza il dovere di Fausto, e che magari avrei vinto un bel po' di corse, rispondo che non sanno niente e che quel dovere  stato la mia vita.
In pianura, d'estate, quando il Tour attraversa la campagna bollente e noi si cerca l'acqua fresca per le borracce, la gente intreccia corone di foglie per ripararsi la testa e ci mette sopra i fazzoletti bagnati. Il Tour pu essere un massacro per  bellissimo. Fausto l'ha corso tre volte e solo una non l'ha vinto, perch la morte del fratello l'aveva sbriciolato, e veramente il giorno dei funerali di Serse io avevo paura che non corresse mai pi. Mi dispiaceva tanto questa cosa, non solo per noi che ci saremmo cercati un'altra squadra ma per lui, che correre era tutto. Non so proprio cosa avrebbe combinato senza. Forse avrebbe perduto la strada, perch tutti ne abbiamo una e la mia strada era Fausto.
Lui era un signore, elegante anche in corsa. A volte si metteva i guanti bianchi traforati, e sceso dalla bici indossava vestiti stupendi, maglioni morbidi e cappotti chiari. Capitava che pedalando portasse i pantaloni alla zuava e il basco nero come un turista in Riviera, e aveva camicie bianche che svolazzavano al sole. Rido quando sento che la dama lo aveva trasformato in un gran signore, perch lui lo era gi prima, altroch. Solo che non aveva ancora grilli in testa. Sua moglie lavava, stirava, cucinava e lo aspettava: e allora? Se solo Bruna e Angiolina avessero fatto meno questioni sullo smettere con le corse, la moglie gelosa e la madre paurosa, forse Fausto non se ne sarebbe andato in quella maniera. Poi per lo capisco che l'amore  l'amore, anche se io penso che sia pi importante averci una casa e la stabilit.
Le strade erano piene di gente quando passavamo noi, e al traguardo Fausto dovevano portarlo via di forza i carabinieri. Per non gli ho mai visto rifiutare una firma a qualcuno, anche se veramente l'autografo sulle cartoline lo metteva per lui il nostro compagno di squadra Pino Favero, che lo imitava alla perfezione. Fausto era una persona gentile, chiedeva per favore e diceva scusa, anche se quando la giurava a qualcuno era finita. Noi siamo gente cos.
Se devo dirvi, una spina ce l'ho ancora piantata dentro il petto. Era il Tour del 1952, nona tappa. La maglia gialla la portava Magni, dunque era nostra e volevamo arrivare con lei a Parigi, quasi di sicuro addosso a Fausto ma siccome allora il Tour de France si correva con le squadre nazionali andava bene anche se la portavano Fiorenzo o Gino. Tanto avrebbe vinto l'Italia, e lo sapevano tutti che il pi grande d'Italia anzi del mondo era Coppi. Dunque, questa famosa tappa. Eravamo tra Mulhouse e Losanna, e a centoquaranta chilometri dall'arrivo mi ritrovo in fuga con altri che per la classifica non contano niente, come me. L'ordine di Fausto era entrare in tutti gli attacchi e controllare. Non chiedetemi perch, ma il gruppo della maglia gialla quel pomeriggio non aveva nessuna voglia di dannarsi, ci sono dei giorni cos che si decide di fare una specie di riposo tutti insieme perch la corsa  lunga e tocca a noi arrivare alla fine, scrivano quello che vogliono i giornalisti che pretendono ogni volta la grande azione da raccontare. Bene, quel giorno l non era cosa. Noi della fuga si andava di buona lena e c'era accordo, anche le mie gambe giravano una meraviglia e mi bastava vigilare che non succedesse niente di strano. Dall'ammiraglia mi ripetevano di rimanere l, e che era tutto a posto.
In quella maniera si arriva insomma al traguardo e vince Diggelmann che non  certo un campione,  uno normale, come tanti, come me. Io prendo e vado in albergo dove poi arrivano anche Fausto e i compagni, e a un bel momento bussano alla mia porta due gendarmi come nei film che a me mi prende un colpo, penso che  successo qualcosa di brutto a casa. Quelli mi fanno segno di seguirli alla svelta e io che non parlo il francese vado, ci sar qualche pasticcio da risolvere, per quelle cose non di rado tocca al sottoscritto. Per farvela breve, i gendarmi mi scortano di nuovo al traguardo e mi lasciano sotto il palco, dove uno dell'organizzazione mi dice monsieur Carre, venga che le dobbiamo dare la maglia gialla. Avr capito male, cosa c'entra la maglia gialla con me? Invece si scopre che  proprio vero, e che per via di quella fuga baravantana la classifica  cambiata e Sandrino Carrea  passato primo. E allora dovrei essere contento, invece mi metto a piangere ma non certo per la gioia. Cosa dir Fausto? Come la prender? Ma lui sorride come una Pasqua mentre lo guardo e gli chiedo scusa, e gli dico Fausto non  giusto, questa maglia  tua, domani te la restituisco. Ed  proprio cos che va. La maglia gialla l'ho tenuta solo una notte, prima che Fausto si scateni e ognuno torni al proprio mestiere, lui il campione, io il gregario. Fausto  un diavolo nella Bourg d'Oisans-Sestriere che quando sente quel nome, Sestriere, non lo tiene nessuno, sar l'aria del Piemonte a farlo ancora pi grande, vai a sapere. E nella tappa da Sestiere a Montecarlo, Bartali passa la ruota a Coppi perch anche tra i rivali c' generosit, e squadra. Lo so io, per, la fatica per farli rimanere d'accordo, Fausto aveva le sue ombre, Gino sembrava sempre arrabbiato e stava in disparte. Negli alberghi, Bartali faceva meno gruppo di noialtri che in effetti vivevamo tutto l'anno come in collegio, prima col cieco e anche dopo.
 stato indimenticabile per Fausto quel 1952, che forse  stato l'ultimo suo anno davvero libero prima di infilarsi nei pasticci. Anche se ad agosto era caduto di nuovo, stavolta sulla pista di Perpignan, clavicola fratturata e sempre quell'idea matta di mollare la bicicletta. Cos dovevamo ricominciare daccapo ogni mattina, ma no Fausto, cosa dici, sei il pi grande ciclista di tutti i tempi e comunque se smetti a noi chi ci pensa? Non era mica vero, per glielo dicevamo lo stesso.
La maglia gialla ce l'ho ancora nel cassetto, con le palline di naftalina che sarebbe un peccato la mangiassero i tarli. Ogni tanto la guardo, ma ormai quasi pi. Ancora adesso penso che fu una cosa ingiusta, una roba dell'altro mondo perch tutti abbiamo un destino e un mestiere, e chi trasporta i mattoni non disegna i palazzi. Quel giorno  l'unico rimasto un po' storto di tutta la carriera, bello ma storto e comunque sono contento che  durato poco. Quel giorno, alla fine della fiera  durato solo una notte, per Anna mi ha raccontato di come il parroco aveva fatto suonare le campane a Villalvernia, e quella volta erano per me.


Bruna

La gente dice che alla fine non ricordavo pi niente, ma non  vero. Era come se guardassi le cose dietro un vetro. Dimenticare aiuta, e ricordare anche aiuta.
Fausto viveva con la sua nuova famiglia a tre chilometri da noi: il massimo del suo andare lontano, anche se io avevo perduto tutto. Mi rimaneva la bambina, e stare bene in salute per crescerla. Quando il suo pap non firmava pi la pagella ho dovuto spiegarle perch. Marina ascoltava senza dire niente, e io cosa dire non lo sapevo.
Con Fausto ci eravamo conosciuti durante la guerra perch con i miei eravamo sfollati da Sestri Ponente, qualcuno della famiglia era di Villalvernia. Lui passava in bicicletta sulla statale 35, era quasi un appuntamento. Una volta gli ho chiesto anche l'autografo, lui aveva gi vinto il Giro d'Italia, attraversai la strada di corsa e per poco un camion non mi prende. Fausto indossava la maglia della Legnano. Avevo diciannove anni e lui ventidue, ero appena diventata maestra. Ebbene, si ferm a parlare e poi aveva preso l'abitudine di darmi un saluto quando tornava dagli allenamenti, oppure sulla strada tra Novi e Castellania. Una volta, era l'agosto del '40,  stato l che ho capito che forse stava nascendo un sentimento. Un mese pi tardi decidiamo di vederci a Sampierdarena, alla stazione: lui era in piedi, vestito di grigio e teneva in mano la Gazzetta dello Sport. Poi si va al cinema, e nell'intervallo mi sfiora la mano quando si accendono le luci. Ci mettiamo a ridere e comincia cos.
Si  sempre parlato poco di me: sono contenta. Non ero una donna che si notava, non portavo il trucco, ero magra e un po' pallida. Fausto lo volevo con me, se questa  una colpa, per una vita se si poteva normale. Il suo lavoro non era un lavoro qualunque, questo lo so, e io ad aspettarlo, poi io e la bambina. Dopo sposati il 22 novembre del '45, il viaggio di nozze l'abbiamo fatto a Varazze che era rinomata e poi siamo andati a stare con i miei genitori a Sestri, che erano le strade di tante sue corse in bicicletta e non stavamo poi cos lontano dai suoi parenti. C'erano volte che in allenamento lui faceva dei giri pi lunghi per arrivare a Castellania e dare un saluto alla mamma e ai fratelli, poi voltava la bici e tornava da me.
 vero che avrei voluto che smettesse, specialmente dopo la morte del povero Serse. Io lo sapevo che Fausto era forte fuori ma fragile dentro, e avevo paura che facesse la stessa fine. Forse io e la sua mamma l'abbiamo un po' sfinito ma era amore, quello della donna per il suo bambino. La gelosia mi  venuta dopo per via della lunga lontananza, ma non  mai stato il problema. Il problema era averlo troppo poco con me. E sempre il terrore che cadesse e si facesse male, che morisse. Una volta avevo visto cascare Learco Guerra al Giro d'Italia, il campione si rialz tutto coperto di sangue con la pelle a brandelli e quell'uomo ferito non mi  mai pi andato via dagli occhi. Lo spavento fortissimo ritornava a ogni corsa di Fausto. E quando poi mor Serse, nelle prime ore per la grande confusione era arrivata la notizia che era stato Fausto a morire. Cos, per me lui  morto due volte.
I primi mesi di matrimonio ogni tanto aveva la febbre alta e i brividi: il dottore diceva che erano accessi della malaria che si era preso in Africa durante la prigionia. Io lo accudivo, ancora me lo vedo nel letto che trema. Non potevo stare tranquilla, quella febbre strana non era mica normale. Non lo sapevo, ma in quel letto gi vedevo la fine di Fausto.
Eravamo gente semplice, e lui anche di pi. Quando ha conosciuto quella donna forse avr visto un mondo diverso che aveva solo immaginato, il mondo dei sottopiatti ricamati e delle pellicce, vai a sapere. A me, di pelliccia bastava e avanzava il collo del cappotto e comunque non mi  mai importato niente. Lo aspettavo. E lo dissi anche al processo. Per non perderlo sarei stata disposta a perdonare, sperando che col tempo lui avrebbe capito. L'orgoglio non bisogna metterlo prima della famiglia e dei figli, e una famiglia non  mica tutta rose e fiori.
Marina e Loretta, la bambina della donna, al processo avevano fatto amicizia. Me le ricordo che disegnavano col dito sui vetri gelati, la bambina aveva un montgomery celeste, invece Marina indossava una specie di pellicciotto che un poco la infagottava. Gi assomigliava tanto a Fausto. Oggi si fatica a crederlo, ma a quel tempo si portavano i bambini in tribunale per la testimonianza nelle cause di separazione, si chiamava abbandono del tetto coniugale. Io lo so che una cosa del genere una creatura non la dimentica pi. Con Marina ne abbiamo parlato poco o niente, e anche quella povera Loretta ha avuto una vita difficile, era molto bella, so che poi  diventata indossatrice ma se l' portata via un tumore che era ancora tanto giovane. Tutte e due, Marina e Loretta, sono cresciute una senza il pap e l'altra senza la mamma e non mi sembra giusto.
A Sestri ci sentivamo sempre in vacanza. Non  vero che alla fine non mi ricordavo pi niente. C'era questa luce bianca che si vede anche nelle fotografie, e Fausto a volte portava la bambina in bicicletta. I suoi compagni erano una seconda famiglia per noi, io volevo bene a Ettore, a Sandrino e naturalmente al povero Serse. Il dolore per suo fratello  stato gigantesco, senza ritorno. E a volte sembrava che Fausto cercasse la stessa fine, quando cadeva e si rompeva e aveva quegli occhi da cane bastonato.
Al processo, Marina era pallida e il suo pap molto impacciato. Fausto ammise tutto, quasi chiedendo scusa. I suoi compagni mi dicevano che alla fine non ne poteva pi, e che forse sarebbe tornato. A me dispiaceva anche per Faustino, perch rimango una mamma e so quello che si prova nell'abbandono. Mi sembra che in definitiva nessuno sia rimasto contento.
C'erano anni che Fausto era come un dio in terra, lo volevano il cinema e la pubblicit e persino la Democrazia Cristiana che lui s la pensava in quella maniera, e non era vero niente che non credesse in Dio, ma la politica lo annoiava. Un uomo cos lo volevano tutti un pezzo per uno, e Fausto faceva fatica a dire no. Io, lo volevo per me un po' di pi.
Era sempre molto elegante. Gli piacevano i colori chiari per gli abiti, i cappotti e le cravatte. Anche i maglioni e le camicie erano chiari, e le camicie le preferiva bianche. Si metteva occhiali da sole e foulard e delle volte partiva in bicicletta cos, che sembrava un attore. Qualcuno diceva che era brutto: stupidaggini. Lui aveva fascino senza bisogno di parole.
Il pap della donna disse che dopo quello che aveva fatto la figlia, non desiderava pi vederla. Mi pare si chiamasse Pietro. Sono vecchio, ripeteva. Al processo c'erano i carabinieri e i giornalisti, gli stessi di quando Fausto agonizzava a Tortona. Uscii dalla sua camera d'ospedale alle tre di notte, avevo capito che quella era l'ultima volta che lo vedevo. La donna era in un'altra stanza, le avevano fatto delle punture calmanti. Fausto lo avevo guardato tante volte dentro un letto di malattia, per questa sapevo che era l'ultima. Non mi riconobbe. Rantolava.
L'imputato Fausto Coppi ammise ogni cosa. Conferm di essere venuto via con un'altra donna lasciando a casa una bambina, e quella donna due figli, una femmina e un maschietto pi piccolo, Loretta e Maurizio. A Fausto il giudice diede due mesi, alla donna tre perch era una donna e perch di figli ne aveva abbandonati un paio. Chi dice che poi i soldi hanno sistemato tutto non capisce: quando la famiglia si rompe, non si pu comprare una colla per rimetterla insieme.
Ho avuto tanto tempo per decidere se avessi sbagliato, per credo di no. Non penso sia uno sbaglio non essere quello che non siamo. Ho cercato di fare la brava mamma e di crescere una figlia seria, bene educata e studiosa. Marina  diventata una donna forte, una brava mamma e una brava nonna anche lei. Con Faustino a un certo punto si sono trattati quasi come fratelli, dopo tanti anni che neanche si erano parlati. Io sono rimasta sempre un po' da un lato come in quegli anni l, quando i giornali parlavano pi dell'altra donna che della moglie perch era lei la novit. So che non aveva un carattere facile e le piaceva comandare. La maniera di vivere di Fausto era buttare gi tutti i bocconi.
Qualche volta lui mi parlava dell'Africa, specialmente dei colori che c'erano laggi. Io penso che ne avesse nostalgia, e che era andato a fare quell'ultima corsa anche per quel motivo. Quando era a letto malato come un bambino, ingessato e fasciato come una mummia dopo qualche nuova caduta, mi raccontava della prigionia. Fausto aveva, degli Egizi, un poco il profilo e l'occhio allungato, anche le mani erano lunghe, e belle. Era timoroso, parsimonioso ma generoso. Si arrabbiava pochissimo e non bestemmiava mai, e qualche volta metteva il muso. Odiava le discussioni, i litigi, piuttosto dava ragione anche quando ce l'aveva. Era un poco contadino e non si fidava mai davvero, anche se nella vita ha trovato tanta gente che alla fine si  approfittata di lui.
Io penso che mio marito era pi abbandonato di me perch era solo, io invece avevo Marina. Il mio tempo  stato lungo e ha avuto un senso, il suo  durato cos poco. In quella famiglia non sono fortunati, penso a mamma Angiolina che ha sotterrato tre figli e poi ha continuato a vivere lo stesso, povera donna, che poteva fare? Anch'io ho continuato senza Fausto e ho visto crescere una figlia. Al processo, il giudice disse che la testimone Marina Coppi non poteva parlare con l'imputato Fausto Coppi e io di quei giorni ho un pensiero strano, di cose bruttissime e irreali, come se mi avessero portato a teatro a recitare una parte che non sapevo. Fausto la sapeva meno di me. Solo la donna sembrava a suo agio come sempre, anche se dopo non ha avuto un buon destino.
Il pap adesso  andato via, rispose Marina al giudice che la interrogava devo dire con garbo, anche se i bambini non dovrebbero mai essere portati in quei posti. La mia mamma Francesca disse invece che riteneva che suo genero non ci fosse pi con la testa. I giornali pubblicavano i disegni di noi al processo, perch in aula i fotografi non li facevano entrare. Anche al cieco Cavanna chiesero della donna, e lui spieg le liti e come aveva diviso la squadra, portando Fausto in quella villa bianca.
Gli accordi per la separazione furono uno strazio, cos come la lettura del testamento. Io avevo lasciato tutto in mano all'avvocato e non potevo sentirmi ricompensata di niente, volevo solo che mia figlia avesse il necessario per vivere e per studiare.  diventata insegnante, che  un bellissimo mestiere, e non ha mai perso la strada anche se  stata costretta a crescere in quel modo l, senza padre.
Quando i riflettori si sono spenti e ci hanno lasciato finalmente in pace,  cominciato un tempo lungo e tutto uguale. Dopo la morte di Fausto,  stato davvero senza ritorno. Non era pi possibile incontrarlo, nemmeno per sbaglio come qualche volta invece succedeva a Novi e lui poteva naturalmente vedere la bambina. Lui e la donna abitavano in quella grande casa in frazione Barbellotta, io e Marina siamo rimaste nella casa di prima, in viale della Rimembranza: che nome assurdo, non vi sembra?, per una persona con la malattia che fa dimenticare.
Forse il mio cervello si  un po' difeso cos, cancellando, ma non c' mica riuscito. Mentre perdevo i riferimenti, potrei dire l'orizzonte, restavano ben chiare certe immagini di prima, noi due sposi al mare, la bambina piccola che Fausto faceva salire in bicicletta e portava a spasso, le nostre attese. Quello, forse sarebbe stato meglio cancellarlo.
Facevo i mestieri di casa anche dopo, quando Fausto guadagnava benissimo. Li facevo perch non potevo farmi servire, perch li avevo sempre fatti, e prima di me mia mamma. Se Fausto voleva altro, non lo disse. Io penso che quella donna entr nella sua vita come uno scoppio o una specie di fuoco, come un temporale che quando ti prende alla sprovvista non ti puoi riparare.
Mi portarono in ospedale da Fausto che quasi non sapevo dove fosse, non ricordavo pi. Mi sentivo sospesa come in una citt lontanissima. I corridoi, le suore, i dottori che ormai non parlavano. Fausto nel letto tirava i piedi e soffocava, aveva il respiro che si spegne e poi riparte.  una benedizione che nessuno possa ricordare la propria morte, e neppure tornare indietro da quel posto e poi raccontarlo. La preoccupazione di tutti era che nelle stanze non incontrassi la donna, e che la donna non incontrasse me. Non accadde. Anche al funerale sulla collina restammo lontane e cos negli anni a venire. Io me ne sono andata da questo mondo prima di lei per un brutto male al cervello, una cosa che venne insieme alla malattia della dimenticanza, lei ebbe l'incidente in macchina e rimase pi di un anno in coma. Penso che alla fine ci  successa la stessa cosa, restare senza Fausto, crescere dei figli, morire senza pi sapere neanche chi fossimo. La vita fa dei brutti scherzi.
Era tanto freddo nell'ospedale, quando me ne andai era notte piena e sapevo che Fausto l'avrei rivisto solo nella bara. Signora ci dispiace,  troppo tardi, mi aveva detto il dottore e io avevo capito che Fausto non lo avrebbero salvato comunque, neanche se avessero capito prima il male perch rientr in Italia gi rovinato dentro, come mangiato dal morbo, e io so che quella cosa era cominciata da lontano, nei tempi della prigionia, quando poi ritorn ed era solo mio e ogni tanto si ammalava come un bimbo e aveva quella febbre, quei brividi e gli occhi grandi di chi sa qualcosa che non riesce a dire. Mio marito ha cominciato a morire molto tempo prima, a me dispiace non esserci stata sempre, fino all'ultimo. Non l'ho scelto.
Il ciclismo non lo capivo: io ero quella che aspettava. Fausto mi chiamava al telefono dalla Francia, portava sempre dei regali per Marina e per me, e anche per la sua mamma e per i fratelli. Non dimenticava nessuno. Alle volte, al cinema prima del film facevano vedere le sue corse e io mi spaventavo per le scene agli arrivi con tutta quella folla attorno che mi pareva che lui volesse solo scappare. Le persone mi guardavano con invidia, io lo capivo che volevano dire che fortuna che hai, tuo marito  un dio dello sport e lo ammiriamo tutti, avrei risposto che mi sarei accontentata di molto meno, di un uomo con un lavoro normale e che non lo conosceva nessuno, e che la sera tornava a casa dove lo aspettavamo io e la bambina e saremmo stati un po' felici e un po' avremmo brontolato, come tutti.
Poi gli anni mi hanno fatto il favore di andare veloci mentre il resto rallentava e io indietro. Come un corridore, penso, quando gli altri lo staccano. Andavo a messa la domenica, mi mettevo in un angolo della chiesa, le persone mi salutavano e io le salutavo. Da casa uscivo poco, avevo la bambina e sempre qualcosa da fare. Poi Marina  cresciuta e tutto  andato come doveva. Negli ultimi giorni mi tornavano immagini che non avevo pensato ma che ugualmente venivano, io che incontro Fausto sulla strada di Villalvernia, un piatto di castagne, il nostro primo Natale, la bambina tutta ben vestita, la sua mamma, il suo pap serio. Io mi ricordo.


Marina

Ormai ho trent'anni pi di mio padre. Nel tempo gli sono stata figlia, sorella e madre,  buffo. La sua giovent mi ha accompagnato per tutta la vita e non ho mai smesso di cercarlo. Ne ho ricordi vivi e altri costruiti, come tutti, cos alla fine diventa difficile distinguerli: le cose mie, vissute, i nostri momenti e poi il resto, le parole degli altri, le immagini nel televisore, le fotografie. Non so pi se la realt sia stata un romanzo oppure il contrario.
La domenica a Genova mi portava alla partita, io ero solo una bambina, nello stadio di Marassi entravo insieme ai miei giocattoli e rimanevo voltata tutto il tempo. I ricordi appaiono all'improvviso, sono agguati senza motivo. Mi rivedo con lui mentre visitiamo la fabbrica del cioccolato Novi, o mentre passeggiamo in strada a Sestri Ponente: sono piccola, non so ancora scrivere per mi sono messa in tasca una penna e dei fogli di carta perch so che a pap le persone chiedono l'autografo, io sono pronta e porgo i fogli. Sono abituata a questo padre che tutti conoscono e amano.
Abitiamo a Sestri nell'appartamento dei nonni, in centro. La gente aspetta Fausto sotto casa e gli porta la bicicletta su per le scale dopo l'allenamento, cos lui non si stanca. Poi a un certo punto i miei genitori decidono di trasferirsi, e pap mi accompagna a vedere la casa nuova che  grande ed  in costruzione: uniranno due alloggi. Mi ritrovo con lui all'inizio di un lungo corridoio, pap mi dice vedi, qui appenderemo i ganci per l'altalena. Poi quella casa non la comprer e verremo invece a Novi Ligure dove ancora abito,  dal 1952 che sto qui: la prima cosa che far mio padre sar mettere l'altalena in giardino.
Ho passato il tempo a ricostruire Fausto Coppi, a recuperarlo. Mor che io avevo dodici anni. Ricordo naturalmente il suo viso, le mani e lo sguardo, ma la sua personalit l'ho cercata dopo. Ero troppo piccola per capire chi lui fosse veramente. La gente che l'ha conosciuto mi ha sempre parlato di un uomo degno di stima, gentile, intelligente, capace e di poche parole, una persona semplice e timida che non era cambiata dopo essere diventata quello che era. Ma a una figlia questo non basta. Una figlia ha bisogno della persona vera che ha perduto e che non torna.
Mi chiamano la donna che visse due volte, nel senso che ho la mia vita e poi quella della memoria, alla ricerca di pap. Ne sorrido, per so che  vero. La prima immagine  la sua gentilezza. Lui era cos con tutti, e naturalmente era cos con me. Lo rivedo in mezzo agli altri che lo cercano, sempre disponibile. Ma allora, sapete, lo sport non era l'esagerazione di oggi, non aumentava le distanze, tutto il contrario semmai: le corse in bicicletta passavano in mezzo alla gente e la gente ne aveva bisogno. Mio padre rappresentava il riscatto dei semplici che lo guardavano vincere e sapevano di essere, nel profondo, simili a lui.
Una volta lo portarono a visitare una miniera in Belgio, lo condussero sotto, nei cunicoli, e gli fecero incontrare i minatori. Molti erano italiani. Pap raccont che loro gli dicevano Fausto, se vinci per noi, l'indomani ci rispettano di pi. Poi gli regalarono le due lanterne che ancora conservo in questa casa.
Di lui in bicicletta ho invece ricordi confusi, chiss se poi sono veri. Non che sia cos importante. Anche di me bambina in bicicletta esistono parecchie fotografie, per non mi ritrovo,  passato troppo tempo: le guardo come guardo le sue, siamo ormai personaggi di un'altra vita. Invece ricordo molto bene quando mor. Nei giorni prima del Natale era scoppiata un'epidemia di influenza e la presi anch'io, ai bambini succede sempre. Cos la mamma decise di portarmi al mare. Andammo dunque a Varazze il 26 dicembre, all'Hotel Genovese. Il proprietario si chiamava Bartolomeo Delfino detto Bertlu e aveva due figlie, Bianca e Teresa. A Capodanno telefonarono a mamma per dirle che mio pap stava molto male e che l'avevano ricoverato a Tortona; ricordo che partimmo in automobile la sera del primo gennaio, ci accompagn Teresa che era una signorina gentile. Arrivammo col buio. La mamma and subito in ospedale, io invece da una zia che si chiamava Olimpia e faceva la maestra. La mattina del 2 gennaio mi svegliarono e mi dissero che pap non c'era pi. Avevo la febbre alta e al funerale non mi portarono. Anche quel giorno l'ho ricostruito con le parole degli altri e le fotografie, vedo la collina piena di gente e ascolto il racconto di un cugino che dice di essere sceso a piedi da Sant'Agata, un vero pellegrinaggio.
Non credo che pap fosse un uomo solo, di certo non era un uomo triste. Rideva, invece, e gli piaceva stare con gli altri. I ragazzi suoi compagni di squadra li ricordo tutti perch mi coccolavano, non solo Ettore e Sandrino che poi mi sono rimasti vicini tutta la vita. Anche il cieco Cavanna lo ricordo bene, si aggirava per casa: il vero capo della squadra era lui, ne avevano tutti rispetto e soggezione. I gregari di pap erano come fratelli e li rivedo qui in cortile, quando si ritrovavano prima dell'allenamento e la mamma preparava la merenda.
Ci sono anche cose che non rammento pi o che la mia mente ha messo da parte. Gli anni dopo la morte di pap sono stati abbastanza normali, la mamma mi ha fatto studiare per diventare maestra e questo poi  stato il mio mestiere, la maestra elementare di una volta. Sono in pensione gi da tanto, e ho ancora ex alunni che mi chiamano e mi vengono a trovare. Per non mi hanno mai domandato di pap, o forse anche questa  una memoria dissolta.
La mamma era una persona semplice e timida, non amava apparire. Del pap mi parlava, certamente. Mi diceva di quando lo accompagnava in giro per l'Europa. So che nel 1951 le avevano permesso di seguirlo al Tour de France, era appena morto Serse e mio padre non era assolutamente in grado di correre. Per lui era stato un trauma enorme, come se lo avesse centrato il fulmine. Con Serse erano in una specie di simbiosi e pap lo amava con la tenerezza di un fratello pi grande, quasi un padre dal momento che il loro lo avevano perduto presto. Quando Serse desider comprarsi una moto, pap si oppose perch aveva timore di un incidente, poi alla fine Serse la ebbe vinta e ottenne la motocicletta perch lui era fatto in quel modo, nessuno lo fermava. Anche se poi c'era un destino ad aspettarlo, in bicicletta, non in moto.
La mamma seguiva dunque le tappe di quel Tour, l'accompagnava la moglie del direttore sportivo Tragella e la sera potevano restare un poco insieme ai corridori. Per mio padre fu di grande conforto, altrimenti sarebbe rimasto a casa o magari avrebbe davvero smesso di correre. Non lo fece, perch la bici era la sua vita.
Ho letto tutto su pap. So che da piccolo desiderava tanto una bicicletta da corsa, e che la prima la acquist con i denari che gli aveva mandato lo zio Fausto, il comandante. So anche che con mio nonno Domenico erano andati fino ad Alessandria per vedere questa famosa bicicletta nella vetrina di un negozio. La sua mamma, nonna Angiolina, anche lei la ricordo bene, era proprio una donna di campagna e ogni tanto mi portavano su a Castellania. C'era questo forno a legna dalla bocca ovale, una specie di mistero, nonna apriva lo sportello perch potessi guardarci dentro, in fondo a quel buio che mi spaventava e insieme mi attirava. Il forno si accendeva due volte la settimana per preparare il pane, poi si mettevano le micche in una cesta che si appendeva nel sottoscala. Qualche volta lei diceva: se il pane non  venuto proprio bene non importa, durer di pi. La rivedo in cucina e in mezzo alle galline, oppure mentre sale ogni giorno a piedi sulla collina di San Biagio per ascoltare la messa. Si sent male cos, mentre andava in chiesa, e le tocc di morire.
Il legame con quella terra  diventato per me sempre pi forte. E quando mio figlio Francesco decise di coltivare l'uva, non avrei mai immaginato che questo sarebbe diventato una parte cos importante della nostra esistenza. Castellania mi piace sempre, in ogni stagione, con la neve sugli alberi o nel bagliore d'agosto. Mi piace guardare il tramonto, lass dove non si nasconde nessun orizzonte.
Le memorie si risvegliano come e quando vogliono, o magari restano nascoste per anni o per sempre. A volte bastano un profumo, una voce, un cambio di luce.  una catena di spazi di vita dimenticati. Ci sono momenti in cui mi sembra di non ricordare pi niente, ma non  vero.
Ho tre nipotine che si chiamano Marina come me, Linda e Francesca. Marina ha dodici anni,  la pi grande, Linda ne ha dieci e Francesca sette. Loro domandano di questo bisnonno famoso e un po' speciale, ci sono molte occasioni per farlo, le messe, gli anniversari oppure un filmato che passa in televisione. Sono incuriosite dai vecchi oggetti e dalle loro storie. Qui in casa non ho quasi pi nessun cimelio di pap, per a volte basta pochissimo, l'altro giorno  successo con un calamaio e allora ho cominciato a raccontare a Linda di come noi bambini lo usassimo a scuola, e le ho parlato della carta assorbente che lei non aveva mai sentito nominare. Nel cassetto del calamaio ci sono altre cose dimenticate, Linda mi dice di tirarle fuori. Penso che assorbiamo i ricordi come quella carta, ma poi non sappiamo pi dove sono.
Ho anche i quaderni di zia Nettina, pieni di note. Una lettura per certi versi interessante come un romanzo, perch spalanca un mondo. C' persino scritto quando acquistarono il famoso calamaio e per quale motivo, era un regalo di laurea. Il passato ci parla in continuazione e penso sia giusto far sentire quella voce ai nostri bambini.
Da adulta non sono mai andata in bicicletta e neppure ho fatto sport, insomma non ho cercato di capire se nelle vene mi circolasse un po' del sangue del pi grande atleta che l'Italia abbia mai avuto: credo di poterlo dire, perch non lo penso solo io che sono la figlia. Molta gente aveva bisogno di Coppi e Bartali, dei ciclisti che attraversavano borghi distrutti e dimenticati. Era come una rinascita, pap e gli altri correvano e si battevano a nome di tutti. Di Gino Bartali ho un ricordo dolcissimo, lui  stato davvero caro con la nostra famiglia e cos sua moglie, l'indimenticabile Adriana. Il viso e la voce di Gino lo facevano apparire ruvido e grezzo, l'esatto contrario di com'era veramente. Anche di lui ho una memoria di vita adulta, non di me bambina, non credo infatti di averlo mai incontrato prima della morte di pap. Trovo commovente la fotografia di Bartali insieme a nonna Angiolina, loro due soli in cucina mentre aspettano di seppellire mio padre.
Da grande non sono mai salita su una bici, per mi  sempre piaciuto camminare soprattutto in montagna. Da giovane, mio marito mi prendeva in giro: per forza ti arrampichi cos, mi diceva, ti chiami Coppi! Sono belle le escursioni perch dall'alto si vede ogni cosa, il mondo si allarga e basta guardare senza bisogno di tante parole.
Mi chiedete di Faustino, ma cosa posso dire? Ogni tanto ci si incrocia, dopo lunghissimi anni in cui per svariate ragioni non era mai successo. I bambini non scelgono la vita che poi gli tocca in sorte, per il tempo non torna indietro e non possiamo farci niente.
Il bene profondo che in tanti hanno voluto a pap, in qualche modo  ricaduto su di me. Lo accetto come un dono ricevuto senza alcun merito,  una cosa bella. Tutti mi chiedono di pap da quando sono nata, qualche volta rispondo, qualche altra volta domando scusa se mi sembra di non avere pi niente da dire.  tutto un incrocio di storie nel suo nome. Forse  come la bocca di quel forno, forse  un grande mistero che ci chiama.
Avere un padre che non pu invecchiare  strano. Una volta, non molti anni fa venne qui il parroco con due chierichetti per la benedizione della casa, nei paesi ancora si usa. Forse il prete aveva parlato di mio pap ai bambini, magari durante il catechismo o mentre stavano venendo da noi, perch a un certo punto si rivolse ai piccoli e gli chiese se sapessero chi fosse la persona che avevano davanti. I bambini sgranarono gli occhi e fecero s con la testa, poi uno guard ben bene questa signora di settant'anni e mi domand: ma tu sei la mamma di Fausto Coppi?


Gino

Lui aveva questa piccola vena nell'incavo del ginocchio destro: si gonfiava sotto sforzo, quando anche per Fausto arrivavano le nuvole. Per tutta la vita ho guardato quelle nuvole, ho cercato di capirle. Lui non era un superuomo. La vena, un allarme. Anche il mio gregario Giovanni Corrieri lo sapeva e in certi momenti pedalava dietro Coppi, si metteva di fianco, gli guardava il ginocchio e se gli pareva di avere notato il gonfiore veniva da me e mi diceva Gino, la vena, la vena! Forse  stata solo un'illusione, perch io non ricordo di avere vinto per questo neanche una sola corsa in pi.
Non  vero che lo facevo spiare, per mi importava tutto quello che combinava perch sapevo che lo combinava diverso da ognuno. Lui era unico e anche la sua morte  stata unica, andarsene in quel modo e lasciarmi qui da solo. Per tutto il tempo, dopo, mi hanno soltanto chiesto di Fausto. La mia disgrazia  stata sopravvivergli. Non te lo perdono, amico mio.
Avevo notato il ragazzo in quel giorno di giugno, e il ragazzo aveva una faccia da bambino. Pedalava con le spalle ferme anche in salita. And in fuga a Moriondo, io lo ripresi ma con fatica, poi a Fausto si blocc il cambio e sulla Rezza lo staccammo perch lui andava su con un rapporto da pianura e si era imballato. Fece comunque terzo. Nel 1940, per, in montagna non filava ancora cos, gli mancavano le malizie. Io ero il suo capitano e qualcosa gli avevo pur detto, poi al Giro accadde che mi and tutto al contrario: mi inchiodo nella Firenze-Modena, proprio la tappa che parte da casa mia, ditemi se vi sembra giusto, ma la strega dai denti verdi non guarda dove abiti se decide di morderti. Fausto viene lasciato libero sull'Abetone e in quel momento cambiano per sempre due vite, la sua e la mia. Ma non era tutto sbagliato, tutto da rifare. Io ero giusto, e anche Fausto.
Dal '46 al '54 lui non  stato mai raggiunto in fuga, e questo vi dice contro chi dovevamo batterci. Io ero un carrarmato, lui un puledro. Ci separavano solo cinque anni, eppure mi chiamavano il vecchio e per tanta gente era come se fossi il padre di Fausto oppure lo zio, questa cosa non l'ho mai capita. Lui aveva la faccia da ragazzino, io no. Mi arrabbiavo, e in quel momento forse assomigliavo a un vecchietto. Lui invece sorrideva appena, cos sembrava sempre giovane.
Fausto saliva col suo passo, seduto un po' indietro sulla bicicletta che non maltrattava mai. Io quando scattavo avrei voluto strappare la catena, ero una vera potenza, la bici dondolava e una o due volte la catena l'ho strappata davvero. Ci sono state montagne dove io partivo e lui non rispondeva al colpo, poi per lo vedevo avvicinarsi e raggiungermi con quella pedalata regolare e a volte mi lasciava l secco. Fausto era anche un tattico, era astuto, aveva una squadra molto forte e fedele ma come potenza ero meglio io, e mi sentivo anche pi scalatore di lui. Ma soprattutto non mi arrendevo mai, sarei morto in bicicletta piuttosto. Fausto l'ho anche visto piangere e quando gli girava storta era finita, non andava neanche a spingerlo, gli cadevano addosso tutte le nuvole del mondo, altro che la vena. Gino Bartali non l'ha mai visto piangere nessuno.
Al Giro del '40 sentivamo i cannoni sparare sul Monginevro, sul Moncenisio e sul Vars, eppure non credevamo che sarebbe davvero successo. La guerra la capisci solo quando ce l'hai addosso. Non ho mai voluto raccontare la faccenda degli ebrei perch le cose giuste si fanno, non si raccontano.
Il cane era molto piccolo quando mi attravers la strada, perci non lo vidi. Era solo la seconda tappa da Torino a Genova, caddi a terra e mi sembr un segnale. Dentro gi sentivo il rumore delle cose storte. Poi da Firenze a Modena diluviava, non ho mai patito il tempo cattivo per a volte basta poco per andare gi, anche al Ginettaccio.
Penso che Fausto abbia pagato il terribile logorio delle lunghe fughe, tutti quei chilometri pedalati da solo e senza mai voltarsi. Mi sembrava un condannato, anche se poi era lui a fare la pelle a noi. La bicicletta se l' mangiato, ma io vi dico che non ho mai visto nessuno correre in quel modo. A volte da vecchio sognavo di pedalare in mezzo alla campagna insieme a Coppi e Louison Bobet.
Fausto mi ha lasciato qui da solo a parlare di lui. Seduta al tavolo della cucina, la sua mamma non diceva niente e neanche piangeva. Eravamo rimasti io e lei. Nell'altra stanza, Fausto disteso nella bara era sempre un signore.
Al campionato italiano del '42 vinse lui, quell'anno volava, lo superavi solo in motocicletta. Fece anche il record dell'ora a novembre, e dire che a giugno si era rotto le ossa. Hanno contato nove rovinose cadute nella carriera di Fausto, lui era un uomo di vetro, io rotolavo sui sassi e mi graffiavo appena, lui se lo guardavi si rompeva. Ma quand'era intatto non apparteneva a questo mondo. Al Tour del '49, il suo pi bello, lo vidi slittare nel fango e cadere e cos lo aspettai, e lui fece lo stesso con me quando forai la gomma. Dicono mi abbia lasciato vincere nel giorno del mio compleanno ma io non lo penso, lui la maglia gialla la voleva sempre e io di pi. Se nel '52 in Francia gli ho passato la ruota  perch era giusto farlo. All'inizio, di lui non mi fidavo e veramente in quel Tour non mi voleva neanche in squadra, non capisco perch. Alla fine ha vinto Fausto e io mi sono sentito trattato male.
Ci siamo anche danneggiati, come al mondiale del '48 che poi ci hanno dato due mesi di sospensione e li meritavamo tutti. Per io dico che non c' mai stata cattiveria. Alla fine fu Fausto a chiedermi di prenderlo in squadra, mi butt l l'idea al Lombardia del '59, Gino perch non prendi me? Aveva bisogno di correre, aveva paura di tornare povero o solo di tornare a casa. Io che invece quella paura non l'avevo, quasi povero tornai.
Quando ho cominciato a correre in bici mi sbagliavano l'accento e mi chiamavano Bartli. Fausto mi diceva che lui invece lo chiamavano Tegole, per canzonarlo. E non lo so se ci sono mai stati due come noi, per non credo. Perch c'eravamo io, lui e quell'Italia intorno. Al Giro del '46 tanta gente in strada indossava panni cuciti con la stoffa militare, non c'era una persona uguale all'altra, sembravano tutte di pezza con le cuciture che sbordavano, i maschi specialmente perch una donna sa sempre come fare, le bastano uno straccio e una spilla da balia ed ecco che ha addosso un abito. Intorno a noi avevamo i poveri, ma erano poveri contenti, la guerra era finita. Erano poveri ma vivi.
Si andava anche a caccia insieme, per in quello era pi bravo lui, la differenza si vedeva pi che in bicicletta. Quella volta alla tenuta Zerbaglia mi sconfisse trenta fagiani a uno, e quell'uno lo avevo centrato che neanche volava, la povera bestia era l che zampettava a terra un po' rimbambita.
Fausto mi ha anche prestato soldi. Lo so che hai bisogno, mi aveva detto, tieni. Diventando pi vecchi ci siamo affezionati, non parlerei di grande amicizia perch  una cosa ancora diversa, come da soldati quando si  stati insieme dentro cose difficilissime e fatiche tremende. Nasce una cosa che non ha nome e fa sentire come fratelli.
Tutti gli italiani ci videro cantare insieme al Musichiere, io non correvo pi e Coppi stava per smettere. Scherzammo e ci prendemmo in giro, lui giocava sulle mie sconfitte, io sulle sue bombe. Ridemmo e sono contento che la gente ci ricordi cos, io senza il muso, lui senza la tristezza. Per un momento siamo stati diversi insieme, diversi da come eravamo, da come il mondo ci vedeva.
Mi hanno sepolto con il saio da confratello del terzo ordine dei Carmelitani, invece Fausto lo hanno messo nella bara vestito come per andare a un concerto, mi ricordo il nodo della cravatta quant'era perfetto. Gli eroi di Omero piangono molto. Fausto non si vergognava delle lacrime, a me invece non venivano proprio. Io dico che  il bello di essere differenti.
Poi avrei fatto il direttore sportivo di Coppi alla San Pellegrino, ci scattarono molte fotografie alla presentazione dove io reggevo Fausto per il sellino come un padre. La stella della squadra doveva essere il giovane Romeo Venturelli che in tanti gi chiamavano il nuovo Coppi, povero lui e ancora di pi Fausto.
La dama non mi piaceva, una volta erano venuti a trovarmi e io non la feci entrare in casa perch era stata sgarbata. Ma quando Fausto mi porse la prima fotografia del suo bambino arrivata dall'Argentina, fui io a mostrarla a tutto il gruppo. A Fausto, gli altri portavano il rispetto dovuto a un padrone che sa come non essere ingiusto anche se  ingordo. Lui correva per vincere, per i soldi che temeva non bastassero mai anche se ne aveva una montagna. Quando galoppava nei circuiti in Francia oppure in pista, Fausto era una macchina che sfornava lingotti d'oro. Ma correva anche per stare via di casa, e perch era l'unica cosa che sapeva fare. Tra l'altro, la faceva come nessuno al mondo a parte me. Dopo quasi vent'anni di bicicletta era incatenato alla sua galera, e a volte mi sembrava ancora pi triste.
A fine carriera l'ho visto staccarsi in fondo al gruppo come un pivello, cedere il passo tra i boschi di castagni al Giro dell'Appennino che era quasi a casa. Nel '58 l'ho visto arrivare quattordicesimo alla cronometro della Parigi-Nizza, quando prese cinque minuti da Anquetil e fu veramente una pena. E al Giro, trentaduesimo. Perdeva, rallentava e cadeva, come in Spagna a marzo quando si ruppe due dita della mano, o in allenamento dietro il derny che non vide un trattore e lo centr in pieno. Fausto avrebbe potuto morire tante di quelle volte. Per continuava ad allenarsi sui rulli anche con le vertebre spostate, ingessato fino al collo. Aveva dentro un demonio che a un certo punto smise di ascoltare, perch io penso che anche il demonio gli diceva di mollarla l. La Roubaix del '59, la sua ultima, fu un martirio. Io che tante volte l'ho detestato non avrei mai voluto vederlo finire in quel modo. Arrivarono in quarantatr prima di lui, e anche alla Vuelta fu un massacro. Aveva deciso che si sarebbe ritirato nel 1960 dopo una tourne in Sudamerica. Non fece in tempo.
Fausto era nato con addosso una stella e una maledizione. Al Lombardia del '56 poteva vincere la sua ultima grande classica, era in fuga e ci sarebbe riuscito se la dama non fosse passata con l'auto vicino a Magni e non gli avesse fatto il gesto dell'ombrello. Fiorenzo era orgoglioso, and a riprendere Fausto con dietro un gruppetto e poi vinse Darrigade. Ricordo come piangeva Coppi sul prato del Vigorelli, Fiorenzo gli pass accanto, lo guard dritto negli occhi e gli disse ringrazia lei.

Io portavo l'immagine di Santa Teresa sotto la maglia, ma eravamo tutti e due democristiani. Mi chiamavano Gino il pio, ma anche Fausto credeva nel Padreterno e quando andammo in udienza da papa Pacelli era pi emozionato di me. Il santo padre gli aveva fatto scrivere dal cardinale Montini, provarono a riportarlo dentro la famiglia ma non ci sarebbe riuscito neanche Ges Cristo.

Ed era solo, certamente. Io non meno di lui, per non si notava. Ero solo nella Cuneo-Pinerolo, perch se lo  chi fugge lo  di pi chi insegue. Tutta la vita sono stato solo, cercando di raggiungere Fausto finch lui  andato dove io non potevo arrivare. Me l'hai fatta sporca, gli ho detto mentre era disteso per il ballo. Lo vedevo lontano ma ancora raggiungibile quel giorno sul colle della Maddalena e poi vennero il Vars, l'Izoard, il Monginevro e il Sestriere e Fausto ormai chiss dove, la sua abilit era fuggire. Lo sentivo scomparso dalla mia vita finch con la morte  stato come se ci fosse caduto dentro, come se ormai tutta questa vita fosse diventata troppo stretta per tutti e due.  salito sulla mia bicicletta e l'ho dovuto trasportare cos, sulla canna, come una morosa.
Gino, fermati con noi a bere un bicchiere. Gino, raccontaci di quella volta a Gap. Gino, ma che destino ha avuto tuo fratello Giulio! E io pensavo che anche l si  raccontato solo di Serse, di Serse Coppi morto in corsa, mai di Giulio Bartali investito da una Balilla a ventuno anni mentre pedalava e poi curato male, operato tardi, spacciato. Gli occhi di Giulio volevano dirmi tante cose, povero figlio, per non erano capaci.
Tutti a chiedere, Gino qua e Gino l, tutti a toccare, a scherzare, a farmi firmare fogli, a farmi ripetere la famosa frase che io non ci ho mai creduto davvero che  tutto sbagliato. Gino col broncio, Gino che fuma, Gino con questa voce di catrame, Gino che se Fausto fosse rimasto vivo sarebbero invecchiati insieme pi o meno allo stesso modo, e pi o meno allo stesso modo ci avrebbe considerati il mondo, due grandi corridori, gli irriducibili nemici, i rivali di sempre, lui forse pi vincente, io forse pi tenace, lui certo pi passista, io pi scalatore, lui con il suo record dell'ora e la sua maglia iridata, io che vinco in Francia dieci anni dopo la prima volta e non fermo la rivoluzione, questo no, ma faccio contenta tanta gente. Da vecchi saremmo stati pi tranquilli, ognuno con la sua met del viaggio. Ci avrebbero invitati alle feste, intervistati, celebrati, poi si sarebbero anche un poco dimenticati di noi gente del passato. Invece mi  toccato invecchiare da solo, e Fausto sempre giovane, sempre cos amato. Anch'io ho avuto figli e una moglie, per non ne ha parlato nessuno. Sembra brutto dirlo adesso, dirlo cos, ma se Fausto non fosse morto in quel modo io penso che la sua gloria sarebbe stata diversa, e forse Coppi sarebbe stato un po' meno Coppi e invece Bartali un po' pi Bartali, e Gino non avrebbe dovuto passare la vita a parlare di Fausto. Di un morto non si pu mica dire male, eppure anche lui ha avuto le sue ombre.
Alla fine me ne andavo in giro per l'Italia a fare Bartali. Mi servivano soldi e mi diedero un'automobile bianca e verde con il mio nome scritto sopra, la corsa passava e dietro c'ero io che a volte mi fermavo e stringevo mani, firmavo fotografie, accarezzavo i bambini. La gente gridava forte il mio nome, le scolaresche mi aspettavano sul bordo della strada. Sulle salite del Giro la macchina tossiva pi di me e io mi fermavo, venite, c' Bartali! diceva qualcuno e si restava a parlare e anche zitti, e poi saltava fuori una bottiglia. Io volevo rimanere con loro oppure con nessuno, perch finisce che ci si abitua a stare da soli e si sta bene. Invece, niente. In mezzo a un brindisi o dopo una stretta di mano c'era sempre chi mi chiedeva di Fausto. E io rispondevo che lui era grande, ah se lo era, ma che davvero non sapevo se lo fosse pi di me. Fausto e Gino, Gino e Fausto per sempre. E quando poi quel sempre  finito, io in sincerit sono stato contento.


Ettore

Nel sonno lo sentivo battere i denti e raschiarli come un topo nel legno. Le prime volte pensavo che era proprio quello, un topo da qualche parte o nell'armadio. Io e il Fausto dividevamo la camera in tutti i giri che abbiamo fatto, dividevamo la strada degli allenamenti e le cose da fare quando gli allenamenti finivano, nel senso che io davo una mano anche a casa se c'era qualcosa da sbrigare. Ultimamente facevo alle volte anche le commissioni con l'Appia per la signora, finch lei ha detto che le succhiavo la benzina e questo era troppo, cos le commissioni non le ho fatte pi.
Abitavo a Novi vicino alla Pernigotti e ho vissuto tutta la mia vita dentro il profumo del cioccolato. Alla lunga viene la nausea. La strada era una riga di alberi e si vedevano le sagome delle fabbriche, d'inverno uscivano dalla nebbia come persone che avevano perso la via. Il Fausto la sera prima delle gare non voleva mai dormire anche se si coricava presto, e poi quando prendeva finalmente sonno era agitato e con i denti faceva quel lavoro.
La Bruna era nata paesana e mor paesana. Qui lo siamo tutti. Non accettava che fuori di casa il suo uomo non fosse soltanto suo. Eravamo una famiglia. Noi gregari proteggevamo il Fausto in corsa e se potevamo anche fuori. Ci mettevamo attorno a lui come i soldati per ripararlo dal vento e un po' dalla fatica, ci mettevamo davanti con le biciclette e di fianco. Mi capitava di fermarmi a prendere i panini, delle volte me li facevo preparare da qualche salumiere, dicevo mi faccia per piacere due panini per Coppi, e se c' tempo uno anche per me.
Io andavo abbastanza forte sul passo ma in salita no. Vinsi anche una tappa al Giro d'Italia che si arrivava a Napoli, era il 1953 e Zavoli e Ferretti pagarono una donna orrenda per darmi il bacio della miss, era strabica e senza denti e mi ricordo che ridevano tutti, anche il Fausto che non  mica vero che aveva sempre il muso.
Nel 1948 ascoltavamo le cronache del Giro di Francia alla radio, e a un certo punto lui non voleva neanche pi accenderla perch stava trionfando Bartali, e mi diceva Ettore, se l'anno prossimo non ci andiamo pure noi smetto di correre. E poi infatti in quel Tour del '49 il Fausto fece cose grandissime specialmente dopo la crisi, che quel Goddet aveva scritto che Coppi non era degno ma dopo averlo visto volare nell'ultima cronometro aveva cambiato idea, oh s, e allora aveva detto che la pedalata di Coppi era classica e pura come la Divina Commedia: giornalisti! Quando al Fausto montava il cattivo umore, noi gregari sapevamo che era buon segno e cos accadde gi verso i Pirenei anche se poi lui buc quella gomma sul Peyresourde. Ma fu nella tappa di Brianon che tutti capirono perch nel ciclismo non era mai nato uno come il Fausto, e mai sarebbe nato. Questo lo sapeva benissimo Bartali per primo. Avevamo fatto colazione alle quattro di mattina quel giorno, e il Gino era addirittura andato a messa, il suo amico don Bruno lo aveva aspettato in una chiesetta ad Arvieux. Ancora me li vedo Coppi e Bartali sull'Izoard, un anno dopo l'attentato a Togliatti.
Tutti gli anni mi vestivo da Babbo Natale e portavo i regali in villa, lo avevo fatto per Marina nella casa di Bruna e poi per Faustino. Se Fausto chiedeva, io c'ero. Ci sarei sempre stato. Quando una volta voleva mollare il Tour, perch il Fausto era anche fatto cos se gli girava la luna storta, gli feci umilmente notare che al ritorno mi dovevo sposare con la figlia del signor Biagio, e senza i premi del Tour come avrei fatto? Fausto non disse niente, per la mattina dopo si rimise in sella.
Quel Natale il Fausto era giallo come un limone, e in casa non c'era allegria. Tutti si sforzavano di fare festa ma non ci riuscivano. Io ormai andavo l malvolentieri perch la dama non sopportava noi gregari, c'era sempre qualcosa che non le garbava. Ma il Fausto non lo avrei lasciato solo comunque. Io ero forte nel recupero, e dopo una bella dormita mi sentivo fresco come una rosa anche se il giorno prima ci eravamo dannati il sangue. Alla partenza mi facevo un giro nel gruppo, guardavo le facce degli altri corridori e capivo. Quella volta Koblet non me la contava giusta, aveva gli occhiali scuri che di solito non portava, a differenza del Fausto. Allora chiesi per favore al fotografo Chiarini di domandare uno scatto allo svizzero ma, prima, di fargli levare le lenti cos la foto veniva meglio. Il Koblet accett perch era una persona gentile, e io in un lampo vidi che quella mattina non aveva mica gli occhi giusti. Lo dissi al Fausto e il resto lo sapete.
Il Fausto ascoltava, qualche volta sorrideva e scuoteva la testa. Sembrava fissare sempre un punto lontano. Dopo quel che  capitato, noi amici abbiamo cercato di dare testimonianza, era nostro dovere. Io non ho mai negato una parola sul Fausto, ho passato la vita a raccontarlo. Abbiamo avuto giorni bellissimi e giorni difficili, lui saliva tra i nevai e in mezzo alla gente, poi pi nessuno, solo silenzio. Gli piacevano i film western, Gary Cooper e le partite di pallone, tifava il Toro e l'Alessandria anche se poi andava a caccia anche con Boniperti, non solo con Valentino Mazzola. Me li ricordo quei grandissimi atleti e come trattavano il Fausto, lo guardavano come una leggenda, eppure a glorie sportive non scherzavano neanche loro.
Era un uomo gentile e di poche parole, molto educato: chi l'ha detto che una mamma e un pap contadini possono solo tirare su figli selvatici? Il Fausto era un signore ma era anche scalognato, con le cadute in bici e con le donne specialmente. Delle volte aveva lo sguardo di un cerbiatto quando muore.

Mi sembrava sempre sovrappensiero, invece forse stava studiando qualcosa da dirmi o da fare. La sua mente non era mai ferma, come i denti quando dormiva. Non aveva grasso sulle ossa fragili, solo muscoli e nervi. Era severo e si allenava il doppio degli altri, a noi gregari ci tirava il collo. Lo vidi la prima volta nella mia vita a Tortona nel '41, io ero andato a prendere una bici Legnano e lui aveva gi vinto il Giro d'Italia sulle strade pi povere del mondo, il governo razionava anche il sapone, massimo duecento grammi al mese per famiglia. Il Fausto pedalava come un ossesso da Trieste a Pieve di Cadore, sei giorni prima della dichiarazione di guerra, quella dannata ora fatale.
Fausto come una macchina meravigliosa sale contro la pioggia, contro il vento e la grandine. Dentro porta il suo demonio, come tutti, ma cerca di tenerlo zitto anche se poi quello ogni tanto salta fuori.  come se Fausto fosse morto tante volte prima di morire davvero, e poi gli passava. La vigilia del record dell'ora va al cinema e si fa una camomilla, per dire l'equilibrio.
Noi ciclisti prendiamo il sole a pezzi, alla fine della stagione abbiamo il corpo tutto disegnato in modo ridicolo, le braccia e le gambe scure, il segno della maglietta, il petto bianco come il latte di un biberon. Il Fausto lo fotografano vestito e svestito, lui vive dentro la nuvola dei flash. Un po' di quella luce colpisce anche noi, ma solo perch siamo con il Fausto. Anche dopo morto, quella luce mi ha come accompagnato e la mia vita  stata ricordare il Fausto, parlare del Fausto. Un piacere ma anche un magone, adesso ve lo posso dire.
Lui non avrebbe mai lasciato il ciclismo. Anche se a quarant'anni gli restava solo lo stile e non pi la forza, sognava di aprire una fabbrica di biciclette che portassero il suo nome e di insegnare lo sport ai giovani: aveva gi comprato il terreno per costruirci una scuola collegiale a Carbonara Scrivia. E forse avrebbe continuato a correre in pista dietro motori fino a chiss quanti anni per puro diletto, dal momento che la gente avrebbe riempito le tribune anche solo per guardarlo stare fermo in mezzo al prato.
Quando lo portano all'ospedale a Tortona ci sono anch'io. Mai avrei immaginato. Sta male come un cane, lo mettono nella stanza numero 4 del reparto dozzinanti. Sono soltanto un po' gi di vernice, dice, e al bambino raccomanda di fare il bravo e non agitare la mamma. Un prete, don Lorenzo Ferrarazzo, sostiene che il Fausto si sarebbe confessato in piena notte ma io non credo, era in agonia e tornava un po' presente solo a tratti come quando mi chiede per favore Ettore dammi l'aria e io gli apro l'ossigeno. A Ettore Milano, il suo gregario, il Fausto pu domandare qualunque cosa. Quando mi mandano a prendere il vestito, lo faccio pi che altro per scaramanzia. Non avrei mai pensato che lui sarebbe morto.
Il prete rimane vicino al letto forse mezz'ora, forse di pi. Quando viene la signora Bruna, tengono la dama nell'altra stanza.  tutto un viavai e il Fausto non  presente ma respira come a succhiare l'aria intorno senza riuscirci.
Il difficile  sempre stato capire cosa voleva il Fausto quando non parlava, cio a parte in corsa quasi sempre. E quando poi c'era la dama anche peggio, stava pi zitto ancora, diventava proprio un'altra persona. Non lo so perch a Parigi non aveva preso le medicine come gli altri in partenza per l'Africa, credo per via dello stomaco perch quasi tutto poi gli faceva male. La fregatura era la febbre continua ma bassa, per diversi giorni non super i 38 e quella che cresceva era solo la debolezza, e il colore da limone che il Fausto aveva in faccia. Dopo morto, la dama riemp cinque valigie di pellicce, argenteria e ori e me le affid perch aveva paura che qualche tribunale gliele portasse via, e temeva anche per il bambino. Mi diede quelle valigie, poi le rivolle e so che le nascose in un'intercapedine di Villa Carla. Alla fine, il Fausto continuava a correre anche per stare da un'altra parte, non per i soldi come ha detto qualcuno, che lui ha lasciato tutti ricchi.
Non  vero neanche che non aveva pi voglia di vivere, non esageriamo. Gi le mani dal Fausto, il Fausto non si tocca. Solo noi che gli stavamo vicini ogni momento, sapevamo cosa gli passava per la testa. E nemmeno sempre. E lo vedevamo anche ridere. Quando torn dall'Alto Volta, un amico gli aveva organizzato una battuta di caccia ai beccaccini ma lui non and, era cos fiacco che a malapena si reggeva sulle gambe che erano lunghe, potenti e bellissime.
Il Fausto era gentile e generoso. Lo sapeva quando avevi bisogno, e dava. Dal militare e dalla prigionia gli era forse rimasto dentro qualcosa che non andava tanto, una specie di oscurit, o magari proprio la malaria che si era addormentata e poi si era fatta un bel po' di giri nel sangue prima di decidere di tornare fuori. Sono diventato matto pensando che il Fausto era stato ammazzato da una zanzara, lui che sapeva sopportare le sofferenze pi incredibili. Una zanzara piccola cos.
Lo zio del Fausto, che si chiamava come lui ma per tutti era il Comandante, aveva capito la tresca perch una volta lo raggiunge a Napoli e vede nel posacenere un mozzicone di sigaretta col rossetto. Non fa piazzate, non  da noi, ma prova a dire al Fausto di stare attento, e che comunque le femmine sono tante ma la moglie una sola. In molti hanno condannato quella scelta che per me  stata anche forzata dall'onore e dal fatto che la dama un bel giorno si era presentata con la valigia in mano, mollando baracca e burattini, e aveva lasciato a casa un marito e due figli. Il Fausto poteva forse tenerla fuori dalla porta?
Il tempo pi bello l'abbiamo passato in giro per l'Europa, quando dopo le grandi corse si andava per circuiti e la lista dei corridori la faceva lui: gli organizzatori gli davano un foglio bianco e il Fausto lo riempiva. Quelle corse nei paesi e nelle piccole citt volevano dire soldi, anche per questo era meglio non essere nemici del Fausto, ma vi dico che lui non vinse neanche una gara in pi per questo motivo delle alleanze. A noi gregari ha lasciato sempre tutti i premi fino all'ultimo centesimo e le nostre mogli usavano gli elettrodomestici pi moderni, noi a casa abbiamo avuto una delle prime lavatrici e Sandrino me lo ricordo dopo sposato con quale piacere guardava la televisione.
La Francia era fatica, ma era tanto bella. Penso a certi alberghi sperduti dove i gendarmi dovevano fare cordone, perch era come se ci abitasse la regina d'Inghilterra. Tutti volevano vedere il Fausto, toccare il Fausto. Noi gregari eravamo un po' le sentinelle che lo proteggevano anche se poi non l'ho mai visto mandare indietro nessuno, lui era educato e lo sapeva che quella gente si era fatta tanti chilometri per stringergli la mano, o per lo scarabocchio sopra una foto. Le persone non gli dispiacevano, per a volte lo mettevano in imbarazzo. Avrebbe voluto avere pi cultura, in fondo si sentiva uno che aveva sempre e solo corso in bicicletta e prima era stato un garzone di salumiere. Per aveva l'intelligenza: in prigionia impar da solo l'inglese e dopo il francese, che a quel tempo era la lingua universale del ciclismo e il Fausto la masticava niente male. Penso che la dama lo abbia affascinato in quel modo perch era una vera signora, aveva i modi eleganti e aveva fatto le scuole alte. Anche se io credo che sia proprio giusto quel proverbio delle mogli e dei buoi. Non per questo giudico il Fausto.
Mi piaceva allenarmi con lui e i ragazzi, ogni giorno era una specie di gara dove il Fausto tirava alla morte specialmente in salita, e l Sandrino era un gigante e faceva ammattire i corridori pi giovani, perch li attaccava con gli scatti e li canzonava. Qualcuno andava a lamentarsi con il Fausto che allora prendeva Sandrino da parte, e un po' per scherzo e un po' sul serio gli chiedeva di non esagerare, che in fondo quelli erano dei fiuln. A me veniva anche da ridere, perch a un bel momento Sandrino diventava tutto sagrinato e gli montava il magone, e allora scusa Fausto, lo capisco, domani star pi tranquillo. Ma non succedeva mai, perch noi della Bianchi dovevamo essere i migliori e se non ti alleni duro poi vanno pi forte gli altri. Anche il Gino, io lo so, si allenava come un matto che tanto non sentiva mai la fatica, lui invece della pelle aveva la corteccia di una quercia. Era una brava persona, anche se molto diverso dal Fausto. Come l'ho visto di fianco alla bara, tenendo le mani della signora Angiolina, non ho visto nessuno.
Quando il Fausto  nel pieno della fatica, alle volte arriccia il naso. Io lo riconosco da queste piccole cose perch il Fausto l'ho imparato a memoria, di lui so anche i silenzi, il rumore che fa con i denti quando dorme e chiss cosa sogna, forse di morire, forse il futuro che gli fa paura anche se lui ha tutto oppure sembra, invece non  cos per nessuno. Dietro le ruote rimane la polvere.
 morto alle otto e tre quarti di un sabato mattina, e gli hanno messo addosso il vestito che avevo portato io. Non so per quante notti poi non ho dormito. Sapevo che in qualche modo anche la mia vita finiva, voglio dire la parte pi bella. Suor Aurelia gli mise il rosario attorno alle dita. Mi ricordo le voci, i pianti e la grande confusione. Poi vennero i fotografi, perch una morte importante  una morte di tutti. E a quel tempo si moriva in casa, si portavano i bambini a vedere mentre succedeva perch imparassero, non sembrava una vergogna dover andare all'altro mondo. Per per il Fausto avrei desiderato pi silenzio, pi rispetto. Mi sentivo come intontito e avrei voluto che fossimo solo io e lui in bicicletta su qualche strada verso Novi, oppure salendo al Sassello dove fanno gli amaretti buonissimi e qualche volta col Fausto e i ragazzi ci fermavamo a prenderli. Ancora me lo vedo mentre ne scarta uno e lo mette in bocca quasi di nascosto, come per vergogna.


Maria

La mia mamma lo compr che io avevo cinque anni, c'erano gi Livio e Dina ma quando loro sono nati ero troppo piccola e non ricordo. Invece Fausto l'ho proprio cullato come un bambolotto e gli cantavo la ninna. Era brutto, ma cos brutto.
Anche Serse era stato il mio bambolotto che ride, e ce l'hanno portato via. La mia mamma non piangeva mai, io invece andavo a farlo dove non mi vedeva nessuno. Com' forte Maria, dicevano tutti, una vera Coppi. Ma cosa ne sa la gente.
D'inverno c'erano nevicate che non si distinguevano pi le case, e nemmeno dove stavano gli alberi. Come se di notte li avevano spostati. Ma quando  nato il ninn, era settembre e c'era caldo. Forse quello  il primo ricordo vero che ho: un vestitino a fiori e il pap che ci dice che la mamma ha comprato un altro bambino. Io mi presi spavento perch non avevo mai visto la mamma a letto e pensavo che era malata e che tra poco moriva. Invece lei ha resistito quasi pi di tutti, e sempre senza lacrime. Io lo so che era la trave della famiglia, mentre la luce era Fausto che abbiamo aspettato tutta la vita davanti alla radio e poi al televisore, e che tifo si faceva in paese! Noi siamo gente tranquilla e di poche parole, ma il ninn ci scatenava.
Da bambino gli piaceva giocare, come a tutti, ma di pi andare in giro per i campi e i boschi in esplorazione. Si portava dietro Serse. Andavano su e gi per le rive, a piedi e in bicicletta. Quante scarpe consumate, e quanti spaventi. Mi sembrava che il ninn fosse sempre in pericolo, lui che pure guidava Serse nelle avventure. Serse lo rendeva allegro, rendeva allegri tutti noi. Ma anche Fausto aveva la sua gioia dentro, solo che era pi nascosta, come messa in fondo al cassettone delle lenzuola. Bisognava proteggerla, andarla a cercare. Io con lui mi trovavo bene perch si parlava il necessario e non di pi, invece Serse lo voleva chiacchierone e non si accontentava di tirargli fuori le parole con le pinze. Gli faceva sempre domande, gli raccontava le cose e alla fine Fausto era catturato, e si vedeva dagli occhi che era contento.
Per il ninn ci mettevamo in cerchio attorno alla radio della scuola, e i nostri vecchi ritornavano bambini. Anche la gamba zoppa di pap sembrava guarita. Urlavamo di gioia e spavento, tiravamo sospiri lunghi da qui a Bologna. La radio era come leggere un libro senza le pagine e Fausto era l'eroe. Io ascoltavo e mi immaginavo i paesaggi che non avevo mai visto, perch da Castellania mi sono mossa poco. Vedevo quelle grandiose montagne alte come giganti, e la pianura senza fine. Dentro quel mondo mi immaginavo le gambe di Fausto che erano lucide di olio, lunghe e lisce e quando pedalava si scoprivano ancora, il pantaloncino saliva e rimanevano fuori due cosce grosse e magnifiche. L dentro c'era la sua forza.
Noi siamo gente alta e magra, e il ninn da piccolo sembrava uno spaventapasseri. Serse gli diceva che un giorno poi lo metteva in mezzo ai campi per sbarure i corvi neri. Fausto lo guardava in quel modo suo, e la bocca faceva un piccolo movimento come se ci fosse disegnato sopra un sorriso.
Sono stata la sorella invisibile e sono rimasta contenta di questo. Non c'era bisogno che si parlava di me, contava che Fausto sapeva che c'ero. Nei momenti difficili, per tirarsi su cercava Serse ma per una parola giusta veniva da me che ero la pi vecchia, e i fratelli mi portavano rispetto anche se ero femmina. Con Livio eravamo i pi vicini di et e si pu dire che siamo cresciuti insieme, dopo  venuta la povera Dina, poi il ninn e infine Serse. La nostra mamma ne ha portati tre al camposanto, eppure ha avuto lo stesso la forza di vivere per chi era rimasto.
Fausto aveva gli occhi miti, per l dentro c'era una domanda e in pochi sapevano rispondere: io s. Gi da ragazzino voleva correre in bicicletta. A quattordici anni arriv tredicesimo alla prima gara e poi si era messo seduto sul gradino a piangere, io lo consolavo e neanche un anno dopo vinceva. Ogni cosa che faceva, la faceva come se era l'ultima, forse si sentiva dentro che il tempo gli scappava, che il tempo era poco.
La sua maglia rosa, la prima voglio dire, era di un rosa pallido. E che destino! Un cane attravers la strada a Bartali e il grande campione rotol per terra come un gagno, poi qualcosa dentro di lui forse non funzionava pi, ma io penso che invece Fausto aveva il grande sogno e che alla fine vinceva comunque. Quando port a casa la maglia, Serse gli disse che sembrava una ballerina e che era il colore delle femmine. Faustn sei un confetto gli diceva, e Fausto gi a ridere. Quando entr in casa, diede alla mamma un bacio che non finiva mai. Dicono che Mussolini aveva ritardato di qualche giorno la dichiarazione di guerra per far finire il Giro d'Italia, io non lo so se  vero ma so che Fausto aveva una bellissima faccia da bambino quando torn a casa, un bambino che l'ha combinata grossa.
Fra tutte le donne della sua vita, io sono rimasta in un angolo e va bene cos: il mio posto era quello. Ma Fausto, se mi cercava, sapeva dove trovarmi. Non ho mai voluto fargli la paternale anche se ero la pi grande, del resto la facevano gi gli altri. Mio fratello non l'ho mai giudicato, le cose del sentimento sono personali e profonde. Chi siamo noi per sapere cos'ha nel cuore un uomo? Mi  solo spiaciuto che alla fine hanno sofferto in tanti, per Fausto non l'ha fatto apposta. Ci si  trovato dentro, lui che non faceva male a una mosca.
Il giorno del funerale c'era cos tanta neve e cos tanta gente. Si rischiava di scivolare a ogni passo, anche se il sole scald un poco la terra nel pomeriggio. La luce era bianchissima, come se usciva da sotto le scarpe. Eravamo tutti troppo sconvolti e presi di sorpresa per capire, non ci pareva possibile, all'Italia intera non pareva possibile. Ma quando la collina di San Biagio si  svuotata abbiamo cominciato a soffrire sul serio, a piangere da soli, e non abbiamo pi smesso.
Arrivai in corriera da Castellania alla casa di Fausto il gioved, la mamma mi aveva detto che stava proprio male e che lei aveva brutti pensieri. Arrivai e mi dissero che lo aveva visitato un dottore che si chiamava Allegri e che mio fratello aveva il cuore che galoppava.  l che ho cominciato ad avere brutti pensieri anch'io, perch il cuore di Fausto era invece lentissimo, cosa molto preziosa per un atleta. La signora Giulia sospirava e ogni tanto mordeva il fazzoletto, poi telefonarono a un professore importante di Genova che si chiamava Aminta Fieschi e che proprio non poteva mettersi in viaggio per via della nebbia, c'era un muro spaventoso. La sera di quel gioved, Fausto stava un po' meglio e ascolt anche un poco di tiv dall'altra stanza. La casa si era svuotata dei domestici che erano andati al veglione. Io e mia mamma ci fermammo per rimanere un po' con la signora Giulia e dare conforto a Fausto che usciva di conoscenza e poi tornava, dentro e fuori come un sonnambulo.
La signora mi disse che a Santo Stefano erano stati in Francia, a Nizza, per parlare di biciclette con un industriale, e che mio fratello aveva un po' di brividi ma non stava poi cos male a parte la stanchezza, che lui spiegava con l'Africa e gli strapazzi del viaggio. Comprarono lo champagne. Invece il giorno dopo non era mica andato a caccia a Incisa perch non si reggeva in piedi. Conciato come sono, aveva detto al suo amico Ettore, non riesco a distinguere una beccaccia da una siepe.
Il venerd i dottori ci dicono che se lo portano a Pavia, in un ospedale meglio attrezzato del nostro, non ci arriva vivo: la signora Giulia grid. Allora decidono di chiamare l'ambulanza e portarlo a Tortona, dove Fausto viene ricoverato per una broncopolmonite da virus. Io per non lo vedo partire, nessuno mi ha detto il posto e l'ora. C' grande confusione. Fausto  pallidissimo, ma non un lamento. Il professore di Genova ci aveva spiegato al telefono che forse si poteva ancora provare con una certa medicina, per di non farsi troppe illusioni. Vado a prenderla io, dico all'alba di Capodanno alla signora Giulia. Ci vado in corriera. Presto o tardi arriver.
Di quel viaggio ricordo i fiori a gennaio. C'erano muri gialli di mimose e faceva un bel tempo tiepido, appena scollinato si sentiva il profumo del mare e niente pi nebbia. La luce mi dava fastidio, mi sembrava un'offesa, una mancanza di rispetto per quello che passavamo noi. Si sobbalzava, e per via delle molte curve avevo patito la nausea. A un bel momento avevo chiesto per favore all'autista di fermarsi, avevo paura di vomitare sul pullman e lui mi guard male, la strada era stretta e ripida e non era facile trovare il posto giusto per la sosta. Scesi proprio appena in tempo e provai vergogna. Non avevo neanche pi un fazzoletto pulito per asciugarmi la bocca. Pensavo al ninn che soffriva in quel letto bianco, alle persone che andavano al mare e al mio stomaco. Prima di arrivare a Genova fermai ancora una volta la corriera, tutti mi guardavano storto, la gente ha sempre fretta. Mi dicevo che era il primo dell'anno e che si doveva pur stare sereni, e volersi almeno un po' di bene. Pensavo a Fausto, ai malati, alla mia mamma e all'ospedale che non sapevo neanche dov'era. Domandai all'autista che mi disse di arrangiarmi, forse mi aveva preso in antipatia per via delle soste. Ma che ci posso fare io se patisco le curve?
Una signora pi gentile mi disse che l'ospedale non era lontano, massimo dieci minuti a piedi. Il professore mi aspettava e mi consegn il pacchetto, chiedendomi come tornavo a Tortona. Sempre con la corriera, risposi. Mi guard senza dire niente, ma non aveva la faccia di uno che stava salvando Fausto.
Non avevo mangiato, e nel secondo viaggio feci fermare una volta sola. Stavolta l'autista era pi gentile, un bel giovane. Forse avrei dovuto dire sono la sorella di Coppi, e qui nella borsa ho la medicina che lo far guarire e voi sarete tutti contenti perch lo amate. Dai finestrini entrava il sole e non riuscivo a tenere gli occhi aperti, nelle curve specialmente. Finita la discesa penso di essere riuscita a dormire un poco, perch ricordo di avere sognato Fausto piccolo che piangeva seduto sul gradino, piangeva perch aveva perso la corsa. Io lo consolavo, vedrai ninn che andr tutto a posto, ci saranno altre gare ma lui scuoteva la testa e faceva segno di no, niente parole, solo lacrime.
Arrivai in villa a Novi che saranno state le sette e mezza di sera, e la trovai vuota. Le luci erano spente e mi prese l'angoscia, immaginavo mio fratello gi bell'e morto per colpa mia che ero tornata troppo tardi. Il custode mi disse che il signore l'avevano portato gi da diverse ore all'ospedale di Tortona, e che altro non sapeva. Mi disse che a un certo punto era arrivato Ettore per prendere il vestito e le scarpe, e a quella notizia mi sentivo finita come se il ninn mi era caduto dalle mani quando lo cullavo da bambino e mi era andato in mille pezzi come un bicchiere.
Sono nata il primo anno della Grande Guerra ma io non c'ero, per il mondo non ci sono mai stata, non ero nessuno. Io sono una donna. Mio fratello Livio era per me come un secondo padre ma anche un compagno di scuola, lo sentivo vicino per tante cose, era un tipo normale, tranquillo, uno come me, non lo distinguevo dagli alberi intorno. Dina era pi allegra e piena di energia.  stata una pena vederla ammalarsi cos e spegnersi. Il ninn  stato il mio bambino e anche Serse, che era un bambolotto che rideva e per primo l'hanno portato via.
Nel viaggio da Genova, scendendo forte dalla montagna stringevo la borsa: avevo paura che cadeva e che il vetro delle medicine si rompeva. Tenevo tra le mani la vita di Fausto.
Poi mi sono messa vicino al suo letto e gli ho parlato. Non posso dire che mi capiva, delle ultime ore ho un ricordo come ammazzato dal tempo e dall'agitazione. Gli dicevo tante cose, pi di tutte quelle che gli avevo detto fino a quel giorno, quando parlare con Fausto era soprattutto aspettare. Gli raccontavo di quand'era piccolo, e di quando stava fuori con Serse fino a che faceva buio e si sentiva soltanto la voce di mamma che li chiamava. Gli parlavo delle sue gambe e di come andavano veloci, anche quel giorno sulla salita di Moriondo, quando gli salt la catena e Fausto per l'agitazione sbagli a rimontarla, il rapporto era da pianura, durissimo, solo per questo Bartali lo stacc e vinse la corsa ma il ninn aveva mostrato a tutti il valore della sua carne. Io penso che quel giorno mio fratello aveva capito, e aveva visto quello che lo aspettava.
Gli parlai della signora Giulia, di come gli aveva passato il mazzo di fiori durante la premiazione del campionato mondiale. Quel giorno Fausto aveva una faccia cos contenta, ma cos contenta. Era finalmente completo, aveva trovato il pezzo che gli mancava, che gli era caduto per terra e Sant'Antonio pieno di virt glielo aveva fatto ritrovare. Era cos felice, io lo so, anche perch c'era con lui quella donna e lo ripeto, non sono qui per giudicare, a Fausto ho solo voluto bene.
Lui era il pi gracile tra noi bambini, aveva gli stessi occhi dolci di Serse e quelle ossa puntute e lunghe sotto la pelle. Gli parlavo di Parigi che io non avevo mai visto ma che lui mi aveva raccontato, della folla che c'era allo stadio quando arriv la corsa e Fausto non si aspettava una roba del genere, io non sono mica la Juve, non sono mica il Toro, avr pensato. Gli dicevo di quella volta che ascoltavamo la Milano-Sanremo alla radio, la corsa che passa vicino alle nostre case e Fausto prendeva la bici e andava ad aspettare i ciclisti, e cercava le maglie e una volta era soddisfatto perch aveva visto passare Bartali, se solo avesse immaginato, insomma gli dicevo che stavamo tutti intorno all'apparecchio della scuola, era mi sembra il 1946, appena finita la guerra, il ninn tornato dall'Africa come uno straccio pochi mesi prima e per ancora cos giovane, pi magro e pi giovane per andare incontro a tutto. La voce del radiocronista disse primo Fausto Coppi della squadra Bianchi, in attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo. E io ce l'ho dentro alle orecchie quella musica, che ancora un po' e ci mettiamo tutti a danzare l nell'aula della scuola, noi fratelli e i nostri vecchi, anche il mio povero pap se era ancora vivo si metteva a ballare ma non con la gamba zoppa, ah no, per quel ballo le aveva di nuovo tutte e due giuste e svelte, e la mia mamma poi lo guardava come faceva lei, con quella mezza smorfia di chi vuol bene ma non ci crede, e poi lo seguiva per andare dietro alla musica.
Pensavo che la vita di Fausto era stata tutta movimento, e invece adesso lui stava l in quel letto con il respiro affannato delle persone che muoiono. Dopo, io non ci sono stata pi, anche se ho avuto tanto di quel tempo da non sapere cosa farmene. Quanta gente sulle strade per lui e quanta confusione adesso, un viavai dentro e fuori la stanza, chiss la mia medicina nelle vene di Fausto se poi servir a qualcosa. L'avevo tenuta in mano come un fiore per non guastarla. Ma  gi mattina, dalle finestre entra la luce bianca di gennaio, gli dar fastidio, bisogna domandare per favore alla suora di fare un po' di buio e a tutti silenzio, adesso dormi ninn.


Pietro

Io ero solo un ragazzo, e al signor Coppi davo del lei anche da corridore. Pietro Morato, il pi giovane tra i ciclisti della Bianchi e adesso sono l'ultimo rimasto vivo. Eccomi qui. C' una maniera di essere pi soli? L'ultimo tra tutti quelli che c'erano, a ricordare.
Non lo sentite anche voi questo bell'odore di legna bruciata nell'aria? Io il pomeriggio mi metto qui e penso, mi siedo tranquillo e li rivedo passare tutti. La mia casa in cima alla collina  diventata troppo grande,  cos che succede, le case sempre pi grandi e vuote e le persone sempre pi piccole. Non  brutta la vecchiaia, il brutto  invecchiare.
Io c'ero quando Fausto Coppi vinse la sua ultima gara per distacco, il Giro dell'Appennino: 18 settembre 1955. Correvo per lui. Ma questo ve lo racconto dopo.
Il signor Coppi l'ho conosciuto che avr avuto tredici o quattordici anni, facevo il cameriere al Gran Bar Bardoneschi di Tortona e ogni tanto lui passava e si fermava. Se ho deciso di correre in bicicletta  stato anche per via di Coppi, perch c'era emulazione in noi ragazzi che vivevamo negli stessi posti di questo dio. Nel '53 ho corso la Milano-Castellania da dilettante, ero nella squadra juniores della Bianchi e sull'ammiraglia quel giorno c'era anche Coppi, sulla macchina con il direttore sportivo Tragella e con la dama, che lei c'era sempre, e naturalmente il signor Cavanna. Il cieco, lo sapete, era la mente di tutto. Andavo forte in quella corsa che finiva nel paese dei Coppi, a un certo punto per si ingrippa il cambio e cos mi staccano. Ma prima mi ero fatto una bella sgroppata e si vede che dall'ammiraglia se n'erano accorti. Alla fine mi hanno caricato in auto, c'era anche Ettore Milano il fedelissimo di Fausto che era il genero di Cavanna, e insomma mi dicono che il cieco mi aspetta a Pozzolo il giorno dopo. Tanto non corro pi, rispondo, perch per la delusione avevo proprio deciso di smettere. Non ero nessuno e nessuno sarei rimasto.
Poi sapete come vanno le cose, un po' la curiosit, un po' l'orgoglio di non mollare ed eccomi da Cavanna che mi abbranca e senza dire niente mi tasta le reni, mi tocca le spalle, mi cerca il collo per vedere se  grosso e poi mi sente il polso. Lui con le dita capiva tutto. Quando si tornava dagli allenamenti, ci metteva le mani sulla schiena sotto la maglia per sapere se avevamo sudato o battuto la fiacca. La prima visita era andata bene, per mica bastava. Il cieco voleva sapere se correvo veloce, cos mi fecero fare la prova dei quarantotto chilometri: se ci metti pi di un'ora e un quarto, mi dissero, Cavanna non ti piglia. Invece io ce la faccio e in squadra mi prendono eccome. Me li vedo ancora tutti, i Bianchi, quelli veri voglio dire, l in fila nella cucina del signor Biagio ma senza Coppi. Io stavo in piedi con la schiena appoggiata al mobile, un po' in disparte perch ero timido e pensavo ai miei otto fratelli. Per andare alla scuola di ciclismo di Cavanna si pagavano 25 mila lire al mese e noi eravamo profughi, gi tanto se rimaneva da mangiare.
Fatto sta che i miei fratelli fecero il sacrificio e io provai a diventare corridore ciclista. Il cieco un giorno prende e mi dice Pietro, ti facciamo passare con i professionisti. Mi sembra di diventare matto dalla gioia, e senza dire niente salgo in villa da Coppi, avevo anche la chiave perch qualche volta andavo a fare dei lavoretti alla bisogna, e guidavo pure la Seicento. Non che fossi un segretario, eh? Si aiutava, ero il pi piccolo e mica potevo dire di no. E poi Coppi era Coppi, voi non potete neanche immaginare. Bn, arrivo al cancello, entro e vedo la dama che mi viene incontro e mi dice ma tu sei sempre qui a rompere le scatole? Poi arriva Fausto e io ho una soggezione tremenda, divento tutto rosso, lui ha gi capito e mi fa Pietro sono proprio contento, per volevo dirtelo io, volevo farti la sorpresa. Balbetto qualcosa, gli spiego che ancora devo fare il militare e che a casa c' bisogno di soldi, cos Fausto mi risponde stai tranquillo che tu il militare non lo fai proprio, era il 1954, e mi dice di non preoccuparmi per lo stipendio: mezzo anno te lo paga la Bianchi e sei mesi te li pago io. Capito, chi era Coppi?
Corriamo la Milano-Torino e dopo la salita della Serra d'Ivrea mi ritrovo in fuga in un gruppetto. Allora il direttore Tragella si avvicina e a brutto muso mi dice che Fausto deve rientrare, questo  chiaro. Noi gregari non possiamo avere grilli per la testa, si lavora per Coppi e altro non esiste. Alla Sanremo comincia a nevicare verso Novi, la catena salta, io vado a sbattere contro un paracarro e la grande classica finisce cos. Ma intanto imparo, e ci sono anche i giorni belli. Fausto vince il Giro di Campania, si fa cinquanta chilometri in fuga da solo e dopo l'arrivo mi ringrazia pubblicamente. Quel giorno va pi forte lui davanti, che tutti gli altri messi insieme che tirano per inseguire. Altro che finito! Coppi era ancora giovane e pieno di energie, anche se qualche volta faceva la faccia strana e diceva mi sa che mi toccher correre finch campo.
Sono rimasto l'ultimo vivo e di me non si ricorda nessuno, perch Pietro era uno qualunque. E poi sono sempre stato imbranato, mai fatto niente perch si sapesse chi ero. Fausto Coppi per mi stimava e mi aiutava a crescere. Questo voleva fare, dopo: insegnare la bicicletta ai giovani. Ma guardate che io corro almeno fino a cinquant'anni in pista, ci ripeteva e non era uno scherzo. Anche perch nelle ultime stagioni tra circuiti e velodromi ha guadagnato quello che ha voluto, io lo so bene, erano cifre incredibili.
Eravamo dunque in questo difficile anno 1955, la dama era andata a partorire in Argentina perch Fausto potesse dare il suo cognome al bambino e girava una mezza battuta: se  femmina, la lasciano l e la dama torna indietro con un maschio. Non so come, ma la frase arriv alle orecchie della signora e qualcuno la convinse che l'avevo inventata io, per non era vero! Quando mi rivede la prima volta, comincia a gridare come un'aquila e vuole picchiarmi, dice parole che mi vergogno ancora adesso. Io giuro, poi per prendo la mia roba e vado via. Fausto lo sapeva che non mi sarei mai permesso di mancare di rispetto alla sua donna. Mi d appuntamento al telefono pubblico, perch allora si telefonava cos. Era d'estate, e un mese dopo si correva il Giro dell'Appennino. Ho ancora nelle orecchie la sua voce che mi chiede sei allenato? S, Fausto, sono allenato ma non ho pi una squadra e quella storia della signora mi ha fatto stare male. E allora lui mi risponde di non preoccuparmi, io ti credo ma adesso muoviti, vieni che ho bisogno. Non aveva mai vinto l'Appennino e gli serviva un passista che tirasse bene il gruppo prima della Bocchetta, non dovevo fare questioni e non pensare ai soldi che tanto avrebbe pagato lui. Poi mi dice che gli avrei dovuto portare una borraccia di acqua solforosa da prendere a Serravalle. A quel tempo, sapete, si pensava che l'acqua solforosa purificasse il sangue, visto che si ingoiavano le pastiglie per sentire meno la fatica e badate che le ingoiavamo tutti, Coppi non pi di altri, e poi lui aveva una paura matta di farsi le iniezioni da solo. Rido ancora quando penso a quella cosa che aveva raccontato Nino Defilippis, di Fausto che gli chiese se per favore poteva fargli lui la puntura e il ct rispose ma certo, ci mancherebbe, per poi ne fece solo mezza e l'altra met la tenne per s. Eravamo anche un po' matti, a dirla tutta.
Rimanere l'ultimo  brutto,  come in corsa, la gente ti guarda e ha compassione e dopo un attimo non ti vede pi. Di Fausto ho avuto soggezione fino alla fine, per mi  rimasto l'orgoglio di averlo aiutato a vincere qualcosa anch'io, che ero nessuno ma per lui contavo. Quando in corsa finiva il mio compito potevo pure ritirarmi, e il pi delle volte succedeva. C'eravamo io, Favero e Gaggero che in pianura dovevamo correre dietro a tutti quelli che attaccavano. Altrimenti bisognava stare attorno a Fausto come uno scudo militare. E si facevano anche cose che, con rispetto parlando, possono sembrare un po' strane ma  la vita del gregario: a Coppi in gara scappava sempre la pip, cinquanta volte la faceva e io gli tenevo la sella mentre lui sbrigava la faccenda. Alfredo Martini che era un ciclista bravissimo mi veniva vicino e scherzava, mi prendeva in giro, Fausto oggi ti far morire mi diceva. Ma faticare per gli altri non mi ha mai spaventato, era come quando portavo avanti e indietro le tazzine al bar.
Se qualcuno andava di traverso a Coppi, lui poteva diventare anche cattivo perch era un padrone e i padroni comandano. Loretto Petrucci doveva essere un suo gregario ma gli vinse due Milano-Sanremo sotto il naso, due, non una!, e alla fine fu costretto a smettere di correre. Era diventato il reietto del gruppo. Nel mestiere della bicicletta ci sono regole precise, e il primo a rispettarle era Fausto. Per, chi sgarrava contro di lui addio. Anche in allenamento bisognava seguire la legge. Era come correre una classica tutti i giorni, una tappa del Giro o del Tour. I percorsi erano lunghissimi e pieni di salite dopo rettilinei che non finiscono mai, dalle nostre parti ne abbiamo mille. Lui ci tirava il collo in un modo che non riesco a dire, specialmente gli ultimi cinquanta chilometri che alle volte non ci staccava da ruota solo perch non voleva. I Giovi, Sestri, il Turchino, Ovada, solo a pensarci mi schizzano ancora gli occhi dalle orbite. Alle volte mi diceva Pietro, guarda che se molli torni a casa da solo, qui nessuno ti aspetta, e io piuttosto sarei morto piegato sul manubrio. Ma quando eravamo quasi arrivati, lui faceva l'ultimo scatto e via. A Serravalle una volta mi sono girato, e in un attimo Coppi  sparito su uno strappo a un paio di chilometri da casa: il suo modo di salutarci, e comunque sapevo che a quel punto potevo davvero andarmene a dormire.
In salita, Sandrino Carrea prendeva in giro i pi giovani. C'era un periodo che ce l'aveva con me. Appena la strada cominciava a ondulare, lui mi veniva vicino e mi diceva adesso ti stacco. Poi lo faceva sul serio, e io dovevo arrancare perch Sandrino non era solo il pi forte tra i gregari, era anche uno scalatore formidabile, e io cos giovane e permaloso. Alla fine trovai il coraggio di lamentarmi con Fausto che non apr bocca, anzi sembrava anche un po' scocciato di dovermi stare a sentire, per da quel giorno Sandrino smise di provocarmi. Questo non significa che non attaccava pi. Una volta a Cremolino decisi che piuttosto che perdere le ruote mi sarei buttato nel fosso, e allora trovai una forza che non so nemmeno io come, e rimasi da solo con Coppi e Carrea che sembrava una tappa del Tour de France. Quando tornammo a casa mi cappottai nel letto e mi svegliai che fuori era buio.
Dunque il mio compito in gara finiva prima delle montagne, e quel giorno al Giro dell'Appennino dovevo solo tenere pronta la borraccia di acqua solforosa per Fausto. Eravamo d'accordo cos. Presi il treno alle sei di mattina per Sampierdarena dove partiva la corsa. Arrivai di buon'ora sul piazzale e ordinai un cappuccino al bar: allora il ciclismo era cos, e stiamo comunque parlando del 1955, mica degli anni Venti. Ci cambiavamo nelle scuole, dove capitava, mai visto un albergo. Avrei dovuto correre il Giro d'Italia proprio quell'estate, ma se portavano me dovevano lasciare a casa Sandrino e mi dispiaceva, lui era il fedelissimo insieme a Ettore Milano. Io, l'ho detto, ero imbranato e piuttosto che creare una grana lasciavo perdere.
Avevo con me quella borraccia e la tenni per duecento chilometri. In pianura c'era bagarre, ricordo Magni con i gomiti aperti per farsi strada nel gruppo e Fausto che aspettava. Sui Giovi ci ho quasi lasciato le penne ma sono rimasto l con gli altri, avevo la famosa borraccia da passare al mio capitano. Quando  ora te la chiedo, mi dice Fausto. Ai piedi della Bocchetta si avvicina e mi fa il segno, io gliela do tutto orgoglioso perch quello  il mio dovere di soldato: mancano una sessantina di chilometri al traguardo, Fausto stacca Defilippis che aveva agitato la corsa all'inizio della salita, a volte il ct lo faceva, lui e Coppi erano grandi amici, insomma Fausto va via come il vento e non lo riprendono pi. C' il sole. Al traguardo di Pontedecimo come al solito non alza le braccia e fa appena un sorriso. Secondo arriva Monti ma molto dopo, e terzo Aldo Moser. Io galleggio dietro, contento. Nessuno pu immaginare che quella  l'ultima vittoria per distacco del grande Fausto Coppi, e io meno di tutti: ai miei occhi  ancora giovane e fortissimo anche se ha le sue grane, e l'umore pu diventargli scuro in un amen.
Fausto  un esempio per noi, il fratello pi grande. Un mattino abbiamo appuntamento al solito posto vicino alla villa per andare in bicicletta fino a Milano, dove lui deve sbrigare non so quali faccende. Ma quando ci svegliamo piove che dio la manda. Ettore e io pensiamo che non se ne fa pi niente, in fondo non  un allenamento e con quel diluvio, poi. Ma Fausto ci aspetta con la mantellina addosso e le braccia conserte. Arriviamo da lui balbettando, scusa Fausto ma vedi, con questo tempo, sai com', pensavamo che del viaggio a Milano non se ne parlava pi. Lui ci guarda in quel modo suo, dicendo soltanto e voi sareste dei corridori?
Ecco, vedete, di quel Giro dell'Appennino ho questa fotografia appesa al muro, la scattarono poco prima della partenza. La tengo cara perch sto vicino a Coppi. Io ero soltanto un ragazzo e non ero nessuno. Con la bicicletta non ho fatto faville, per sono contento del destino che ho avuto. Dopo che ho smesso, ho visto Fausto per l'ultima volta alla corsa in onore di suo fratello Serse, mi salut con affetto come quando passava dal bar e aveva una parola per me che mi sentivo invisibile, insignificante. Anche oggi che sono vecchio mi sento cos, ma va bene lo stesso.


Egidio

Metteva in testa il basco nero e infilava la cacciatora. Prendeva i guanti da corridore, il fucile e via. Quanti pomeriggi abbiamo passato cos. Fausto era un orologio. Si allenava la mattina, rientrava a Castellania verso l'una, pranzava ma poco, andava a farsi il sonnellino e da ottobre verso le quattro del pomeriggio si andava a caccia. Eravamo io, che sarei il suo ultimo cugino rimasto, e poi Faustn e Serse che aveva dieci anni pi del sottoscritto che sono del '33. Fausto veramente non voleva camminare tanto, non per pigrizia ma perch il cieco gli aveva detto che gli venivano i polpacci grossi. E io che ero solo un ragazzo dicevo al grande Coppi di darsi una mossa. Portare lo stesso cognome  stato come un viaggio, un orgoglio. Ma anche un bell'impegno.
Si saliva dalla strada che adesso passa dietro le tombe dei miei cugini, non pi di ottocento metri l in alto. Si andava alla piana delle pernici che qui chiamiamo anche le rosse, sono uccelli bellissimi e veloci, non come le starne che invece sono pi piccole e lente e fanno voli brevi. La rossa  una freccia. Nella mia vita di cacciatore, penso che ne avr presa una se va bene. Fausto aveva pazienza e occhio. Salivamo in silenzio sui costoni di San Aloisio. Solo Serse aveva sempre voglia di giocare, lui era un bambinone. Fu terribile perderlo: a un certo punto pensavo che Fausto non si riprendeva pi. Tra me e Serse c'era grande amicizia. Quand'ero ragazzino mi usava come copertura per andare a morose, di Egidio, accompagnami dal macellaio a Carezzano, mi diceva, era quello il segnale. Serse veramente a Villalvernia aveva una ragazza, Angioletta, e io penso che alla fine la sposava. Con le donne era pratico, non come Fausto. Aveva anche un altro amico qui, si chiamava Angelo Timo e all'inizio erano rivali come rubacuori e ballerini nelle feste paesane, finch il primo dicembre del '44 non vennero gli aerei e ammazzarono pi di cento cristiani, passando una e poi due volte e sparando nel mucchio. Angelo e Serse si ritrovarono insieme a scavare con le mani tra le macerie per tirar fuori quei poveretti, fino a sera scavarono e cos si scoprirono fratelli per la vita. Angelo faceva il sarto e Serse era un elegantone, come Fausto del resto.
A caccia non si fanno parole e niente rumori, si cammina nel silenzio della campagna attraversando i boschi. Era lo sport perfetto per gente come noi. Poi veramente un giorno arriv qui un certo signor Federico, un riccone di Genova sempre vestito di tutto punto che faceva un po' il filo a Dina, la sorella pi giovane di Fausto e Serse. Faustn non era mica contento di avere un estraneo per casa, questo veramente gli impediva un po' le sue libert, come il sonnellino e cose del genere. Anche il genovese era un cacciatore, e un pomeriggio Fausto mi chiese se non potevamo far vedere una lepre a 'sto benedetto Federico. Cos prendiamo armi e bagagli e decidiamo di raggiungere Sant'Andrea, dove la lepre esce dalla tana la sera. Io dicevo al signor Federico le malizie di questo animale che vive di paure, basta niente e sparisce. Insomma ci troviamo a salire tutti insieme in fila indiana, quando a un bel momento questo Federico vede un uccellino su un ramo, imbraccia il fucile e spara.  ovvio che a quel punto sono gi scappate tutte le bestie del mondo. E allora Fausto cosa fa? Veramente non dice nemmeno una parola ma apre il fucile, leva via le cartucce, lo richiude con un colpo secco e se ne va.
Mi piaceva tanto andare a caccia insieme a Faustn, anche se lui aveva sempre poco tempo tra una gara e l'altra, i circuiti e le sfide in pista intendo, perch era cos che riempiva l'autunno e l'inverno, veramente. Ma quando poi nella stagione giusta tornava a casa anche per poco, a sparare due cartucce io e lui si andava sempre. Prendi la Lea, mi diceva, che era il mio bel pointer, e invece Fausto slegava il suo Dick e si andava di buon passo ma senza esagerare. Alle volte facevamo un pezzo di strada sulla sua Aprilia blu, la macchina che si era comprato con i primi guadagni. Non si stava mai via molto, il tempo di sgranchirsi le gambe e prendere qualcosa al passo. Io credo che mio cugino voleva soprattutto liberare la mente sempre ingombra come un cielo nero di nuvole. Sui costoni eravamo felici e soli.
Faustn era sveglio e capiva le cose senza bisogno di tanti discorsi. Anche dopo sposato con la Bruna, che era una brava e semplice donna, tornava ogni tanto da Sestri dov'era andato ad abitare e poi prendevamo i fucili. Si usciva dalla guerra con tanta voglia di vivere, veramente, come se davanti c'era un tempo infinito. Invece, povero Serse e povero Fausto. La chiamano la maledizione dei Coppi, come quando il loro pap Domenico era rimasto attorcigliato nella catena dei buoi per arare quel terreno cos duro, un colpo micidiale anche se poi Dumenichn non mor mica per questo. Oppure Dina, povera anima anche lei, una ragazzona alta e simpatica: il brutto male la port via che non aveva ancora quarant'anni, veramente. Quando Fausto torn dall'Africa dov'era andato per sostituire Bobet, fece un salto fino da mamma Angiolina e l lo vede sua sorella Maria, che lo squadra ben bene e poi dice mio fratello ha l'occhio di una persona che non guarisce. Al funerale mi ricordo Louison e Jean Bobet, quant'erano distinti.
Il bello della caccia  che sei con gli altri, ma di pi con i tuoi pensieri. Io, Fausto lo vedo ancora cos. Alle volte si andava alla riserva di Oviglio a sparare con gente importante. E me lo ricordo come tutti trattavano Fausto, come uno che non era di questo mondo, non solo il pi grande di tutti ma diverso, di un'altra specie. Nel tempo mi sono tanto affezionato a Bartali che era legato a mio cugino in un modo che nessuno immagina, c'era tra loro qualcosa che andava oltre i Giri o i Tour, le vittorie o le sconfitte, oltre persino quella rivalit che aveva tagliato in due l'Italia come un melone. Gino voleva bene a Fausto, e Fausto a Gino.
Bruna amava moltissimo il marito. Non ha avuto una vita facile, povera donna, io penso che sperava fino all'ultimo nel ritorno di Fausto.  stata brava, Bruna, a crescere Marina. La ricordo negli ultimi anni, quando l'aveva presa quel male che fa dimenticare tutto. Veniva in chiesa e stava l ferma ad ascoltare. A me pareva che si consumava ogni volta di pi, che si scioglieva come un mucchietto di neve finch poi  morta.
Mio cugino non era a suo agio con le donne, e alla fine arriv una che se lo prese. Devo ammettere che la dama la notavi anche in mezzo ad altre quattrocento, non una bellezza strepitosa, se  per questo anche Bruna era bella ma in modo semplice, non sofisticato, invece la dama portava dentro qualcosa di speciale. Fausto era rimasto un ragazzone facile da accalappiare, era ingenuo come da piccolo quando lo chiamavano chiodino. Alle volte ci guardava in quel modo come se aveva un pianto dentro. Era anche un mistero, poi gli scappava una risata improvvisa e non capivi perch.
Qui a Castellania si abitava nelle cascine affacciate sullo stesso cortile, l'aia dei giochi e della vita di tutti noi. Nei giorni del gelo d'inverno, Fausto si allenava dentro casa sui rulli di legno che sono una cosa difficilissima, basta niente e cadi gi. Si metteva nel corridoietto e teneva la porta socchiusa per lasciar entrare un po' d'aria, e ogni tanto si appoggiava ai muri per tenersi in equilibrio. Io restavo l fuori, dove lo potevo guardare senza essere visto e rimanevo cos, imbambolato per delle mezze ore ad ammirare quella pedalata stupenda. Dal naso lungo gli colava il sudore che scendeva dalla fronte, e sul pavimento formava una piccola pozza.
Veramente, la mia vita non  stata indimenticabile. Ho avuto l'impiego alle poste prima a Alessandria, poi a Novi e alla fine a Tortona. Ma Fausto  stato sempre un pezzo di noi, anche nei viaggi che faceva, con la gente che incontrava, in bicicletta e senza bicicletta. La famiglia non lo ha mai lasciato solo, e dire che non era facile perch il ragazzo non si apriva con nessuno, solo con Serse.
Alle volte penso che in quei pomeriggi col fucile c'era gi un po' della morte di mio cugino: senza la voglia di andare a caccia, non credo che lo convincevano per l'Africa. Gli avevano spiegato del safari e Fausto fantasticava, lui che per sparare aveva visto solo colline, lepri, pernici e fagiani. Torner con un leone, voglio impagliarlo e regalarlo a Bartali, diceva. Prima di quegli ultimi giorni e prima di partire, veramente gli sentivo addosso la contentezza. Non lo so se non ne poteva pi della vita che faceva, oppure se era dentro la morsa: una cosa del genere non la diceva a nessuno. Fausto si immaginava la savana, e di tornare dov'era stato soldato. Lo chiamano mal d'Africa, no? Il destino ha voluto che quella malinconia dell'anima ha portato Faustn a prendersi la malaria. Il colore della sua faccia e delle mani quando ritorn per l'ultimo Natale, quello non si pu dimenticare.
Ma chi dice che Fausto Coppi era triste non l'ha conosciuto. Soltanto, era chiuso a chiave come un cassetto del com. In mezzo a tutta quella seriet che era timidezza, poteva mettersi a ridere all'improvviso e lo faceva a scatti come se avesse il singhiozzo, arricciando un poco il naso come i coniglietti. Sapeva anche arrabbiarsi, aveva i suoi impulsi, alle volte si accendeva come un cerino. C'era questo Giuseppe Vezzosi detto Guatta, una specie di garzone a Villa Carla, un tipo bizzarro e senza denti. Uno che tra noi c'era sempre stato. Una volta Fausto torn da una delle sue corse, da Parigi mi sembra, e agganciata alla macchina aveva una magnifica bicicletta da pista. Allora Guatta scarica i bagagli e invece di sollevare la bici ci sale sopra: immaginate quel salame che pedala sulla bicicletta di Fausto Coppi e sulla ghiaia! Mio cugino caccia un urlo che lo sentono fino a Tortona. Il Guatta  mortificato, lui veramente non si  mica reso conto. Ma alla fine Fausto gli dice che non  successo niente di grave, e gli regala due magliette da corsa che Guatta non si toglier per tutta la vita.
I ricordi arrivano quando e come vogliono, disordinati. Sar che oramai sono vecchio. Mi sembra quando andavamo a caccia e mica lo sapevi dove si alzava un volo. Per esempio ripenso alla storia della borraccia che Fausto aveva dato a suo cugino Piero, e lui l'aveva passata a Serse che alla fine l'aveva allungata a me. Ma cosa c' dentro?, chiesi. Faustn mi rispose champagne, miele e chercosa d'atar, qualcos'altro, mi disse che potevo stare tranquillo ma io mica l'ho bevuta.
Quando si usciva con i cani, mio cugino era pi contento di loro che pure andavano avanti e indietro come matti. Dick e Lea ci correvano attorno alle gambe, ci sbattevano il muso addosso, chi non  mai andato a caccia non pu capire, veramente. Fausto aveva stile anche in quello, aveva occhio e polso. Non sparava mai nel mucchio tanto per prendere. Mi piaceva guardarlo come quando pedalava nel corridoio, guardarlo senza essere visto. Aveva questa eleganza. Il viso, il profilo di Fausto e il fucile formavano una sola linea e il colpo partiva quando doveva partire. A volte si andava a caccia con Bartali che era pi irruento, come in bicicletta, e portava il fucile tipo un soldato in battaglia. Voleva fare strage di lepri, ma anche a caccia non era forte come Fausto. E poi parlava sempre, e cos la selvaggina scappa. Per non  mai successo un fatto come quello del genovese. A Fausto piaceva andare a caccia con Gino anche se si prendeva poco, gli garbava stare insieme a quell'altro cos diverso da lui. Alla fine il pi vecchio e il pi giovane erano diventati coetanei, non solo due grandissimi atleti ma due persone che si capivano. Fausto ha aiutato tante volte Gino, e Gino aveva accettato di diventare il direttore sportivo di Fausto anche se magari non era tanto convinto, sembrava pi un'idea buona per la pubblicit, per i giornalisti e per la gente. Una roba curiosa, tutta da vedere anche se ormai mio cugino non vinceva pi.
Io lo ricordo sempre giovane, veramente, perch  cos che ci ha lasciato. All'improvviso, come in corsa, quando decideva che era il momento di andare. Una volta gli ho chiesto se la cosa pi bella era vincere e passare per primo il traguardo, e lui mi rispose di no. Il pi bello, disse,  quando scatti per la fuga e sai che devi farlo proprio in quel momento e che il momento giusto non ritorna.
Quando penso a come  morto mi sento in colpa. Mi dico che se non ci cresceva insieme quella passione per la caccia, poi lui non andava in Africa. Ma sono discorsi inutili perch tutti abbiamo un destino, e quello di Fausto era scritto sulla pietra.
Ci sono momenti che lo sento vicino, e se mi volto di colpo magari lo vedo l. Come quella volta che salivo al Bricco delle Streghe sulla Bianchina 125, la moto che avevo comperato da Serse. Risalgo dunque a Castellania e a un certo punto sento una mano sulla spalla, giro la testa e vedo Fausto che mi supera in bicicletta. Io in moto, lui in bici e andava pi veloce di me! Cos mi sorpassa, fa quel mezzo sorriso furbo e mi sussurra an va mia 'sta moto, questa motocicletta non va mica bene. Poi sparisce: la sua specialit.


Ercole

Nel silenzio di questi lunghi anni mi capita di sentire ancora la sua voce che mi dice Ercole rallenta, per favore rallenta. Se solo sapessimo che  l'ultima volta che facciamo una cosa. Quel giorno per Fausto era l'ultima volta nella sua vita che vinceva una corsa, e la vinse con me. 4 novembre 1957, Trofeo Baracchi, primi Coppi e Baldini. Quel giorno, sono stato met di lui.
Il Baracchi era una gara a cronometro a coppie molto importante. Oltre cento chilometri da Bergamo al Vigorelli dove Fausto aveva conquistato il record dell'ora sotto le bombe, dove Anquetil gliel'aveva preso e dove io l'avevo tolto al francese quando avevo solo ventiquattro anni. In pratica, mi ero pigliato una cosa che era stata di Fausto. Ci sono nello sport incroci cos, ma poi ognuno per s, senza rancore.
Fausto Coppi aveva una vocina quasi da bimbo, e il sospiro dei timidi. Dopo venti chilometri era stremato: mi accorsi che faticava a tenere il ritmo e pensai addio,  andata, non vinceremo mai. Il re del cronometro e il suo erede insieme, era stata un'idea di Mino Baracchi ma Fausto non c'era quasi pi. In primavera era caduto a Sassari e si era rotto il femore, era stato fermo per tutta la stagione, aveva saltato il Giro d'Italia e, anche se in pochi lo sanno, era rimasto leggermente zoppo. Non per questo si arrendeva. Ricordo che nel giorno di riposo del Giro era venuto a trovarci, indossava un vestito a quadri scuri e camminava male. L'avevo visto smagrito e pallido, eppure aveva voglia di scherzare. Accett di fare il giornalista per gioco, e seduto su un dondolo intervist Bobet per la televisione, sempre con quella voce che tutti noi conoscevamo bene.
Io ero pi estroverso, e modestamente in quegli anni ero una forza della natura. Avevo vinto le Olimpiadi e il mondiale dell'inseguimento, mi ero preso il record dell'ora e poi nel '58 anche il Giro d'Italia e il campionato del mondo su strada. La mia luce brill per pochi anni ma fortissima. Nel '59 mi operarono di appendicite e qualcosa cominci a guastarsi, problemi non gravi ma continui, ingrassai un poco e non tornai pi quello di prima. Non diventai il nuovo Coppi, come invece avevano scritto i giornali. Mi basta essere stato quello che sono.
Al Baracchi non eravamo favoriti, c'erano corridori fortissimi come Anquetil, Darrigade, Graf. Non  che Coppi stesse proprio male, per non era in forma. Aveva dentro una profonda stanchezza, invece io mi sentivo di spaccare il mondo. Fausto era pi vecchio di me di quattordici anni e naturalmente lo rispettavo, ma sapevo che il tempo passa per tutti. Credo si sia ritirato troppo tardi, e che il finale di carriera sia un'ombra che potesse evitare: ma c'erano altre questioni da risolvere. Fausto non era pi un uomo tranquillo e certe ossessioni le portava dentro. Noi lo sapevamo e ci dispiaceva.
La corsa parte male. Io cerco di incoraggiare Fausto, lo aiuto nei cambi e per un po' funziona, poi lui mi chiede di rallentare. A volte gli succede. Il pi grande corridore del mondo va in crisi perch magari ha mangiato poco o per via di pensieri suoi, e non c' verso di tirarlo fuori dal pozzo. Per questo sono rassegnato. Il cronometro non ha piet. Insomma  finita, per il destino ha deciso diversamente: a venti chilometri dall'arrivo, Fausto  senza una goccia di energia e a diciotto mi capita di forare una gomma. Eppure quel problema permette a Fausto di riprendersi: prosegue a pedalare mentre io cambio la ruota, mangia qualcosa, si fa pi tranquillo e mi obbliga a una lunga rincorsa per raggiungerlo e concludere la gara insieme, poi vada come vada. Ma il pubblico non capisce, non sa. Vede Coppi pedalare da solo e pensa che mi abbia staccato. Mi passa per la mente che Fausto lo abbia addirittura fatto apposta, non aspettarmi per creare quella messa in scena, il vecchio campione davanti al giovane che lo insegue. La folla si apre al suo passaggio e si richiude davanti a me. Tutti gridano il suo nome ben pi del mio, del resto lui  Fausto Coppi. Mi sembra di non poterlo raggiungere, invece a un certo punto lo rivedo e mi piazzo alla sua ruota. La corsa  quasi finita, dopo cento chilometri si  ridotta a uno sprint. Mi accorgo che Fausto si  ripreso e tiene il ritmo, mi d cambi regolari e niente pi vocina, cos proviamo a vincere. Gli ultimi cinque chilometri sono una volata, entriamo al Vigorelli dentro un boato enorme, io e Fausto ci alziamo sui pedali e arriviamo al traguardo con appena cinque secondi di vantaggio sugli svizzeri Graf e Vaucher. Il volto di Fausto mette spavento. Ha gi trentotto anni, e io penso che quel giorno  andato a cercarsi dentro tutto quello che aveva e anche di pi.
Per me Coppi era stato un mito. Cominciai a correre in bicicletta pensando alle sue imprese memorabili, anche se in famiglia eravamo tifosi di Bartali. Ricordo che una volta incrociai Fausto in allenamento, lo vidi come un miraggio sullo stradone, provai a rincorrerlo e alla fine mi ritrovai alla sua ruota, per non osavo spostarmi da l. Allora fu lui a dirmi di affiancarlo e ci mettemmo a parlottare, gli spiegai chi ero e mi sentii come se stessi parlando con nostro Signore.
Tutta la mia storia  stata cos: la strada mi ha chiamato. Diventai corridore inseguendo tre professionisti romagnoli che passavano davanti a casa mia in allenamento, Ronconi, Ortelli e Minardi si chiamavano; mi mettevo dietro di loro con la bici di mia madre e provavo a tenere duro, e tenevo, tenevo forte. Loro se ne accorsero e mi segnalarono a Eberardo Pavesi, che era il direttore sportivo della Legnano, e alla fine mi ritrovai addosso la stessa maglia verde che era stata di Bartali e Coppi. Fu quasi uno scambio, una staffetta, e il record dell'ora come testimone. Fausto aveva percorso 45 chilometri e 798 metri, ma in tempo di guerra e con addosso una maglia di lana e un caschetto che pareva un elmo. A me era riuscito di percorrere 596 metri pi di lui e 235 pi di Anquetil. Io sono l'unico corridore della storia ad avere vinto un oro olimpico su strada, un grande giro e il mondiale, ma naturalmente so che nessuno sar mai come Coppi.
Ero il quarto di sei fratelli maschi e mi chiamavano il direttissimo di Forl, a quel tempo ancora si paragonavano gli uomini alle macchine come nel futurismo. Mi piaceva tanto mangiare: per un piatto di fettuccine o di ostriche avrei venduto il cuore. Ero un Ercole ma non lo diventai, pazienza. Per quella volta alla cronometro di Forte dei Marmi ne mandai sessanta fuori tempo massimo. Era il Giro del '57 senza Fausto, e agli organizzatori serv un cavillo per riammettere in gara tutta quella gente che avevo eliminato senza volerlo. Forse, davvero in quei tre anni sono stato il pi forte ciclista del mondo. Il declino di Coppi scaten un'attesa gigantesca intorno a me e non ressi quella pressione. In fondo ero solo un ragazzo.
Mi  toccato in sorte sopravvivere a quasi tutti. Cos si resta soli,  il destino di noi corridori, in fondo al gruppo, staccati, oppure l davanti in fuga, sempre soli si resta. Ma non ci sono tristezze. La mia casa  un museo con le maglie e le vecchie biciclette, chi vuole visitarla mi telefona e poi li accompagno io, Ercole in persona, e racconto la nostra storia. Quella di Fausto, lo sapete,  stata unica. Al Giro d'Italia del '58, quando staccavo tutti a cronometro e in salita mi sentivo quasi come lui. In quei mesi formidabili non mi avrebbe fermato nessuno, e a volte mi chiedo cosa sarebbe stato incontrare sui monti e sul piano il vero Coppi.
 bella la corsa a cronometro perch ci sei soltanto tu, e senti la gomma che canta sull'asfalto. Mi chiamavano treno perch ero cos, prendevo e andavo da una stazione all'altra senza ostacoli, senza mai fermarmi. E se Fausto vinse l'ultima gara proprio con me al Baracchi, io al Baracchi chiusi la carriera nel '64 ed era sempre un 4 novembre e avevo appena trentuno anni, l'et in cui normalmente un atleta d il meglio. Per io sapevo che quel meglio per me era passato, e allora era giusto smettere.
Eppure quattro anni prima avevo vinto tutto, compreso il folle mondiale di Reims. Per prepararlo non ero neanche andato al Tour dopo avere dominato il Giro d'Italia: meglio l'iride. Succede che poco dopo il via vanno in fuga Bobet che era un gigante, l'olandese Voorting e Gastone Nencini, ottimo corridore e ragazzo scalognato. In quella fase di attesa mi si avvicina Fausto e mi dice vai! Lo guardo senza capire. Mancano 260 chilometri all'arrivo, pi o meno un'eternit, e in fuga c' un azzurro: perch devo andarci anch'io? Ma Fausto quel mondiale non pu vincerlo,  un po' il direttore sportivo in corsa mentre Alfredo Binda lo  sull'ammiraglia. A me, devo essere sincero, l'ordine di scappare dal gruppo sembra un mezzo suicidio e tante volte ci ho riflettuto. Il pensiero brutto mi ricorda una frase, che mi avevano riferito, della dama bianca: avrebbe detto a Fausto di non preoccuparsi del vincitore, purch non fossi io. Sempre questo pensiero brutto mi dice che se io fossi diventato campione del mondo, gli ingaggi per le riunioni in pista e per i circuiti si sarebbero ristretti anche per il grande Coppi, che con quegli ingaggi era diventato ricchissimo. Insomma, il pensiero brutto mi ripete che Coppi mi mand allo sbaraglio sperando che mi bruciassi le ali; tutto, fuorch Ercole Baldini campione del mondo. Ma c' anche un pensiero bello, e mi dice che se Fausto non mi avesse urlato di andare, io mai lo avrei fatto di mia iniziativa e dunque mai avrei vinto il mondiale. Il pensiero bello mi ricorda che Coppi possedeva un istinto tattico formidabile, e che nessuno pi di lui captava al volo il momento decisivo. E allora il pensiero bello mi convince che Fausto Coppi ha mandato a vincere Baldini in quell'istante esatto, perch non poteva vincere lui.
Il ciclismo  una strana avventura per creature fragili, anche Fausto era cos. A Reims raggiungo dunque i tre in fuga, resto un po' insieme a loro e a due giri dalla fine scatto con tutta la forza che ho. Tiro pi io degli altri messi insieme, sento dentro di me un'energia grandissima e con quella divento campione del mondo. Fausto, dopo, mi dir hai visto? Io ero ancora pi contento di quando vinsi l'oro olimpico in Australia. Sul podio aspettavamo che partisse l'inno di Mameli e invece non partiva mai, forse il disco si era inceppato o lo avevano perso e cos ci mettemmo a cantare senza musica, la bandiera saliva sul pennone e noi stonavamo Fratelli d'Italia, alla fine erano pi le lacrime delle note. Ma quel giorno a Reims ho avuto qualcosa di pi, forse perch alle mie spalle c' un uomo che si chiama Fausto Coppi.


Guido

Lui in bicicletta era tutto, soltanto in volata era un po' fermo ma a cosa gli serviva? Fausto vinceva prima. Penso che la sua carriera sia stata una lunghissima corsa a cronometro, anche quelle fughe da duecento chilometri in montagna: lui da solo, e dietro gli altri.
Tre anni faticarono per convincerci alla grande sfida. La corsa del secolo, l'avevano chiamata. Tre lunghi anni di offerte, rilanci, incontri, promesse e alla fine soldi, s, tanti soldi. Il leggendario Fausto Coppi contro Guido Messina, campione del mondo dell'inseguimento su pista. Il vecchio asso contro il giovane passista. A quel tempo i velodromi si riempivano come formicai, Milano, Parigi, Anversa, Copenaghen, la gente faceva la fila per vederci correre sotto i riflettori con addosso le magliette di seta. C'erano le Seigiorni, un variet che non finiva mai, giorno e notte. E i ricchi sedevano a questi tavoli sul prato, noi correvamo intorno e loro mangiavano e bevevano. Era pieno di bellissime donne.
Io e Fausto eravamo amici come possono esserlo un timido introverso e un siciliano di poche parole. E poi, ero cos giovane. Quando si correva la Sanremo o la Milano-Torino andavamo nello stesso albergo, si passava del tempo insieme ma era un tempo quasi muto, fatto di piccole frasi. Fausto Coppi metteva soggezione a tutti, specialmente ai pi giovani, lui lo sapeva e si sentiva ancora pi solo. Solo, dentro il suo mito irraggiungibile.
Mi aveva quasi adottato quando mi misi a correre per la Asborno, una squadra di Novi Ligure che in pratica finanziava lui. Restavamo in ritiro collegiale per un mese e ci allenavamo insieme quasi tutte le mattine. Ragazzi, oggi venite a trovarmi che si gioca a carte, ci diceva Fausto, e allora andavamo in villa per la dama era davvero sgradevole con noi, lo era con tutto il ciclismo e in particolare con i compagni di Coppi, gli amici e i gregari. Ricordo che una volta andammo a prenderlo verso l'ora di pranzo, la dama si affacci e gli disse mi porti altra gente da sfamare? Io mica ero un miserabile, ero un campione del mondo e ci restai malissimo. Fausto era stanco di quella vita, con la dama litigavano spesso, noi c'eravamo e lo sapevamo. Alla fine  morto per andare via di casa dopo un'altra discussione. Poi, dalla Francia avevano telefonato a casa Coppi,  malaria dicevano, usate il chinino, per la dama rispondeva di non scocciare e che Fausto sapevano ben loro come curarlo.
Per tre lunghi anni ci  stato dietro Vittorio Strumolo, in pratica il padrone del Vigorelli dove organizzava quasi tutte le gare. Sapeva che avremmo fatto il botto: Messina contro Coppi, una sfida che valeva un bel po' di denaro. Ero sicuro di vincere e Fausto sapeva di non essere pi quello di prima, anche se era pur sempre Coppi e aveva appena conquistato un altro campionato italiano su strada. In pista era stato due volte iridato nell'inseguimento, e io tre. L'inseguimento  una gara sui cinque chilometri dove i ciclisti si rincorrono come il cane e la lepre, solo che non sai mai chi sia il cane.  una prova di potenza, coordinazione, stile e strategia. Dico strategia perch bisogna saper dosare le forze e spenderle poco per volta,  rischioso buttarle tutte sul tavolo all'inizio oppure conservarle solo per il finale, a quel punto il cane o la lepre possono gi avere un vantaggio incolmabile.
La pista piaceva alla gente perch si potevano quasi toccare i corridori, non come in strada dove li aspetti per ore, li vedi passare e in un attimo  tutto finito. Invece al velodromo  come averli in salotto. Coppi lo adorano ovunque, c' la coda per entrare. E poi viene quel momento quando noi corridori andiamo verso la rete per la partenza o dopo l'arrivo, ci aggrappiamo con le dita e restiamo appesi, il pubblico  l dietro e ci parla, ci domanda. Il primo appuntamento con la dama, Fausto lo prese proprio cos, al Vigorelli: ultima tappa del Giro d'Italia, lui si era fermato sulla rete e le aveva detto come e dove si sarebbero visti il giorno dopo. La pista era anche questo.
La pista vuol dire niente fango e niente sassi sulla strada. La pista  cromature e sibilo dell'aria. Sotto le ruote scorre il legno lucido, listelli levigati come ghiaccio. Ma se cadi l sopra non  mica bello, ti porti via la pelle come se ti avessero bruciato con la fiamma. La pista  pericolo e velocit. Gli sprinter si buttano a capofitto gi dalle curve e non ci sono mica i freni, quelle sono biciclette leggerissime con il pignone fisso, vale a dire con la catena sempre tesa e per fermarsi bisogna rallentare le gambe, bisogna contropedalare ma tanto chi si ferma? Una cosa che assomiglia al circo o al luna park, per il pubblico che si diverte ma anche per noi che giriamo l dentro. Le volate rischiose piacciono alla gente, per la gara a inseguimento  pi da intenditori perch  l che si vedono la posizione in bici dell'atleta, lo stile e la classe. L'inseguitore scarica tutta la forza sui pedali e deve restare quasi immobile, le spalle bloccate, le braccia appena piegate sul manubrio per l'aerodinamica, solo le gambe vorticano. La posizione di Fausto era unica, inconfondibile, appena un poco ingobbita e lui non la cambiava mai, dovesse salire in cima a una montagna o battersi per il record dell'ora. Poche volte l'ho visto alzarsi sui pedali. Aveva la faccia pallida, il sorriso un poco tirato e d'improvviso mostrava i denti, ma quando era proprio contento si capiva.
La pista  l'odore dell'olio canforato sulle gambe. I corridori vivono nei velodromi, dove hanno i loro spazi che sono stretti come gabbie o casette giapponesi. Siamo animali da divertimento, per pagati bene.  elettrizzante farsi guardare dalle donne che alzano il calice e ti squadrano come una bestia rara. Dicevano che Coppi fosse brutto ma era una fesseria, e comunque alle femmine piaceva, forse perch era tanto famoso. Nessuno in Italia a un certo punto lo era pi di lui, nemmeno il papa, o magari  perch le donne vedono cose che noi uomini non capiamo bene, il maschio si ferma in superficie, la donna invece sa scrutare dentro, e dentro Fausto Coppi c' un mondo.
Dunque, alla fine di questo tira e molla si trov l'accordo. Fausto Coppi e Guido Messina si sarebbero sfidati il pomeriggio del 9 ottobre 1955, una domenica, al Vigorelli di Milano. Quando arrivai, la scena metteva spavento: quasi ventimila persone sulle tribune, altre cinquemila sul prato e duemila fuori, senza biglietto. L'Italia stava diventando il paese del boom, voleva divertirsi, la guerra era finita da appena dieci anni. Non so quanti soldi prese Fausto per la nostra gara, a me diedero un milione e mezzo di lire che a quel tempo bastavano per un alloggetto camera e cucina, infatti ne comprai uno a Limone Piemonte: mai guadagnato tanto per una corsa sola.
Sfidare Coppi voleva dire battersi contro la storia del ciclismo. Ma non  vero che lui fosse finito, era solo un po' pi vecchio: per una settimana prima aveva vinto il Giro dell'Appennino. Il grande Coppi, che in vita sua era andato in fuga cinquantotto volte e aveva percorso da solo in testa pi di tremila chilometri, gli ultimi li fece scalando la Bocchetta verso Pontedecimo, a due passi dalle sue terre.
Io invece venivo dalla Sicilia, mi chiamavano il picciotto di Monreale. Ero arrivato a Torino nel '47 con la valigia di cartone, mi aveva convinto un amico emigrato in Piemonte, lui sapeva che al paese vincevo tutte le gare e mi aveva spinto a tentare la fortuna al Nord: mi dava vitto e alloggio in cambio di qualche aiuto nel suo negozio di biciclette in piazza Savoia. Poi Torino  rimasta la mia citt, sono diventato un po' piemontese anch'io, forse perch ho un carattere chiuso, magari  per questo che con Fausto ci intendevamo. Mi chiamavano picciotto perch ero proprio piccolo: quando da dilettante vinsi il mio primo mondiale su pista avevo appena diciassette anni e mezzo, troppo pochi per il regolamento internazionale e infatti la federazione ciclistica trucc il tesserino e scrisse che ero nato nel 1930 invece che nel 1931. Ma quando vinsi contro i pi grandi, tale era la gioia che ai giornalisti confessai la mia vera et e allora i francesi, figurarsi, fecero ricorso: in quel modo rischiai di perdere la maglia iridata, ma alla fine per fortuna mi perdonarono. Due ne ho vinte di maglie cos, da dilettante, e tre consecutive da professionista, battendo i migliori campioni che c'erano: Koblet nella finale a Colonia nel '54 e il meraviglioso Anquetil in quella di Copenaghen nel '56. Ma non furono i miei trionfi pi grandi, adesso ve lo posso dire. Io mi ero allenato duro per essere degno di Fausto. Mi ero sfinito con le ripetute in salita, che sono scatti continui quasi in apnea. Il giorno della gara mi feci accompagnare in automobile fino a Magenta, e gli ultimi cinquanta chilometri li percorsi in bicicletta per riscaldare bene i muscoli. Al velodromo ero di casa, per tutta quella gente non l'avevo mai vista. Il velodromo  come una grande stanza chiusa e senza vento, dove ci siete soltanto tu e la tua bici anche se magari attorno urlano in ventimila. Ti senti galleggiare dentro una nuvola di ovatta, le orecchie ascoltano il tuo respiro e il legno della pista che canta sotto le ruote.  un luogo di velocit e silenzio. Il corridore  come ripulito dalle durezze della strada, dal fango e dalla polvere, dai sassi e dal sudore. Quasi un ciclismo distillato, un'essenza. Una specie di profumo, o il bicchierino di un liquore pregiato: per gustarlo non serve bersi la bottiglia intera.
Fausto conosceva perfettamente il mio modo di correre, lui studiava sempre tutto. Sapeva che negli inseguimenti ero solito partire in modo regolare e senza strappi, per poi sprigionare la potenza nel finale. Per per una volta decisi di fare all'inverso: sarei partito forte per sorprendere Coppi e obbligarlo a inseguire, e cos and. Scattai come per una volata e pensai solo a spingere al massimo, chino sul manubrio. Si passa l'esistenza a inseguire o a essere inseguiti, e il ciclismo insegna tante cose. Lo speaker Recalcati aveva chiesto al pubblico sul prato di sedersi oppure di mettersi in ginocchio, in modo che noi corridori potessimo vederci l'un l'altro durante la gara: questo  fondamentale per sapere se sei in vantaggio oppure indietro, e per regolarti sul passo da tenere. Se non scorgi il tuo avversario dall'altra parte, non puoi sapere se sei la lepre oppure il cane e quanto potrai restare cane e quanto lepre. Io vedevo il grande Coppi barcollare, con la coda dell'occhio lo sapevo in difficolt. La mia partenza gli aveva rovinato i piani, ora doveva chiedere a s stesso il massimo e doveva farlo subito, quasi a freddo, sballando il metabolismo e consumando tutto l'ossigeno. Naturalmente ci prov, perch lui era il grande Fausto Coppi, ma rimase indietro dall'inizio alla fine.
Cinque chilometri cos sono lunghissimi, uno sforzo sovrumano. Non puoi disunirti, altrimenti cominci a rallentare. Devi tenere ferme le spalle e la testa e restare inclinato formando un angolo perfetto. Devi tagliare l'aria come un coltello.
Fausto,  vero, era un uomo solo. Io credo che nella vita abbia soltanto corso per scappare. Non ne parlava mai. Il ciclismo per lui era scienza, era applicazione ossessiva, Coppi  stato tra noi il primo vero studioso della bicicletta, si faceva aiutare dalla chimica come tutti ma lo faceva insieme ai professori, non con gli stregoni. Un dio gli aveva donato un cuore lento e potente, e quell'incredibile muscolatura lunga. Le sue gambe erano un prodigio, ci s'incantava a guardarle. Ma dentro l'anima, Fausto era fragile. Chi non lo ? Non siamo mica tutti Bartali, l'indole guerriera non la scegli ma te la ritrovi. Per Fausto era pi complicato, il suo modo di combattere era il silenzio, era stare da solo.
Lo sbirciavo con la coda dell'occhio pedalando su quell'ellisse, e insieme a un avversario in difficolt vedevo una leggenda, l'uomo pi famoso d'Italia, il padreterno. E toccava a me farlo invecchiare, io che gli ero anche amico. Ma lo sport  cos, i pugili sul ring sono due fratelli che si gonfiano di botte e poi si abbracciano. Guardavo quell'uomo con addosso la maglia tricolore e sapevo che dal 1939 al 1955, cio da prima della guerra fino a quel nostro pomeriggio al Vigorelli, il grande Coppi aveva corso 95 inseguimenti e ne aveva vinti 84, e due di questi valevano per il titolo mondiale. In una sola stagione, da novembre a febbraio ne vinse ventuno di fila. Sapevo che dall'altra parte della pista c'era un uomo che ogni inverno guadagnava cinque milioni di franchi svizzeri solo con le riunioni nei velodromi, dove la gente andava per lui come si va al Louvre per la Gioconda. Ogni volta che saliva in bici, c'erano pronti almeno ottantamila franchi francesi. E io avevo addosso la maglia iridata, io ero il ragazzo con la valigia di cartone, il picciotto di Monreale che quando arriv a Torino era nessuno, era meno di nessuno, mentre Coppi aveva vinto il primo Giro d'Italia addirittura nel 1940, quando il mondo era in mano a Hitler e Mussolini mentre adesso in Italia c'erano le prime lavatrici automatiche e ci sentivamo tutti dei gran signori.
Io lo vedevo, Fausto, quanto soffriva. Lui che aveva conquistato l'ora su quella stessa pista, ma in un'altra vita ormai. Cap subito che quel giorno non mi avrebbe ripreso, un corridore certe cose le sente. Lo sapeva anche lui che per una volta era la lepre e io il cane, un cane rabbioso e affamato, un cane feroce. Vinsi di una cinquantina di metri senza neanche bisogno dello sprint. Quando scese dalla bicicletta, Fausto mi venne vicino e mi disse bravo Guido, sei fenomenale e questa per me  l'ultima volta. E difatti Coppi non avrebbe mai pi corso un solo inseguimento. In una breve settimana aveva vinto la sua ultima gara per distacco e perduto la sua ultima in pista. Aveva trentasei anni, io ventiquattro. A volte penso che il destino si sia servito di me, altre volte mi dico che siamo noi il destino. In quell'anno fantastico vinsi anche la prima tappa del Giro d'Italia da Milano a Torino, e dunque indossai per un giorno la maglia rosa, la stessa che Fausto aveva portato per tanto tempo. Ma tra tutte le cose che ho fatto nella vita, niente pu valere quel pomeriggio di ottobre. Ancora sento l'aria tra i capelli.


Raphal

La notte era enorme e stellata. I due letti non avevano la zanzariera e la stanza si apriva sulla foresta, proprio in cima alla collina: ascoltavamo vibrare nel silenzio quelle centinaia di minuscole ali. Fausto all'inizio scherzava anche se aveva addosso una stanchezza strana, era annoiato, preso da una sonnolenza che non passava neanche in pieno sole. Ci dissanguano come vampiri, diceva. Eravamo mezzi nudi e cercavamo di scacciare gli insetti con gli asciugamani, ci davamo l'uno con l'altro dei colpi molto forti. Mi sa che  questo il famoso safari, scherzava Fausto.
Lo avevo invitato in Africa per sostituire Bobet. Non poteva dire no al suo amico Raphal Gminiani, io l'avevo pur sempre aiutato a vincere il Giro d'Italia del '52: scattai come un matto per aprirgli la strada al chilometro cento della tappa da Venezia a Bolzano, quella col Falzarego, il Pordoi e il Sella. Quel giorno Coppi vinse il suo quarto Giro, io dico il pi bello. Sapevo quanto gli piacesse andare a caccia, e sapevo che aveva nostalgia dell'Africa dove era stato prigioniero. Me lo aveva raccontato e mi era sembrato strano, perch Fausto parlava poco. Quando correvo per lui alla Bianchi, una sera cominci a dirmi di come lo avevano fregato e fatto partire lo stesso per il militare anche se era gi un campione. Nessun privilegio a quei tempi, no davvero. Mi spieg che lo avevano arruolato in fanteria a Tortona, giusto due giorni dopo la fine del Giro d'Italia del '40 che Fausto aveva vinto a sorpresa, e che poi nel marzo '43 era partito con gli altri per la Tunisia: gli inglesi lo catturarono un mese pi tardi. Non erano lager, per fortuna, e Fausto ne approfitt per imparare qualcosa, un po' di inglese e poi a guidare i camion e alla fine prese anche la patente speciale. Quando gli alleati sbarcarono a Napoli se lo portarono dietro, era il febbraio del 1945, io sono vecchio ma ricordo tutto. Fausto divent l'autista del tenente Towell a Caserta, in pratica gli faceva da attendente. Quando la guerra fin si trattava di tornare a casa, allora Fausto and al giornale La Voce a incontrare il direttore Palumbo che organizz una bellissima iniziativa popolare, Diamo una bicicletta a Coppi, e alla fine la trovarono quella benedetta bici e anche una maglia da ciclista con scritto Nulli, che era il nome di chi l'aveva aiutato. In quel modo Coppi ritorn a Castellania in bici risalendo l'Italia, io dico che fu il suo vero giro. Mi raccont che un giorno si era quasi ammazzato: stava seduto su un camion militare con le gambe penzoloni, aveva chiesto un passaggio ai soldati e aveva caricato anche la bicicletta. Ma in curva quel camion sband, fin fuori strada e Fausto cadde malamente. Cadere era la sua specialit, per quella volta non aveva colpa e per fortuna non si ruppe. Erano anni di avventure e speranza, nulla ci poteva fermare perch risalivamo dal fondo del mondo. Come Dio vuole, alla fine il mio amico arriv dalla sua mamma. Gli restavano appena quindici anni da vivere, che per lui sono stati comunque tutto. Io ne avrei avuti molti di pi, eppure ci sono momenti che mi sembrano niente.
In Francia mi chiamavano grand fusl, il grande fucile, perch andavo all'attacco ed ero sempre carico, ma anche perch con le parole non stavo mai zitto e ne sparavo tante, tutte vere. Fausto mi raccont quel suo viaggio nell'Italia miserabile, la gente era vestita con gli stracci che avevano lasciato gli americani e con le divise dismesse e rinfrescate da mani di donna. Il pane era razionato, non pi di due etti e mezzo al giorno per famiglia non importa di quante persone, con un pezzo di sapone al mese. Un paio di scarpe costava quanto mezzo stipendio di un operaio, eppure quasi tutti avevano ricominciato a lavorare, non come adesso che abbiamo i soldi e niente da fare. Per Fausto quando rientr a casa si scopr pi povero di quand'era partito: mi disse che le sue trentaseimila lire di risparmi in Buoni del Tesoro erano diventate carta straccia.
Il mio amico mi raccont quasi vergognoso che in Africa si era preso la malaria. E infatti nei primi mesi di matrimonio ogni tanto stava male, gli tornava la febbre. Sua moglie Bruna era spaventatissima, per doveva essere una forma di malaria leggera, forse sar rimasta dentro di lui per tutto quel tempo, fino al nostro viaggio del dicembre 1959. Chi torna dall'Africa non  pi come prima, provava a spiegare Fausto a Bruna. E le faceva l'occhiolino.
Io ero sicuro che non mi avrebbe detto no. Ci porteranno a fare due safari, lo avevo invogliato cos e quella parola lo faceva illuminare. Ci sarebbe stata anche una gara in bicicletta di una settantina di chilometri, per gente come noi una sciocchezza: non andavamo certo in Alto Volta per correre. Ci avrebbe ospitato un certo signor Bonazzi, un triestino che laggi costruiva strade. Anch'io sono di origine italiana, i miei genitori erano di Lugo di Romagna. Gli altri corridori sarebbero stati tutti francesi. Oltre a me Anquetil, Rivire, Anglade e Hassenforder. La gara l'avevano organizzata per celebrare il primo anniversario dell'indipendenza, e al ricevimento ufficiale a Ouagadougou c'era anche il presidente Maurice Yamogo. Fausto si un al nostro gruppo insieme con un suo amico che si chiamava Adriano Laiolo e a un certo signor Cillerio, mi pare fosse il vicepresidente della squadra di calcio del Torino. So che Fausto e Giulia si erano salutati male prima di quell'ultimo viaggio, e che lei gli aveva chiesto di non partire. Arrivammo in Africa il 10 dicembre, Coppi era contento e sereno, non si separava dalla sua Rolleiflex e scattava fotografie come un turista qualunque. Era un uomo curioso, e l'Africa ritrovata un'occasione perfetta, anche se non era certo il Paese che aveva conosciuto in guerra.
Fausto aspettava i famosi safari come un bambino, e mi diceva che al ritorno in Italia era gi organizzata una battuta ai beccaccini. Della corsa non vale la pena dare conto, io neppure partecipai, perch il giorno prima avevo calciato una noce di cocco che mi aveva tirato un ragazzino e mi era venuto un dito grosso cos. I miei amici gareggiarono su un tracciato rettilineo da doppiare in mezzo alle pietre e alla terra battuta. Gli indigeni ci stavano sempre intorno, le donne e i bambini specialmente. Ricordo la grande gentilezza di tutti, i canti e i balli. Fausto era divertito ma anche stanco, sbadigliava e ai ricevimenti si annoiava a morte, lui che era di pochissime parole anche con chi conosceva bene, figurarsi con estranei in Africa. Anche i famosi safari, per dirla tutta, erano stati una delusione e Fausto me l'aveva confessato: mi dispiaceva, perch l l'avevo portato io. Il mio amico aveva sognato i leoni, alla fine per li avevamo visti che sembrava di essere allo zoo e non avevamo sparato neanche un colpo. Mi ricordo che Fausto nella radura si era trovato davanti una leonessa con i piccoli, e non aveva avuto cuore di premere il grilletto. Avr pensato che le starne possono volare via, i cuccioli di leone no.
Prima di partire per l'Africa avevamo preso qualche medicina, anche se a quel tempo la profilassi quasi non esisteva. Ma Fausto non ingoi niente, perch era debole di stomaco e qualsiasi cosa lo disturbava. Preferisco un po' di febbre, diceva. Tre anni prima si era preso anche il tifo, forse per colpa di un'ostrica andata a male. Sia come sia, la Bianchi gli aveva rescisso il contratto e Fausto aveva cominciato a mettere insieme nuove squadre, tipo la Carpano Coppi e la Tricofilina, o l'ultima, la San Pellegrino, dove il vecchio Bartali gli avrebbe fatto da capo. Ma non ci fu tempo. Fausto non voleva rassegnarsi, sembrava fragile come le sue ossa ma era invincibile. Ad ogni frattura perdeva un sacco di soldi, come quella volta nel '56 quando lo infilarono dentro uno scafandro di gesso, ma intanto il riposo forzato gli allungava la carriera. L'impresario Andr Mouton lo rincorreva ovunque con un contratto in mano e una penna. La mia Francia era il posto dove Fausto era pi amato, dopo l'Italia: noi siamo gente che sa apprezzare la bellezza.
La casa ai margini della foresta aveva un tetto d'erba e paglia, dei tronchi come gradoni e il pavimento in mogano. La veranda aperta dava sulla notte, su quella tenebra muta. L'unica stanza con le zanzariere l'avevamo lasciata per galanteria ad Anquetil, che era venuto in Africa con la giovane moglie Janine. Noi quattro maschiacci - io, Fausto e i suoi amici - potevamo ben dividerci lo spazio, non immaginavamo di doverlo contendere per tutta la notte alle zanzare. All'inizio si rideva. Anche Fausto sembrava contento, pi che altro era svagato e libero come un ragazzino in gita. Aveva gli occhi fiammeggianti eppure pesti e sbadigliava anche in pieno giorno, a quarantadue gradi all'ombra.
Il ciclista  abituato a guerreggiare. Non vuole credere che la corsa sia finita. Fausto scattava foto, mirava come se la Rolleiflex fosse un fucile e scriveva cartoline. Il suo amico avvocato Gianbattista Sardo ne ricevette proprio una dall'Africa, con un Babbo Natale al volante di un'auto d'epoca. Sopra c'era scritto saluti, Fausto, lui non era di tante parole. La data: 14 dicembre. La cartolina arriv in Italia che Coppi era gi sottoterra.
Noi abbiamo sempre combattuto con la morte. Quante volte l'abbiamo vista sfiorando il precipizio nelle discese, o forse era lei che ci osservava mentre sceglievamo la traiettoria giusta per non volare nell'abisso. Fausto era coraggioso e serio, non si vantava mai. Parlava a voce bassissima per dire cose nette, da capitano non ammetteva repliche ed  cos che si comanda: puoi anche sbagliare, ma alla fine decidi tu. La squadra comunque lo adorava perch lui non era soltanto un formidabile campione e una macchina che produceva denaro per tutti, lui era anche un uomo generoso.
L'oscurit misteriosa della foresta ci attirava. La notte era profonda. Fausto combatteva nel buio la sua battaglia contro le zanzare, alla fine si avvolse stremato nel lenzuolo e rimase cos, come una mummia, solo il lungo naso fuori dal bianco, e al mattino mi confess che era riuscito a dormire poco o niente. Era andata meglio a me che avevo un sonno di pietra, e forse in quel momento pi salute di lui. Facemmo colazione pensando al safari, dovevamo spostarci un centinaio di chilometri pi a sud per raggiungere la riserva Boucle de la Pendjari, a Palma, quasi alla frontiera col Dahomey. Ci teneva in piedi il pensiero di leoni e gazzelle, ma non ne potevamo pi. Il 14 dicembre eravamo tutti col fucile in mano, trascinandoci nell'erba alta senza quasi sparare un colpo e io sono sicuro che Fausto stava rimpiangendo le sue pernici.
Forse era andato in Africa anche con l'idea di vendere biciclette che portavano il suo nome. Era un affarista, non sempre ci azzeccava ma guardava lontano. Anche in Francia aveva interessi con le bici e un progetto che pensava di avviare in Costa Azzurra tra Natale e Capodanno. Mi disse che il primo gennaio aveva organizzato per gli amici una proiezione di filmini del Tour '49. Vieni?, mi chiese.
Tornammo in Europa il 18 e il 19 dicembre, io mi sentivo abbastanza bene, solo un po' stanco ma era normale dopo quegli strapazzi e quelle notti bianche. Il 26 dicembre per mi alzai di colpo da tavola perch stavo male, e chi mi conosce sa che non interrompo un pranzo o una cena per nessuna ragione al mondo. La lingua bruciava e perdevo ciocche di capelli. Ero giallo in faccia, avevo i brividi. Ricordo che dissi subito a mia moglie: ho la malaria. Il medico di famiglia, dottor Mora, non ci vedeva chiaro, non gli sembrava una semplice influenza. Lo allarm che fossi appena tornato dall'Africa. Anche a lui spiegai la faccenda della malaria, ricordavo quando Fausto mi aveva raccontato di essersela presa in guerra. La mia fortuna fu che un medico specialista in malattie tropicali, il dottor Bruyre, era in contatto con Mora e aveva deciso di prelevarmi il sangue e mandarlo a Parigi all'Istituto Pasteur, dove scoprirono il Plasmodium falciparum, il protozoo che trasmette la malaria: quell'affarino pu sterminare in otto giorni tutti i globuli rossi di una persona. Si sa che per fermarlo basta del semplice chinino, e cos mi curarono. Per una settimana entrai e uscii dal coma: sono passati sessant'anni, ma ricordo ancora benissimo quel combattimento e la voglia che avevo di non morire. Forse per Fausto non era cos, e comunque a lui la malattia non la scoprirono. Mio fratello Angelo prov a telefonare in Italia per avvertire che avevo la malaria ma adesso  tutto confuso, sono state dette e scritte molte falsit. So soltanto che quando mi risvegliai, Fausto era gi morto.
Poi, il resto della vita scivol via e come ciclista non esistevo pi. Mi vergogno di essere sopravvissuto a Fausto, l'avevo portato io in Africa ma tormentarmi non serve a niente, non mi restituisce l'amico, soltanto il ricordo di lui. Lo rivedo in quella stanza. La bocca di Fausto cerca una risata poco convinta. C' qualcosa di sinistro e maestoso. Siamo cos stanchi. Oltre la veranda si allarga uno spazio blu enorme, un incubo bellissimo.


Romeo

La vita se non ti diverti  sprecata, per a Fausto non l'ho mai detto. Aveva vent'anni pi di me e nessun dubbio, Remo l' 'n campiun. Poi non sono diventato lui, nessuno poteva, ma lui si rivedeva in me. Erano gli ultimi mesi della sua vita, e io dico che sentiva qualcosa che andava a finire, qualcosa che gli sfuggiva dentro.
Da dilettante avevo vinto ventitre corse, era il 1959 e i giornali scrivevano: Romeo Venturelli, il nuovo Coppi. Fausto mi chiese di passare professionista con la sua squadra, avremmo cominciato alla Sanremo del '60, lui il capitano della San Pellegrino, io il vice, Gino Bartali sull'ammiraglia. La corsi, quella Sanremo, che Fausto era gi nella tomba da pi di tre mesi. E io ero l'orfano, anche se il pap e la mamma li avevo ancora. Quando mi chiedono Romeo, eri una grande promessa, cosa ti  mancato?, io rispondo mi  mancato Coppi.
Per essere forte ero forte, poi mi sono buttato via. Bastassero i muscoli, bastasse la classe. A cronometro modestamente ero un fenomeno. Passai professionista rinunciando alle Olimpiadi di Roma perch volevo molto di pi. Volevo diventare il nuovo Coppi. Lui sent parlare di me per la prima volta alla Milano-Vignola del '56, a un certo punto Fausto buca la gomma e rimane da solo. Dopo un po' gli passa vicino l'ammiraglia della Pavullese, signor Coppi ha bisogno?, e lo fanno salire. Ormai la corsa  andata ma Coppi non  poi deluso, si siede e si mette a parlare, gli fanno domande, figurarsi, un mostro sacro seduto nell'ammiraglia di una piccola squadra di provincia, e anche lui chiede qualcosa al nostro direttore sportivo Trento Montanini, gli domanda se abbiamo dei ragazzi in gamba e Montanini fa il mio nome. Poi finisce l. Ma Coppi non dimentica.
Forse gi sentiva il suo tempo passare, ma pi che altro aveva dentro la vocazione del maestro. Nel '57 c' questa corsa che inaugura la stagione dei dilettanti, il Gran Premio d'Apertura a Sanremo. Il grande Fausto Coppi viene ad aspettarmi in salita,  curioso di me. Io passo tra gli ultimi, cos il direttore sportivo mi agita un tubolare sul muso come una frusta,  il suo modo di darmi la sveglia. Allora mi scuoto, ci sono tre corridori in fuga, riporto sotto il gruppo e poi mi rialzo, i tre riprendono il passo e io di nuovo trascino il grosso fino quasi a raggiungerli, basterebbe poco ma lascio perdere. Arrivo quarto. Allora Montanini mi chiede perch non li ho presi quei tre maledetti, e gli rispondo che avevo voglia di vincere ma non per distacco, quel giorno mi garbava fare primo in volata. Ero matto, prendere o lasciare. Ma Coppi si incurios.
Non avevo ancora niente in testa, a parte i miei vent'anni e la voglia di divertimento. Mi piaceva mangiare e mi piacevano le donne. Nel '58 Fausto insiste con me, vuole vedermi da vicino e mi invita una settimana a Novi per allenarci insieme. Io devo preparare la Modena-Pavullo a cronometro, Pavullo che  vicino al posto dove sono nato: Sassostorno di Lama Mocogno, che razza di nome. Un bel giorno mi massaggia Biagio Cavanna e alla fine dice questo fringuello ha i muscoli del campione. Si pedala con Fausto sulle sue strade, le salite e le discese, Giovi, Sassello, Scoffera, lui  molto colpito da come tengo il ritmo, sul passo specialmente, e da come mi butto in picchiata nelle discese. In quei giorni, io penso, comincia a frullargli in testa una certa idea di me.
Per lui sono Remo, per tutti gli altri Meo. Il signor Coppi  speciale anche quando chiama per nome le persone. Cos va a finire che si affeziona davvero. Ci rivediamo al Giro dell'Emilia sempre nel '58, mi chiede di aspettarlo su una certa salita per passargli due borracce con caff, biscotti al Plasmon e miele, io lo faccio e dopo qualche giorno arrivano alla Pavullese sei biciclette Bianchi fiammanti: era il suo modo di dire grazie.
Fausto aveva enigmi e silenzi, ma con noi ragazzi era come un padre. Mi voleva proprio bene. Si raccomandava che fossi elegante, mi diceva di farmi sette camicie bianche e di portare sempre la cravatta. Una volta mi accompagn a Milano dal suo sarto e mi ordin due vestiti completi su misura: pagava lui. Era anche un fanatico dell'alimentazione, voleva solo carne, pesce, frullati, frutta e verdura. Io mangiavo i salumi, il formaggio di fossa e il cotechino e Fausto si arrabbiava, mi faceva promettere mai pi. Mi ripeteva di andare a dormire presto, di allenarmi sodo ogni giorno, di usare rapporti leggeri in bicicletta per non strapazzare i muscoli, di risparmiare soldi. E le ragazze poco o niente. Io non potevo ascoltarlo, con tutta la buona volont non potevo. Al limite ai fagioli rinunciavo anche, a una bella figliola no.
Le raccomandazioni di Fausto mi facevano sentire in colpa, ma a vent'anni pensi comunque di spaccare il mondo. Che saranno mai due ore di sonno in meno o un bicchiere di vino in pi? Nell'estate del '59, l'ultima di Coppi, lui venne una settimana a Pavullo. Mangiava e si allenava con noi e alloggiava all'albergo Speranza. C' anche una corsa e lui mi segue sull'ammiraglia, poi mi chiede di fare il grande salto. Alla San Pellegrino  tutto pronto. La gente si chiede come potranno mai lavorare insieme Coppi e Bartali, gli eterni rivali, il fuoriclasse al tramonto e il vecchio campione diventato direttore sportivo. Loro sono due attori consumati, e ormai due amici. Vanno a cantare in quella famosa puntata del Musichiere, l'intesa  perfetta. Di me, che ero il pupillo di Fausto e la luce dei suoi occhi, Bartali diceva: forse sar un campione, ma  erbetta del primo mattino. Fausto era pi generoso: Venturelli, garantiva,  un atleta dalla forza sovrumana. Il buon Bartali aveva gi capito l'antifona, gli toccavano il vecchio e il nuovo Coppi, due Coppi addirittura, uno di quarant'anni e l'altro di ventuno, povero lui.
Dissipare, sprecare  anche un modo di essere generosi, e comunque io davo via solo la mia roba. Il talento era roba mia. Fausto torn dall'Africa il 18 dicembre, andai a prenderlo a Milano all'albergo Andreola e mi chiese per favore di riportarlo a casa. Giulia non  venuta, mi disse,  arrabbiata perch da laggi non mi sono fatto vivo. L'aeroplano doveva atterrare a Torino, poi per la nebbia lo deviarono a Malpensa. La dama era andata a Caselle con la macchina ma poi era tornata a Novi. Fausto lo vedevo bianco in faccia e stanco, dal cielo pioveva un'acqua fredda. Si rannicchi sul sedile della mia Millecento nuova, di solito mi ripeteva di andare piano e invece stavolta restava zitto, si capiva che non era lui. Mica c'era l'autostrada a quel tempo, io filavo sulla statale ai centocinquanta e lui muto. Quando arrivammo a Novi, la dama lo tratt malissimo. Ah, sei qui, gli disse. Potevi restartene ancora un po' in Africa. Avevo comperato un costume da cowboy per Faustino, il mio regalo di Natale. Fausto mi chiese di fermarmi a cena, dovevamo parlare della stagione che stava per cominciare. La dama se l'era presa con lui perch aveva visto che non stava bene, gli rimproverava di essersi quasi ammalato apposta per 'sto benedetto safari. Un bidone, aveva risposto Fausto a proposito della caccia che l'aveva tanto deluso. E gi pensava che sarebbe andato a sparare insieme al suo amico Walter Almaviva, la cosa era in programma, mi pare, per il giorno ventitre. Invece la domenica sarebbe andato a vedere l'Alessandria, il pallone gli piaceva e gli piaceva quel ragazzino, Rivera. Allo stadio fecero un applauso lunghissimo a Faustei, il loro Coppi unico al mondo.
Un cameriere in guanti bianchi ci serv la minestra e rimasi molto impressionato. Ma la dama continuava a litigare con Fausto, ero imbarazzatissimo e dopo la zuppa chiesi scusa, dissi che dovevo proprio andare. Non avrei pi visto vivo il mio maestro.
Dopo si  trattato di correre, di continuare. I contratti, il dovere, il mestiere e poi cos'altro avrei potuto fare? Seppi al paese che Fausto era morto, piansi tanto e naturalmente andai al funerale. La collina di San Biagio era tutta coperta di neve e c'era un sole bellissimo. Con la maglia della San Pellegrino di Coppi ma senza Coppi vinsi la cronometro alla Parigi-Nizza il 14 marzo 1960 davanti ad Anquetil, che per un ragazzo di 22 anni neoprofessionista era una cosa fuori dal mondo. Ma il gran giorno fu il 20 maggio, seconda tappa del Giro d'Italia, la cronometro di Sorrento. Il favoloso Anquetil fa un tempo incredibile, 39 minuti e 8 secondi,  chiaro che sar lui il primo,  gi tutto pronto per la premiazione ma ancora devo arrivare io che in cima al monte Faito ho un po' di ritardo dal francese. Per in discesa mi butto come un pazzo, anche quella  la mia specialit, taglio tutte le curve e mi mangio gli ultimi chilometri come un piatto di tagliatelle. Alla fine, 39 minuti e 2 secondi, vale a dire 6 secondi meno di Anquetil. Mi danno la maglia rosa, prima e ultima della mia vita. Per non  vero che quella sera festeggio a champagne, be' forse un calice o due li avr anche bevuti ma non di pi, e neppure  vero che mi sono portato a letto la miss. Il giorno dopo, con addosso questa maglia bellissima mi presento alla partenza in ritardo: sar una tappa maledetta, cadr in un fosso, arriver al traguardo tutto lercio e perder il primo posto anche per colpa di una limonata fredda e del latte che ci avevo bevuto sopra. Poi, dovr ritirami per una sinusite.
Sono rimasto professionista per tredici anni e ho vinto appena sei corse. Non sono diventato Coppi, non sono diventato niente. Ma a quelli che dicono che li ho delusi, ripeto che se Fausto non fosse morto sarebbe stata tutta un'altra storia. Non mi sarei perduto, avrei avuto un padre. O magari no, quel padre lo avrei solo fatto disperare perch a me piaceva vivere. Sono stato anche scalognato. In una caduta alla Sanremo mi tagliai un'arteria, anche Fausto cadeva sempre ma ripeteva che quello che conta  rialzarsi. Lui si era preso due volte la malaria e ci  pure morto, io mi sono fatto la febbre maltese e cosa vi devo dire, alla fine mi  andata via la voglia. Ero formidabile ma non abbastanza.  difficile avere talento, ma solo un po'.
Cos mi tengo stretto quel giorno a Sorrento: neanche un'anima in strada al mio paese, tutti davanti alla tiv per me. Alla fine di quell'anno conquistai il trofeo Baracchi in coppia con Ronchini, l'ultima vittoria di Coppi, si vede che c'era proprio un destino tra noi due.
Non avevo pi gioia, non avevo pi uno scopo. Nemmeno Bartali sapeva cosa dirmi. Scuoteva la testa, lo vedevo che era deluso, forse non aveva mai creduto che potessi diventare un vero campione, forse era rimasto zitto solo per rispetto di Fausto. Ho continuato come quando si fila in discesa senza pedalare, ho proseguito col ciclismo per forza d'inerzia. Correvo, molto raramente vincevo, passavo sotto il traguardo come uno qualsiasi, sedicesimo alla prima Sanremo, sesto al Lombardia. Mi sono ritirato al Giro d'Italia del '60, del '61 e del '65, anche se in tanti ripetevano di non avere mai visto uno che pedalasse come me. Compravo automobili veloci, mangiavo molto e facevo l'amore. La vita se non ti diverti  sprecata. Io mi sono divertito, eppure l'ho anche buttata via. Mi ricordo le indigestioni e il peso che aumentava. I soldi sono finiti presto. Ho avuto anche un grosso problema agli occhi, mi dovettero operare e pensavo di avere chiuso con la bici, ma poi a trentadue anni mi venne la voglia di continuare, la squadra Zonca mi fece il contratto e fu un altro fallimento. Non avevo pi niente dentro.  stato cos che Meo si  perduto, Meo oppure Remo, come mi chiamava lui. Sono diventato vecchio, mi sono mantenuto allegro e tutti gli anni il 2 gennaio vado sulla collina di San Biagio a portare un fiore al mio amico. Se mi sente, gli domando scusa.


Faustino

Questo cognome  ancora la cosa pi bella che ho.  il mio pap, e in qualche modo  la mia vita.
Vorrei avere pi ricordi di lui, ma ero cos piccolo. Le cose che ho in testa me le hanno raccontate, e allora non so se ricordare sia la parola giusta. So per di avere avuto moltissimo affetto,  stato come se le persone volessero bene a me per continuare a volerne a lui e cos mi sono preso tutto, e ancora adesso non ci credo. Doveva essere proprio speciale.
Tutto intorno a me  cos vivo e pieno d'amore. Come se ogni giorno fosse buono per una parola nuova, per una fotografia che non c'era, per un pensiero ritornato in mente. La gente mi sorride e intanto sorride a lui: non mi dispiace, in fondo  come essere insieme nel tempo che non abbiamo avuto.
Mi ricordo che pap arrivava in fretta e a casa stava poco. Non penso che io sapessi chi era, che faceva il corridore, che era un uomo importante. Intorno c'era movimento, non stavamo mai soli e il pap sempre in giro. In casa era gentile, premuroso, affettuoso. La mia mamma ha passato la vita a raccontare, non c' stato giorno che non mi parlasse di lui, di come la trattava e la faceva sentire una regina. Neppure una volta, mi ripeteva, si era seduta a tavola senza che pap le spostasse la sedia.
Non ho sofferto per la nostra situazione familiare, ero un bambino e non sapevo, poi crescendo mi sono chiamato Coppi. La mamma mi diceva che eravamo stati molto felici, che gli anni erano stati pochi per valevano tutta una vita.
Per la societ italiana del tempo, Fausto e Giulia erano due fuorilegge. C'era tuttavia un sacco di gente che rompeva i matrimoni e si separava, compresi loro amici che per non erano persone note, dunque non se ne curava nessuno. Lo scandalo non l'ho vissuto, sono stato sempre protetto da mia madre. A scuola ero Fausto Coppi. Questo c'era scritto sulla patente e sul mio passaporto argentino, perch sono nato a Buenos Aires proprio per chiamarmi cos: ma per la legge italiana ho potuto farlo solo nel 1978, dopo la riforma del diritto di famiglia. Soltanto allora, e avevo gi ventitre anni, ho letto il mio nome e cognome sulla carta d'identit. Questo perch il dottor Locatelli, il primo marito di mia madre, non mi aveva disconosciuto. E siccome a quel tempo non esisteva il divorzio, la mamma era ancora sposata con Locatelli e dunque ero Locatelli anch'io. Il dottore aveva promesso di disconoscermi, questo avrebbe reso le cose pi semplici dal punto di vista burocratico per non lo ha mai fatto. E io non l'ho mai incontrato. Invece con Lolli e Maurizio, i primi figli di mamma, c' stato un rapporto molto bello. Purtroppo Lolli mor di tumore a 35 anni e da quel colpo mia madre non si  mai ripresa, invece Maurizio fa il dentista a Varese. La mamma e Lolli sono sepolte al cimitero di Serravalle.
Mio padre e mia madre si sono voluti bene, tutto l, e io sono il figlio di quel bene. Mia sorella Marina non si  opposta quando ho preso finalmente il cognome Coppi: lei  mia sorella,  la parente pi stretta che ho.
Ogni giorno la mamma mi diceva quanto pap fosse intelligente e curioso, e come gli piacessero le cose nuove. Non era stato tanto a scuola, per aveva imparato l'inglese e il francese da solo, in guerra e girando l'Europa per le corse. Voleva migliorare, leggeva e la mamma lo aiutava. Credo di essermi reso conto poco per volta di quello che ci era successo, compresa la tragica morte di mio padre. Mi portavano al cimitero tutti i giorni e ancora mi parlavano di lui. Io ero solo un bambino di cinque anni.
La mamma aveva un carattere forte, era possessiva e molto grintosa ma anche dolce, magari avessi preso un poco da lei. In una citt piccola come Novi non  facile, la vita non  stata una passeggiata ma alla fine non mi  mancato niente e, posso dirlo, sono stato felice.
La mamma  rimasta in coma 522 giorni dopo l'incidente d'auto, tornava dal supermercato e un'altra automobile la centr in pieno davanti a casa. Muoveva le labbra, io penso dicesse ti voglio bene quando avvicinavo il viso al suo, ma dopo ventidue giorni dovettero farle la tracheotomia ed ebbe un arresto cardiaco, cos perse conoscenza e non si risvegli pi. Mor il 6 gennaio del 1993, il maledetto gennaio dei Coppi.
La mamma andava sempre al cimitero, e nei primi mesi aveva il terrore che la legge mi portasse via da lei. Dovette fare causa per ottenere la patria potest, oggi sembra incredibile ma i tempi erano quelli. E io penso che la storia di mio padre e mia madre abbia contribuito a far uscire l'Italia dal medioevo. Il loro coraggio fu preso ad esempio, ma a quale prezzo. Lei mi raccontava che quando l'avevano mandata al domicilio coatto ad Ancona dove viveva una sua zia, c'erano donne che sputavano per terra al suo passaggio. E tutte le domeniche le toccava firmare il registro dai carabinieri come una delinquente.  cos che la trattarono: in galera per adulterio, dentro una cella perch voleva bene a un uomo, vi rendete conto? Proprio ad Ancona scopr di essere incinta e questo la aiut a resistere a tutto, cos mi diceva. Oltre naturalmente all'amore di mio padre che non la lasci mai sola.
Io e mia sorella Marina siamo rimasti sempre nella stessa citt, qui a Novi, abitando le case dove vivevamo da bambini: eppure per tanto tempo non ci siamo incontrati. Le nostre erano strade diverse, mia mamma era viva e anche la sua, insomma capite che l'onda di quella vicenda era ancora molto lunga. Un giorno, la Gazzetta dello Sport organizz un premio che si chiamava La bici d'oro in onore di mio padre, e il direttore Cannav ci invit a Milano insieme. Fu cos che io e Marina ci avvicinammo, e per questo si prodigarono anche gli amici dell'associazione Fausto e Serse Coppi. Io e mia sorella facemmo il viaggio verso Milano sulla stessa automobile e cominciammo a parlare di figli, perch  cos che succede tra genitori. Ricordo che raccontai a Marina della pertosse della mia bambina, ci scambiammo qualche informazione sui pediatri e insomma il ghiaccio era rotto. Ho una fotografia di me, Marina e Lolli che giochiamo insieme e la guardo con grande tenerezza. Marina ha sofferto tanto, anche per questo le voglio bene.
Mio padre, quand'era vivo, per me non  mai stato un ciclista. A volte mi sforzo di recuperare anche solo un suo ricordo in bicicletta ma non ci riesco: il figlio di Coppi che non ricorda Coppi. E dire che lo vedo ogni giorno, qui, nei quadri e nelle fotografie che ho lasciato in questa casa dove mia madre cre quasi un tempio, lei che di pap  stata la memoria vivente. Non so se fosse felice ma so che lo era stata, moltissimo. Sulla sua tomba ho fatto incidere Giulia Occhini Coppi perch  giusto cos, e poi lei e pap si erano comunque sposati, anche se solo in Messico.
Non mi  mai venuto in mente di correre in bicicletta, se ti chiami Fausto Coppi come fai? Ma non sarebbe successo comunque. Mio figlio Andrea  portato per lo sport, per nemmeno lui va in bici. Se fosse rimasto vivo, mio padre avrebbe visto crescere quattro nipoti e tre pronipoti: i miei figli Andrea e Giulia che si chiama come la nonna, mentre Marina ha avuto Marco e Francesco e poi tre bellissime nipotine, Linda, Francesca e Marina, come lei. Pap ne sarebbe orgoglioso. E non  vero che avesse sempre il muso, era timido e riservato ma non cupo. Gli piacevano la compagnia e scherzare, cos mi hanno raccontato. Nei pochi frammenti di memoria che mi sono rimasti, pap  un uomo gentile che non alza mai la voce. L'ultimo Natale mi regal modellini di aeroplani che aveva portato dal viaggio in Africa, e una banconota da diecimila lire che ho incorniciato e conserver sempre.
Questa casa parla di lui in ogni angolo, ho voluto che fosse cos ma a volte  difficile, certi dolori durano una vita, anche se io ero proprio piccolo quando mio padre ci lasci. Mi sembra di ricordarlo mentre lo portano via in barella, chiss se l'immagine  sempre stata l nella mia testa oppure se si  creata nel tempo. C' pap che mi guarda dal bianco del lenzuolo e mi dice papo, fai il bravo e non fare arrabbiare la mamma. Lui mi chiamava papo, questo lo ricordo bene.
La mamma aveva sempre paura che mi succedesse qualcosa, e da ragazzino mi faceva uscire poco di casa. Temeva un incidente, quello che poi capit a lei il 3 agosto del '91. Soffriva di essere per tutti e per sempre la dama bianca, lei era una persona, non un personaggio da melodramma. Una donna forte, severa, decisa, espansiva, proprio una napoletana verace. Diceva quello che pensava e non poteva stare simpatica a tutti, ma non meritava di essere odiata e trattata in quel modo soltanto per avere amato un uomo. Una volta si mise in testa che dovevo conoscere l'avvocato Agnelli, mi port negli uffici della Fiat e si fece annunciare, siamo la moglie e il figlio di Coppi, disse, finch alla fine Agnelli lo incontrammo davvero. Ecco, mia madre era cos.
Non ho mai pensato di andarmene da questa casa, sarebbe come strappare le radici e ci ho messo tanto a farle crescere. Accanto allo stipite del portone d'ingresso c' questo bassorilievo in marmo bianco di Carrara, con il profilo inconfondibile di pap. Ho fatto incidere Qui visse mio padre Angelo Fausto Coppi. Perch alla fine posso dire solo questo: Coppi era mio padre. La mamma una volta mi spieg che lui avrebbe preferito che ci trasferissimo a Milano, poi non se ne fece niente perch lei aveva resistito, la villa le piaceva troppo, era il suo mondo quando giocava con me e lo aspettavamo. Adesso qui sto bene, cresco i miei figli, invecchio, guardo la vita di mio padre nelle fotografie e nei cimeli e penso alla mia.
Anche se mi cercano per interviste, incontri e premiazioni, il ciclismo  rimasto lontano da me. Forse perch mi piace stare da solo, in questo un po' somiglio a pap che non era un orso come tanti dicono, ma aveva bisogno dei suoi spazi. Mi capita di salire a Castellania dove lui  nato e cresciuto, incontro lo zio Egidio e gli ultimi parenti, vedo mio nipote Francesco che fa dei vini buonissimi. Sono tutte brave persone e sono la mia famiglia. C' voluto del tempo, per adesso  cos.
La somiglianza fisica tra me, Marina e pap rende ancora pi difficile staccarsi da lui, ma sono sicuro che n io n mia sorella lo vorremmo. La gente guarda noi e vede Coppi, siamo come un libro aperto, una fotografia vivente e questo  anche un impegno, un dovere: dobbiamo comportarci sempre come i figli di Fausto Coppi ed essere degni del cognome che portiamo. Crescere nell'assenza di un padre cos presente pu essere stata una contraddizione, un destino difficile, per nessuno sceglie il proprio. Io e Marina sappiamo di essere un po' anche Fausto Coppi, non soltanto nel nome intendo, e va bene cos. Non ci  mancato niente e abbiamo avuto due madri magnifiche. Anche se siamo rimasti lontani per tanti anni, io e Marina abbiamo vissuto due vite parallele e adesso i nostri figli non sono estranei tra loro: penso che pap ne sarebbe felice. Nel mio piccolo, e con il suo nome addosso, ho sempre cercato di fargli fare bella figura.
Insieme alla mamma guardavamo le fotografie, glielo chiedevo soprattutto quand'ero malato: a quei tempi, d'inverno, i bambini avevano sempre la febbre. Lei si sedeva sul letto e sfogliavamo gli album. C'erano mamma e pap sorridenti, e c'ero io in mezzo ai giochi oppure con il nostro cane, io col berretto bianco e pap sempre elegantissimo. Credo che lui e mamma parlassero poco di ciclismo ma non  vero che fosse gelosa, o che non le andassero bene i compagni di squadra o gli amici di mio padre,  solo che lo avrebbe voluto di pi a casa quando la sua carriera stava finendo. E temeva sempre qualche altra caduta, qualche nuovo e pi grave incidente. In fondo, pap si ammal dopo il viaggio in Africa e dopo quell'ultima corsa, io penso che mamma un poco se lo sentisse.
Ricordo il nostro giardino, e il vialetto del cimitero prima che spostassero pap nel mausoleo di Castellania accanto al fratello Serse. Rivedo mamma con i fiori in mano, e come gli parlava per raccontargli quanto crescevo. Ricordo i giorni lunghissimi in casa, io e lei, negli inverni della pianura che non finiscono mai, con tutta quella nebbia e quella neve. Mi guardo allo specchio e trovo gli occhi di mia madre e il viso di mio padre. Un giorno tolse le ruotine alla bicicletta, sento ancora la sua mano sotto la sella e poi pi niente. D'improvviso lui non c' pi, e io devo pedalare da solo.


Giulia

Sent la mia voce tra le molte, e vide il mio viso. Fausto era euforico, trasformato. Ci conoscevamo solo da tre anni e non ci eravamo scambiati nemmeno un bacio da bambini. Fausto era un gran signore.
Si presentarono a tarda sera, prima ascoltammo le loro parole nel buio. Il brigadiere De Munari e il carabiniere scelto Bianciardi ci intimavano di aprire il portone, sembrava un film di Tot. C'era anche mio marito, il dottor Enrico Locatelli, che gridava insulti. Povero Fausto, il patrn Goddet lo avrebbe chiamato il colera del ciclismo e sempre per causa mia. In villa quella notte c'era solo la cameriera. Del nostro amore ricordo un piccolo albergo a Castelletto d'Orba e il Grand Hotel di Salice Terme, e quella volta a Loreto, quando la direzione allontan i pellegrini perch l alloggiavano Coppi e la Dama Bianca.
La notte tra il 24 e il 25 agosto del 1954  stata la pi umiliante e la pi bella della mia vita, perch finalmente tutto il mondo sapeva che io e Fausto ci volevamo bene. I carabinieri non ci sorpresero a letto insieme, ma il brigadiere tast le lenzuola e le scopr calde. Dovetti accompagnarli in caserma col pretesto del passaporto e con quel trucco mi portarono nel carcere di Alessandria, cella numero 7, quattro brande, quattro sedie di paglia e quattro detenute. Le altre mi trattarono bene, invece all'uscita di galera venni insultata e lo stesso ad Ancona, al domicilio coatto. Per mezza Italia era come se Coppi l'avessi ammazzato, non amato.
Quando gli dissi che aspettavo un bambino era elettrizzato e vinse il Giro di Lombardia. Quel Natale mi regal un anello di smeraldi, ma lui era cos discreto e timido che i doni a volte li faceva trovare in un cassetto, oppure nel cruscotto della macchina. Venni denunciata per adulterio e abbandono del tetto coniugale, presero il passaporto anche a Fausto e con quello lui lavorava, pensate a tutte le corse all'estero che fu costretto a saltare, oltre alla vergogna. Quando ero ad Ancona lui alloggiava in un albergo a Portonovo ed era difficilissimo vederci, i poliziotti ci spiavano, ci pedinavano, si scambiavano messaggi cifrati. Pi tardi scoprirono persino che avevamo comperato un soggiorno in mogano a Cant: ci erano venuti dietro ovunque. Eppure a quel tempo in Italia c'erano diecimila cause di separazione all'anno, per sembrava che ai giudici interessassimo solo io e Fausto.
Mi fecero scrivere una lettera in cui ammettevo la colpa, e dichiaravo di rinunciare ai figli fino alla loro maggiore et. Il ritiro della querela da parte di mio marito cost a Fausto un bel po' di milioni, senza contare il resto. Anche la moglie lo denunci. Al processo interrogarono persino le nostre bambine, ricordo la Lolli che piangeva.
Un amico di Fausto, un professore di Firenze che si chiamava Bartolo Paschetta, gli scrisse che il santo padre Pio XII era addolorato e si rifiutava di credere alla notizia. Il papa confida in te, gli disse. Con discrezione intervenne anche l'arcivescovo di Milano, il cardinale Montini, futuro Paolo VI. Si vorrebbe - scrisse - che Fausto Coppi venisse ricondotto in una direzione cristiana. Ed  cos che per noi si mossero addirittura due pontefici, perch sapevano bene quanto l'opinione pubblica fosse coinvolta in una storia assurda e fuori dal tempo. Le cose sarebbero cambiate anche grazie a tutto quel clamore, perch qualcuno ci difese.
Io ero napoletana e avevo quattro anni meno di Fausto. Quando incontrai il capitano medico Enrico Locatelli ero rifugiata con la mia famiglia nelle Marche, avevo vent'anni e lui una quarantina. Ci sposammo in fretta e poi mi port al suo paese, Varano Borghi, dove aveva la condotta. Una vita tranquilla, forse troppo, ma non ero Emma Bovary e con i miei figli mi sentivo contenta. Fausto lo vidi la prima volta nell'agosto del 1948 perch mio marito era un suo grande tifoso e mi port alla Tre Valli Varesine, che naturalmente Coppi vinse. Mi sembr, devo dirlo, un uomo non bello. Per volevo l'autografo e Fausto prima di firmare mi chiese: alla signorina?... Io risposi: alla signora Giulia Locatelli.
Quando avvenne lo scandalo, Fausto voleva solo essere lasciato in pace ma sapeva che era impossibile. Una volta cadde in allenamento a Certosa, ma prima di essere portato in ospedale si fece accompagnare nello studio dell'avvocato Andreani perch avevano un appuntamento, ed era cosa della massima urgenza. Prima l'avvocato e poi i medici, cos avevano ridotto quell'uomo. Eppure la gente diceva che era colpa mia. Dicevano che non sopportassi i suoi amici, i suoi gregari, che li avessi separati da lui. Non era vero, per Fausto aveva intorno anche gente non alla sua altezza. Quando ci mettemmo insieme, smise di essere solo.
In Italia il reato di adulterio fu cancellato solo nel 1968 dalla Corte Costituzionale, Fausto era morto da sei anni e nostro figlio continuava a chiamarsi Fausto Locatelli. Alla caserma di Alessandria mi interrog il maggiore Di Marcelli, i nomi dell'inchiesta non li ho mai dimenticati cos come non dimentico che quella notte indossavo un vestito bianco da passeggio con piccoli pois neri. Era agosto, faceva caldo. Rimasi in cella per quattro giorni e quattro notti e le compagne mi raccontarono le loro vite. Quando uscii, diedi mille lire a ognuna. Fausto mi aveva messo sotto contratto per zittire le malelingue, ero stata assunta come segretaria con uno stipendio di 30 mila lire al mese, questo dissi ai carabinieri. Mi contestarono anche il possesso di un braccialetto d'oro e un'automobile Millecento Fiat che avevo acquistato da Fausto per 150 mila lire e rivenduto a 750 mila: ogni nostra cosa, agli occhi del mondo doveva essere un reato, specialmente le questioni di soldi. Perch la donna a quel tempo era ancora la creatura del peccato, quella che ruba all'uomo la virt, le energie, gli anni migliori e naturalmente il denaro. Ma noi sopportavamo tutto, perch ci amavamo di un amore grandissimo.
Ogni domenica mattina alle 10 dovevo firmare il registro ad Ancona, dove alloggiavo presso la signora Dina Caimmi, la moglie di un macchinista delle ferrovie. Avevo ancora dei parenti laggi, ed  per questo che il tribunale e gli avvocati scelsero quella citt. Mi spedirono nelle Marche col foglio di via come una criminale e Fausto affitt un intero albergo sul Conero per la sua squadra, ma era solo una scusa per restarmi vicino.
Al processo c'era anche il corrispondente della Pravda, il giornale del partito comunista sovietico. I fotografi per fortuna non li fecero entrare: le uniche immagini erano quelle della Domenica del Corriere, le tavole a colori disegnate da Walter Molino. Un cronista scrisse che Fausto si era presentato in aula come un uomo modesto, fragile, sottomesso ma non era vero, lui era solo indignato e non voleva che i bambini soffrissero. Il suo avvocato alessandrino lo defin un bon m, vale a dire quasi un fesso. Cercarono di distruggerlo usando me, per noi eravamo pi forti. Ricordo la lettura della sentenza di condanna e il famoso articolo 570 del Codice Penale, quello che parlava di abbandono del tetto coniugale e condotta contraria alla morale e all'ordine della famiglia. E noi di famiglie ne avevamo addirittura due, figurarsi.
Fausto in aula era elegante come sempre, e parlava sottovoce. Ammise tutto, dal momento che non avevamo niente da nascondere. Si asciugava di continuo la fronte col fazzoletto e disse che nei confronti della signora Locatelli, cacciata di casa e sola, aveva obblighi d'onore. Nelle motivazioni della sentenza di condanna, tre mesi di galera e me e due a Fausto, si parl di abbandono ingiustificato, ingannevole, ingiusto e pure cos clamorosamente ostentato. La donna viene punita con un mese di detenzione in pi, scrissero i giudici, perch rispetto all'uomo ha anche un secondo figlio di anni tre. Ma io dico che lo fecero perch appunto ero una donna.
Io e Fausto abbiamo avuto sette anni d'amore, troppo pochi, ma io non li cambierei neppure con un secolo di un'altra vita. Sopportammo tutto, sguardi, allusioni, insulti, lettere anonime, sputi in terra. Persino quel cartello dove un tifoso aveva scritto viva Marina abbasso Faustino perch Marina era la figlia legittima, Faustino quello della colpa. Ma i bambini sono tutti uguali e noi li abbiamo amati moltissimo.
Dissero di me le pi orribili cose. Scrissero che avevo rovinato Coppi, che ero avida e viziata, addirittura che a casa nostra i domestici spolveravano solo con strofinacci di lino. E quando  morto lo hanno tirato tutti per il sudario, inventando cose false sull'eredit e sul patrimonio e giurando che Fausto era spirato in grazia di Dio dopo la confessione: impossibile, dal momento che a quel punto non riconosceva neppure me.
Il mio primo vero sguardo su di lui si pos in un ospedale: era destino. Al Giro d'Italia del '50 Fausto cadde e si ruppe l'anca, lo aveva urtato un corridore mezzo orbo che si chiamava Armando Peverelli e non ci vedeva da un occhio, perci non s'accorse che da quel lato stava arrivando Fausto. Tripla frattura del bacino. Lo portarono all'ospedale di Trento, e mio marito mi disse andiamo a trovarlo. La sera stessa eravamo l. Lo ricordo in mezzo ai cuscini bianchi, aveva la faccia di un bambino ammalato e suscitava una grande tenerezza. Era un uomo mite, gentile e romantico. Quando andai a partorire in Argentina ci spedivamo lettere bellissime. Ma ci eravamo scritti anche dopo l'incidente del '50, frasi molto controllate e rispettose per  chiaro che qualcosa stava gi cominciando. Lui inviava le sue buste al fermoposta.
Quando torn da quella maledetta Africa aveva male dappertutto, alle gambe specialmente, e vomitava. Arriv e lo maltrattai perch non volevo andasse laggi prima di Natale, che c'entrava poi il safari, e quando ritorn seppi di avere avuto ragione.
Mercoled 29 dicembre ha la barba lunga e gli occhi spenti. Mi ripete solo non va. Il dottor Allegri di Serravalle parla di semplice influenza, ma quando lo vede il professor Astaldi che  primario a Tortona si comincia a non capire cosa stia succedendo. Il professore mi dice di tenere il bambino lontano da suo padre, per precauzione. Ora si nomina la polmonite ma sempre dentro una nebbia, i medici vanno a tentativi e Fausto sta sempre peggio. Gli fanno l'esame delle urine, non quello del sangue: in tutti gli anni a venire mi sarei chiesta perch.
La notte di Capodanno, in villa  rimasta solo una giovane cameriera. Il resto del personale  a festeggiare. Fausto sta un po' meglio, ascolta la televisione, parla poco ma risponde. C' da noi anche la sua mamma che all'inizio era contraria alla nostra unione, ma poi prese ad affezionarsi. Conosceva suo figlio pi di tutti e sapeva cosa gli fosse passato nel cuore. Non l'ho mai sentita dire nemmeno una parola cattiva, e con me era gentile. A Faustino voleva un bene dell'anima.
La mattina del primo gennaio respira sempre peggio, ormai  quasi un rantolo. Ha una sete tremenda e io gli metto in bocca il ghiaccio tritato che gli d sollievo. Lo portano all'ospedale troppo tardi. La macchina delle radiografie  guasta, e comunque per fargli le lastre devono rivoltarlo nel letto e lui urla di dolore.
Fausto non era tipo che non pensasse al futuro: aveva in mente di vendere anche in Francia le biciclette col suo nome. Acquist per noi Villa Carla, poi la tenuta della Garibalda vicino a Tortona, un terreno a Milano e uno a Torino dove possedeva pure un immobile, e la fabbrica di caramelle Daina. Aveva interessi in un'azienda che produceva lamette da barba e gli fece perdere dieci milioni, e in una camiceria di Desio dove alla fine i milioni bruciati furono una quarantina. In tanti gli proponevano affari e Fausto non sempre dava retta alle persone giuste, o magari non era neanche fortunato. Ma che avesse dilapidato il patrimonio, quella era una stupidaggine. Certo, la separazione gli era costata un centinaio di milioni, la met in contanti, e poi and via molto denaro per gli avvocati, per la remissione della querela del dottor Locatelli, per il viaggio in Argentina e il matrimonio in Messico, carta straccia per la legge italiana. Il passaporto glielo restituirono pochi giorni prima della Roubaix del '55, quando al traguardo fu secondo. Il 13 maggio a Buenos Aires nacque Faustino. Mandammo dall'Argentina una fotografia del bimbo e un telegramma: Pap, aspetto la prima maglia rosa. Mi dissero che Fausto aveva mostrato la foto a Bartali alla partenza di una tappa, e Bartali l'aveva fatta vedere agli altri corridori. Purtroppo in quel Giro il mio Fausto si piazz solo secondo, ad appena 13 da Magni che non gli era amico. Io e il bambino tornammo in Italia il primo giugno a bordo del piroscafo Giulio Cesare. Era stata una traversata tranquilla e mi sentivo raggiante, perch mi sentivo amata.
Resta il fatto che eravamo due reietti. In un condominio non ci accettarono, cos Fausto prese la villa sulla strada per Serravalle: a me piaceva molto, con i pergolati, l'abetaia e quel senso di isolamento, un piccolo mondo solo per noi due e per il bambino. Non ci vollero mica in quel condominio, eppure Fausto a quel tempo faceva aspettare persino i re: una volta Baldovino del Belgio era venuto in hotel a Parigi per conoscerlo ma Fausto dormiva, e Sua Maest dovette attendere che si svegliasse. Perch anche Fausto era un re.
Non  stato facile continuare la vita senza di lui. Avevo il bambino da crescere e terrore che me lo portassero via. Dovevo combattere. Ho cercato di far fruttare gli insegnamenti e, per quanto possibile, i denari di Fausto, per era complicato e in certi momenti sembrava che tutto girasse contro, come quella storia del maglificio che purtroppo in un paio d'anni fall. Forse anche in questo io e Fausto ci assomigliavamo, non avevamo il pallino degli affari.
Nella tappa dello Stelvio, al Giro del '53, sent dunque la mia voce tra le molte e la riconobbe. Al Giro del '54, l'anno che andammo a vivere insieme, Fausto si prese un bel po' di fischi. Tanta gente non capiva e giudicava senza conoscere. Lui era orgoglioso e fiero, e and comunque a vincere la tappa dolomitica che arrivava a Bolzano. Un giorno era l'uomo che aveva tradito la famiglia legittima, il giorno dopo era l'asso che apparteneva a tutti e rappresentava un Paese intero, anche se quel paese non sapeva decidersi. Con me, invece, tutti ebbero meno dubbi: ero la causa di ogni colpa, ero la donna del peccato.
Dopo l'ultimo Natale vuole ancora andare a caccia una volta, per  uno straccio. Poi gli viene la febbre e si mette a letto. Quando chiediamo il consulto al professor Fieschi di Genova  gi troppo tardi. Poi mi dissero che in nessun caso Fausto l'avrebbe scampata, neppure se avessero individuato subito la malaria, perch a quel punto il suo corpo era come mangiato dentro. Non so se fosse vero, non credo, dal momento che gli altri li salvarono con l'esame del sangue e del misero chinino. Fausto per si era gi preso la malaria in guerra, e il tifo pochi anni prima di morire. Sembrava una roccia ma dentro era di sabbia. Sabbia bianca, pulita.
All'ospedale di Tortona non sanno cosa fare, dicono che ha una broncopolmonite virale, lo riempiono di cortisone e antibiotici. Il suo respiro intermittente mi dice che sta morendo, lo capisco da come cerca l'aria disperatamente. L'ultima notte mandano a chiamare la moglie, alle due e mezzo danno a Fausto l'estrema unzione ma lui  fuori di coscienza e agonizza. Muore alle nove meno un quarto di mattina, e la sua mamma vuole che prima di essere seppellito ritorni nella casa al paese.  il 4 gennaio 1960, sulla collina ci sono novanta corone di fiori. Faustino non lo portiamo, anche Marina non c'. In chiesa svengo tre volte. La gente accorre tra i campi e sul colle di San Biagio per veder passare Fausto un'ultima volta, sembra una corsa di biciclette.
Mi viziava, mi trattava con enorme gentilezza perch era un signore. Mi adorava. Quando nacque il bambino, il suo papo, ordin in Inghilterra la stessa carrozzina degli eredi di casa reale. Al mondiale del '53, sul podio gli passai i fiori e fu evidente a tutti che esistevo, per non lo feci per questo, lo feci perch lo amavo e volevo esserci nel momento pi importante per lui. Quella maglia la inseguiva da sempre, e finalmente era sua.
Avevo cominciato a capire davvero chi fosse quando mi scrisse quelle lettere dopo la frattura al bacino, per ventinove giorni immobile e una lettera al giorno. Erano parole controllate,  vero, ma dentro c'era tutto. And in convalescenza a Roncegno, Hotel delle Terme, poi ad Acqui e da noi a Varano, invitato da mio marito. A Milano, una sera andammo a vedere quei fenomeni americani della pallacanestro, gli Harlem Globetrotters, il dottor Locatelli ci raggiunse pi tardi e cos io e Fausto potemmo restare un poco da soli per la prima volta. Al Lombardia quell'anno arriv terzo, e credo che mio marito cominciasse ad avere dei sospetti, l'Italia  un paese piccolo. Ma non  vero che mi presentai da Coppi con le valigie in mano: quando decidemmo, lo facemmo insieme come tutto il resto.
Dopo la grande vittoria su quello svizzero, Koblet, al Giro del '53, lo raggiunsi dunque a Bormio e Fausto mi chiese un bacio: fu una cosa ingenua, un bacetto da ragazzi. Ma dopo meno di una settimana ci demmo appuntamento alla stazione di Tortona, poi andammo in macchina verso Brianon e a Claviere passammo la nostra prima notte insieme: era il 21 luglio 1953. Fausto non aveva corso il Tour per preparare meglio il campionato del mondo, ma sulle strade di Francia andammo a veder passare la corsa e qualcuno ci fotograf. Mio marito vide quelle immagini e infuriato mi scrisse, io risposi che ero in Francia da amici come gli avevo detto, e che avevo incontrato Coppi per caso, del resto anche mio marito era ormai suo amico.
Il 12 giugno del 1954 il Giro d'Italia faceva tappa a Saint Moritz, io c'ero e avevo addosso quel famoso montgomery chiaro. Un giornalista francese mi not e si chiese chi mai fosse la dame en blanche: sono rimasta quella per sempre, imprigionata in un'immagine.


Fausto

Gli occhi di Giulia erano blu pervinca, e io le ho solo voluto bene.
Sulla mia tomba hanno portato la terra e i sassi delle montagne che ho scalato, anche pietre molto piccole. Alla fine, dopo tanto penare non rimane niente ma  bello lo stesso.
Il giorno pi felice della mia vita da corridore  stato quando mio fratello Serse ha vinto per sbaglio la Parigi-Roubaix. Ci siamo abbracciati come neanche da bambini. Poi lui cade in quel modo e muore.  strana la vita del ciclista, si scampa a voli grandissimi gi dalle discese dove l'acqua di neve riga la strada e sembra sempre inverno, alla fine di quei tuffi tra pareti di ghiaccio e crepacci si rimane in piedi e poi magari si muore picchiando la testa contro un marciapiede. Serse sapeva ridere come chi pensa che non morir mai, o come chi sa di morire tra dieci minuti.
Mi sembra di essere sempre povero, alla fine corro anche per non insultare la miseria: nei velodromi mi danno mezzo milione a riunione, e nel 1955 un impiegato guadagna 50 mila lire al mese. Il povero ha paura di tornare da dove viene.
Pedalo tra migliaia di persone e alle volte mi pare di essere solo. Ci sono queste visioni di fiumi e foreste mentre il paesaggio scorre, anche la gente  come se sfilasse di lato e io la vedo, e mi piace. Il grande sforzo del ciclismo mi ha portato via, per io ci sono e loro lo sanno. Mi sento amato.
I rettilinei tremolano nel sole,  bello quando ti alleni e puoi gustare il luccichio della pianura, invece in corsa  tutto rovesciato, ogni cosa gira velocissima e devi starci dentro, devi girare con lei. Al traguardo mi raccolgono stremato, io quando vinco non alzo le braccia, mi tengo dentro quella gioia e sono distrutto, l'aria la consumo tutta. A Ettore chiesi di darmene un po' nell'ultima notte, la bombola dell'ossigeno come una discesa col vento in faccia ma il vento non venne.
Il granito del pav  un maremoto di pietra, e la polvere di carbone riempie la gola. Gli occhi ballano come biglie di ferro in una scatola. Ettore, dammi un po' d'aria gli dissi prima di dimenticare ogni cosa. E invece  rimasto tutto qui. Le peuple rel du Tour,  cos che chiamano noi ciclisti nell'estate, quando rincorriamo la maglia gialla come una ragazza. Le terre nere del Nord ci accompagnano dentro la notte della corsa, quando si scatenano le forze pi profonde e bisogna avere cuore per resistere. Gino ne aveva pi di tutti, anche pi di me. Le vigne pitturate dal verderame sembrano onde del mare. Ci sono in Francia certi alberghetti dove la mattina non verrei mai via, mi fermerei in eterno a comperare il pane, farei una bella passeggiata fino in paese e guarderei Giulia in quei nostri momenti, quando non le sembra di essere vista e magari si sistema i capelli o alza un poco il vestito per salire in automobile. Guida forte, non come me che sono una lumaca e ho paura di tutto.
Vicino alla mia bicicletta passano il verdegiallo dei prati e delle rocce. E sopra, il cielo azzurro: correre  come attraversare un dipinto. I compagni vanno in cerca delle fontane di pietra per catturare l'acqua nelle borracce, poi la corsa precipita e non c' pi tempo nemmeno per bere. Guizzano trote d'argento nei torrenti, ma tanto chi le vede. Sulla punta delle montagne la gente  un pizzo, un merletto.
C' questa luce dura, di ghiaccio, in fondo alla strada che all'orizzonte finisce in niente anche lei. Vedo il mio nome scritto a terra col gesso o con un bastone sulle pareti di neve, oppure sono pennellate di vernice su qualche muro rimasto in piedi. Le nostre cosce lucide d'olio e profumate, il chiarore che resta sospeso nel riverbero dietro di noi. Ci sono visi indimenticabili ai balconi, e dietro le tende brillano occhi di donna. In primavera fioriscono le ginestre e ci sono pascoli, erbe fitte e ulivi enormi. Ci sono molti bambini che battono le mani, cantano canzoni e sventolano bandiere di carta. L'abisso ci chiama, per  bello sentirsi cos giovani e freschi.
Qualcuno mi ha misurato la strada: 106 milioni di chilometri. Forse, chiss. A me sono sembrati molti di pi o qualcuno in meno. Sono rimasto in fuga, dicono, per tremila chilometri, quasi duecento solo nella tappa da Cuneo a Pinerolo in quel 1949 che ogni mattina sembrava la prima del mondo. Che poi io abbia vinto poco pi di cento gare non cambia niente, a quel tempo si correva meno di oggi, sulle strade intendo perch invece in pista non smettevamo mai, e poi la guerra mi ha preso un bel mucchio di anni: dal '41 al '45 penso che non potevo perdere una corsa nemmeno se lo facevo apposta.
Vedo molti treni e piccole stazioni, convogli rossi e bianchi nella pioggia. E poi filobus e tramvai, i poliziotti motociclisti e i militari con gli elmi smaltati: il sole li illumina e la luce si posa sui musi delle automobili e sui parafanghi. Tutto gira intorno a noi che non abbiamo tempo per nulla, eppure lo vediamo. Per tanti anni le cose mi sono passate dentro gli occhi come fotografie o appuntamenti perduti, adesso le ho presenti ma sono soltanto pezzi da rimettere insieme. Come quando in bicicletta sfioriamo il mare e ne sentiamo il profumo, e ci accendiamo di desiderio. Che voglia, nell'arsura d'agosto, di fuggire lungo la spianata che degrada verso la spiaggia, e lasciare le bici sulla sabbia con le ruote che ancora girano, e toglierci tutti i vestiti per entrare nelle onde gelate. Io non ho mai saputo nuotare e avrei pagato per riuscirci.
I corridori sembrano tutti vecchi quando la strada li sporca. All'arrivo mi scortano i gendarmi, e una sera d'agosto vengono a casa i carabinieri. Quell'uomo grida e insulta ma io voglio solo stare con lei, che non  mica una bambina.
Dopo la morte di Serse decido di mettermi il caschetto, ma nei primi mesi non m'importa pi di niente, neanche di cadere. Voglio smettere, per ci sono i contratti da onorare. Lascio fare al tempo, e lentamente il gusto del vivere torna a girarmi in bocca, anche se non  pi come prima. Mio fratello era il genio portafortuna, la mia allegria. Era festoso e buono. Qualcuno scrisse che pedalava come un papero, come una giraffa o una fisarmonica e davvero Serse dondolava, pazzamente zigzagava perch quello era il suo modo di essere. Lui  un velocista, dunque le sue pedalate sono strappi. Anche Bartali in salita va avanti cos, scodinzolando come una bestia selvatica. Gino si divincola mentre io salgo regolare col mio passo, mi pare quasi di camminare senza perdere il ritmo, pedalando nel battito del mio cuore lento.
Di Gino ho bisogno per misurare me stesso, per cercare il confine e superarlo. Senza di lui non sarei io. Quando mi consegnano la libert di vincere il primo Giro d'Italia, lui il capitano e io il giovane aiutante, non immagino niente. Ma non mi sembra di tradire. Ho avuto strada, sorte e libert, il resto lo fanno le gambe. Gino lo sa, conosce regole e imprevisti e non se ne lamenta. Ma io penso che abbia visto comparire insieme a me il suo futuro. Combattendomi, si sforza di tenere indietro la sua fine, come quando un cane spaventoso ci abbaia dietro un cancello con occhi feroci.
Il caldo francese fa impazzire, dobbiamo cercare i lavatoi per darci refrigerio. Quando accade ci fermiamo tutti, tuffandoci nelle acque come fanciulle alla fonte. Picchiando sulla pietra, lo zampillo manda riflessi d'arcobaleno.
Andiamo con i tubolari raccolti a croce sul petto, in croce noi stessi. Sulla bianca calcina di muri miracolosamente intatti nel dopoguerra, mi capita di leggere W Coppi: sono a volte catapecchie di campagna o case cantoniere inneggianti al Duce. Nulla rimane, eppure nulla  andato perduto. Mi allaccio il caschetto per proteggermi poi da cosa, infilo guanti traforati e scarpette nere leggerissime, poi si va al carnevale della corsa. Ci sono acqua dal cielo e occhiaie sui nostri visi lividi, e freddo quasi sempre. E il ghiaccio nell'aria del Nord che ferisce i polmoni. L'inverno perenne dei crepacci e di certe valli senza sole, le gobbe di gelo quasi invisibili nella trasparenza mortale della discesa: il corridore ha l'occhio per distinguere la trappola, ma poi cade in distrazione e da questa a terra. Mi sono rotto molte volte le ossa, cos.
Succede di trovare un passaggio a livello chiuso, magari nel bel mezzo di una fuga, e bisogna restare l come allocchi in attesa del convoglio. Viene voglia di infilarsi sotto le sbarre e qualcuno lo fa, per  vietato dal regolamento e si rischia la pelle. Durante la lunga corsa si pu tornare ragazzi e non si ragiona pi. Ma dopo la santa doccia si ridiventa uomini con i nostri bei pullover a collo alto e le braghe di velluto a coste.
Ai bambini piacciono molto le biciclette. Le suore con i larghi cappelli bianchi portano le colonie marine ad aspettare la corsa, maschietti e femminucce insieme, anch'io ho un maschio e una femmina piccoli. Quando passa il Giro, i bambini attendono con impazienza ordinati e composti, ma quando sbucano i ciclisti non li puoi pi tenere. A volte qualche corridore si ferma e sorride. Sono tregue nella battaglia, come la pianura prima delle aspre montagne, prima delle pietraie e del ghiaccio. Correre, faticare e non raggiungere niente. Uno solo vince. La luce che abbiamo addosso al mattino. A volte ad aspettarci c' la banda del paese, quando il gruppo dei suonatori assomiglia a quello dei ciclisti, allegri e ognuno per conto suo anche se poi si fa musica insieme. Gli ottoni, le cromature. Ma la banda mi ha sempre messo tristezza, il suono degli strumenti a fiato mi ricorda pi un funerale che una festa. Quando seppelliamo Serse per c' silenzio, e sole. Ho addosso un vestito chiaro ed  tutto come un sonno, una sospensione.
Da ragazzo mi piaceva pedalare nelle nebbie azzurre di collina, dove il respiro pesante dei campi sembra alzarsi dalla galaverna come vapore sopra un tegame. La mamma mette la roba in pentola un po' come capita perch ci riempiamo lo stomaco, lei  contadina, mica cuoca. Ma non ricordo una fame mal soddisfatta. Con Serse si va alla maroda, cerchiamo uva spina e susine, si prendono le piccole mele aspre come dai rami del giardino terrestre, e i ramasin che fanno venire il mal di pancia. Mangiare e giocare  tutt'uno, e dalle dita cola il succo viola delle prugne. Siamo pirati della Malesia tra le gagge, e quando troviamo lo schioppo in solaio c' modo di usarlo sui poveri passeri. Cadono anche loro come ciclisti, senza ragione, rovesciando i minuscoli occhi. Dopo lo sparo non ho cuore di guardarli, mi sembrano cristiani in croce, invece Serse non perde l'allegria nemmeno di fronte alla morte. Risal in bici con quel segno rosso in fronte, solo un graffio, ma non potemmo ridere insieme mai pi.
Qualche volta a pensarti provo paura, mi dice un amico qualche settimana prima che io muoia. C' chi vede nel mio sguardo una premonizione, quando niente  ancora compiuto. Io non lo so. Salgo sulle montagne tra perle di pioggia e non penso a nulla, solo a trovare il tempo giusto per scappare. Sento nelle gambe qualcosa che non  in me, qualcosa di superiore. Una forza inarrestabile, uguale a quella che mi ha portato via. I ragazzi mi fanno scudo, Ettore sempre con me, Sandrino forte come un toro, le loro mani passano borracce, panini e il giornale per riparare il petto sudato nelle formidabili discese a tomba aperta, quando non c' freno per noi. Le gomme sibilano tra le rocce che ci sfiorano il viso, sull'orlo del precipizio che sempre ci chiama. A che serve, in questi momenti, un maggiordomo in guanti bianchi che scodella la minestra. Io ce l'ho ma sono povero come gli altri, sono ricco come gli altri e sto in un posto mio dove non c' nessuno.
Hugo si pettina i capelli qualche chilometro prima dell'arrivo, vuole essere sempre in ordine. Mi  rimasta la colpa di averlo tradito, ma lui dopo i millecinquecento metri non respira bene, si vedono i cerchi scuri degli occhi ed  vero che ci siamo accordati, a me la tappa, a te il Giro d'Italia, bravo Hugo, ma quando la strada tende l'agguato non c' piet per nessuno. Lo lascio solo sul nevaio, solo come tutti, e la sera in albergo fa sbattere le porte. Non ho dimenticato il suo sguardo, ma se ricapitasse domani farei lo stesso.
Ero un uomo affaticato, per non ho voltato gli occhi dall'altra parte. Per me c' una bicicletta sempre pronta, col nastro del manubrio nuovo ogni mattina come un mazzo di fiori. Ci puntiamo il numero sulla maglietta con le spille da balia l'uno con l'altro, i corridori si aiutano nelle piccole cose e combattono tra loro per quelle grandi, anche se alla fine siamo tutti fratelli. I tifosi sotto il sole hanno berretti di carta da muratore, ci sono giornali ovunque e sulle pagine le nostre fotografie. Quotidiani, settimanali, fogli sportivi, nell'Italia quasi analfabeta leggono in tanti o magari guardano solo le figure, appoggiati al bancone del bar e al frigo della latteria per il primo caff. I ragazzi a volte spalancano la porta con le borracce in mano nel bel mezzo di una tappa e chiedono acqua per me, e le donne dietro il bancone dicono s sorridendo.
Il mio nome  Fausto Coppi ed  sulla bocca di tutti, la mia invece preferisco tenerla chiusa. I ragazzi fanno scorta e poi ritornano carichi del loro bene prezioso, l'acqua fresca per il capitano. Dopo la guerra si fa tesoro di ogni cosa, lo zucchero, il sale, la pasta, e la gente ai matrimoni non la smette pi con il pane.  la paura della fame, e che si presenti ancora.
Il cieco appoggia il mento al bastone e resta cos anche delle mezze ore, come se dormisse. Ormai ha finito il suo lavoro, mi ha massaggiato i muscoli e ascoltato, mi ha detto cosa mi aspetta e perch. Con lui vicino mi scende addosso la calma di un bagno caldo. Disteso sul letto bianco lo fisso, e guardo quegli occhi che non vedono pi ma sanno tutto. Ho avuto bisogno di sostenermi alle persone prima di essere solo, quando vuoi soltanto che finisca. Come faremo a vivere, senza le nostre vite?
Ed  tutto un trascorrere di stagioni tra agavi e fiordalisi. Siamo stati, io credo, persino felici. La pioggia pu arrivare di colpo e allora ci mettiamo le mantelline, cos conciato il gruppo dei ciclisti sembra un Arlecchino al ballo. Abbiamo sguardi da lepre nel colmo dello spavento e sorrisi di vecchi amici incontrati per caso sulla strada. Al mio funerale vendono cartoline di me in bicicletta e le donne portano il velo. Ho avuto, ben contati, sette anni d'amore: io la chiamavo Gi e le ho solo voluto bene. Le piacciono i miei cappotti chiari tagliati su misura e a me piace guardarla quando cammina, chiudo gli occhi per riconoscerla dal passo, quel rumore tutto suo in mezzo alla gente. La aspetto seduto in qualche angolo buio, al riparo.  come se intorno avessi sempre uno spazio vuoto, ma i suoi occhi ancora lo riempiono. Pedalo, e la mia ombra mi insegue.
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FINE.